La narrativa

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Simona Consoni
P e t r o l i o

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CAPITOLO II
Dentro il Petrolio di Pasolini
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2.1.  Petrolio e la "Seconda critica"

Quella che qui definiamo “Seconda critica” è certamente, rispetto a Petrolio, la critica per eccellenza. Questo perché riguarda in modo specifico quelle che sono state le reazioni in merito al contenuto vero e proprio del romanzo. Ci sorprenderà dunque accorgerci della sua limitatezza soprattutto nei confronti di quella “Prima critica” che riguardava il fatto in sé della pubblicazione.

Ne “Il resto del Carlino” del 3 novembre 1992 Petrolio viene definito da Claudio Marabini come un libro da studiare più che da leggere. Ma perché da studiare? Ci risponde il giornalista e critico in questione: “Perché dentro c’è tutto Pasolini, perché c’è la completa radiografia delle sue idee, radicate in quella temperie di vent’anni fa. Perché c’è il progetto del romanzo, il diagramma della sua costruzione e poi perché c’è il documento di un certo periodo storico”. Inoltre, sempre Marabini, riflette sul punto di maggiore interesse letterario rispetto al libro che “consiste nell’unione di realtà e immaginazione, uomini e creature infernali, tra prodigi sconcertanti che mostrano un Pasolini larvale e cosmico, non digiuno di religioni orientali. È qui che si sente la forza di un’immaginazione non comune, nutrita di potenzialità quasi illimitate e di coraggio rapinoso, di inarginata temerarietà” (51).

Un’altra critica al contenuto del romanzo appare su “Il Corriere Mercantile” del 10 novembre 1992, nel quale si parla della qualità delle pagine “che quando esiste è lontana dai possibili approdi. Il libro è un abbozzo pieno di strappi e buchi. Ben poche pagine prossime a qualche compiutezza. Il compito spetta a un gigante mentre Pasolini del gigante aveva solo le intenzioni. 

Tutto Pasolini infatti si pone sotto il segno dell’incompiutezza, e qua e là, nei momenti più deboli, della velleità” (52). In realtà noi crediamo che per un autore e per le sue opere basarsi sul “fatto caratterizzante” dell’incompiutezza non sia affatto reato, ma la semplice volontà di esprimere sensazioni e visioni di vita attraverso un certo parametro, quello dell’”incompiuto”, dell’”appena iniziato”. Certo, se fosse stato scelto un altro canone, il più comune, il più logico, come la critica potrebbe obiettare, quello del romanzo lineare e facilmente fruibile, noi lettori non avremmo nulla da domandarci su Petrolio se non su problemi di stile o su scelte linguistiche più o meno idonee. Non avremmo nulla da chiederci nemmeno sulla personalità incostante, contraddittoria e indefinibile di Pier Paolo Pasolini, uno degli autori più creativi ed importanti del Novecento. 

Ad ogni modo quello dinanzi al quale ora noi ci troviamo è il suo “incompiuto per eccellenza”, e con quegli strappi e con quei buchi dobbiamo tentare di stabilire un rapporto, una dialettica, un dialogo che ci permetta di capire, con umiltà e senza alcun afflato di verità, se un romanzo così frammentario possa essere validamente considerato. Nessuno ha mai negato l’aspetto strutturale del testo, lo stesso Siciliano ha confermato: “Petrolio è certamente discutibile: se ha un fascino è quello dei manufatti non finiti. Non è discutibile però l’ardore visionario del suo autore, lo stile crepitante, tagliente, incendiato” (53).

Anche il poeta Giorgio Caproni guarda oltre l’abbozzo e afferma: “Si capisce, anche, che oltre l’ordito materiale, il Pasolini non è un poeta ed un autore da esaminare verso per verso. Bisogna guardare l’insieme, bisogna guardare la tela, la composizione, e soltanto dopo di allora è legittimo il piacere di scorgere, centimetro quadrato per centimetro quadrato, e armati di lente, l’uso fatto della materia e il mestiere” (54).

Le difficoltà del romanzo dipendono in primis dallo stato in cui esso ci è pervenuto. Queste si raddoppiano inoltre, arricchendosi di stimoli, quando scopriamo gli intenti di Pasolini attraverso le dichiarazioni di poetica che costellano il testo. Non è di suo interesse il romanzo a schidionata e nemmeno più il romanzo realistico degli anni Cinquanta che sistema fatti e personaggi in un percorso rettilineo, ma un procedimento definito già precedentemente a “brulichio”, una germinazione spontanea sulla quale l’autore interviene attraverso un atteggiamento di critico e di lettore stesso. “Lo tentano gli andirivieni, i piazzamenti continui, le cadute e le riprese tematiche, la discussione di un lavoro che trova l’unità nel suo farsi, nei risentimenti di un io spavaldo e insieme turbato” (55).

L’io profondo dell’autore era dunque profondamente scosso, sdoppiato e seguendo le indicazioni del romanzo stesso, lacerato. Cos’era accaduto per provocare una tale crisi? Folgoranti anticipazioni storiche del grande intellettuale si sono rivelate, a tanti anni di distanza, giuste. “Ora noi contiamo le macerie. Parliamo di Regime e lottiamo per un nuovo sistema politico. Ma Pasolini ci ricorda che il passaggio dal vecchio al nuovo non può essere indolore, e che non sono solo le facce a dover cambiare. C’è insomma un enorme problema culturale, di “anima” della società. L’egoismo ha segnato tutti i corpi” (56).

Le polemiche che hanno investito Petrolio sono la dura e scottante prova che l’autore in questione fosse ancora indigesto alla cultura italiana. Indigeste furono anche le pagine di cruda sessualità contenute nel romanzo. Ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una persistente mentalità ipocrita sopravvivesse e riuscisse a prendere il sopravvento anche negli ambienti colti ed intellettuali. Tutto ciò che di artistico vi è in Petrolio venne al limite “tollerato”, come se si trattasse delle solite immagini della televisione o delle foto scabrose sui settimanali di poco conto. “Questo è uno scandalo montato da alcuni giornali, mi dispiace soltanto per gli eventuali lettori pornografi che, abbagliati da Ajello, si precipiteranno su pagine di alta e altissima levatura artistica, corredate da una redazione filologica addirittura preziosa. Ne riceveranno il massimo della delusione. Si prospettano tempi duri per i patiti della pornografia….” (57).

Oltre al tema della sessualità, che è trattato lungamente in Petrolio, ve ne sono altri che hanno evidentemente causato indignazione, scalpore. Probabilmente si trattava della paura, da parte della società intera, di essere smascherata. 
Pasolini parlava spesso del “colpo di stato”, pur non sapendo quando esso si sarebbe realmente concretizzato e Petrolio, nel momento della sua uscita, rappresentava la metafora del potere. Questa grande “divina commedia” pasoliniana “contiene i nomi dei golpe di ieri e quelli del vero “Colpo di Stato” di domani, del “nuovo potere”, tutto in cifra” (58).

Questo confessava Pasolini ai lettori di “Vie Nuove” più di quarant’anni fa: “Io patisco ciò che di peggio può patire uno scrittore. La mistificazione della mia opera: una mistificazione totale, completa, irrimediabile. Una vera e propria operazione industriale. Tutto quanto io dico e scrivo subisce, attraverso l’interpretazione calcolata della stampa “libera”, una metamorfosi implacabile (…). I miei romanzi e le mie poesie perdono a vista d’occhio il loro significato, per aggiunte e falsificazioni continue, per un’interpretazione denigratoria portata a un grado d’intensità e di ferocia mai viste”. Tali mistificazioni riguardarono anche Petrolio, definito dai giornali e dai critici nei modi più svariati e frettolosi: “Il libro che non c’è”, da “Il Giorno” del 25 ottobre 1992, “Tanto porno postumo, poco Petrolio”, da “Il Tempo” del 28 ottobre 1992, “Petrolio una non-opera” da “Città Nuova” del 25 novembre 1992, o “Povero Pasolini tradito” da “Repubblica” del 27 ottobre 1992.
Nell’ultima settimana dell’ottobre 1992 si leggevano negli articoli dei quotidiani frasi come questa di Ruggero Guarini: “Non ho dubbi. Questo romanzo incompiuto sarà l’opera peggiore di Pasolini, da buttare direttamente nel cestino”. Un giudizio di merito espresso al futuro, “sarà” invece di “è”, a denotare la sfacciata dichiarazione della mancata lettura del testo. 

Ma cos’è in realtà questo romanzo? Petrolio è un libro in forma di dramma sul presente di Pasolini che è anche il nostro presente. Esso vuole raccontare una crisi che è nata da un cancro corruttivo, e narra del petrolio come veleno per una società entrata nel suo più torbido e cupo girone infernale. “Ma da dove parla Pasolini? Dagli anni settanta o da uno dei giorni delle nostre cronache? Questa è la grandezza della sua scrittura allucinata, in Petrolio e altrove: di avere davanti a sé l’orizzonte del 1972 che ha visto scoppiare gli scandali petroliferi, le bombe di Brescia, del treno Italicus” (59). Nel suo Petrolio l’autore racconta un presente di cui ha appena individuato le radici, un presente profetico e spietato. Egli aveva compreso prima di altri le ragioni di un male che sarebbe caduto sul tempo a venire, con esiti veri e brutali che si scontano tutt’oggi. Il fatto poi che il romanzo non sia stato concluso e che dunque si offra al lettore in una struttura “aperta” può essere interpretato come un ulteriore segno: Pasolini non riusciva a vedere la luce, la soluzione alla crisi. Per questo motivo ha preferito delineare i contorni come irrequieti, instabili, indefinibili. La “koinè”, come egli stesso la definiva, ha ancora valenza d’arte, pur essendo inserita nei dettami di un’opera incompiuta. Ma quando si dice “sul conto della lingua pasoliniana Koinè letteraria, si vuol dire della sua autonomia all’interno della letteratura, e non stabilire limiti o servitù” (60).

Le opinioni in merito al contenuto del romanzo e al sistema di lettura da affrontare furono le più svariate. Alludendo alle anticipazioni di alcuni passi del romanzo fatte dall’”Espresso”, su “Panorama” del 5 novembre 1992, la scrittrice Lalla Romano si espresse così: “È stato fatto davvero un cattivo servizio al libro di Pasolini, penso proprio che non lo leggerò”. Sempre sullo stesso settimanale altri espressero le proprie opinioni in merito: Franco Fortini, autore di una lunghissima recensione per “Il Sole 24 Ore” disse: “La parte importante di Petrolio è l’ultima. Nelle ultime novanta pagine si scorge il senso del libro. Un testo come questo esige, ancora più di altri, data la sua incompiutezza, di essere letto seriamente e tutto”. Dario Bellezza giudicò con seria preoccupazione l’enfasi che venne data all’episodio più scabroso del libro, l’Appunto 55, “Il Pratone della Casilina” e affermò: “Diventa sempre più problematico difenderlo da quanti sono pronti a lapidarlo. Per questo penso sarebbe stato meglio pubblicarlo all’estero dove il libro avrebbe avuto un’accoglienza meno viscerale” (61).
A tale proposito anche Vincenzo Consolo, dopo una calma e profondamente interessata lettura, affermò sul settimanale “Panorama” : “È un’operazione illegittima separare le pagine scabrose e metterle in risalto. Non entro in merito dei problemi legali, parlo di illegittimità letteraria. Il desiderio di Pasolini era sottrarre Petrolio alle categorie, alla categoria romanzo come alle categorie di letture orientate: omosessuale, politica, ecc. È il suo libro testamento, un libro ostico. La polemica che ci si sta costruendo sopra è tanto più ingiusta se si considera che questo romanzo è un cibo indigesto, destinato per sua natura a destare sconcerto in una situazione in cui trionfa la letteratura digeribile. Bisogna guardarlo in distanza”. 

“Spande una mortale pace,
disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l’autunnale maggio.
In esso c’è il grigiore del mondo 
la fine del decennio in cui ci appare
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…” (62).
Questa è una delle tante poesie civili di Pier Paolo Pasolini contenuta nelle Ceneri di Gramsci. Era stata composta per sostenere l’utopia del sottoproletariato salvatore del mondo, mentre Petrolio e gli Scritti corsari furono pensati e creati per denunciare duramente la società consumistica e l’edonismo di massa. Lui solo contro tutti. Di qui l’inclinazione a privilegiare il parlare della vita pubblica, soprattutto borghese, rispetto all’esperienza interiore. 

Nacque la necessità di creare lo scandalo, non tanto al livello del costume quanto a quello della ragione. Pasolini ormai era completamente disilluso di poter scandalizzare la borghesia, “troppo consumistica per consumare lo scandalo stesso; lo scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro sì, non potevano fare a meno di credere ancora nella ragione” (63). Ma se lo scandalo è negli occhi di chi guarda o legge, come noi siamo portati a credere, ecco una riprova della stanchezza culturale che permea la nostra esistenza. “L’identità dell’autore avvisava in Petrolio la frantumazione della morale, l’esplosione dei valori, le rovine etniche che noi oggi timidamente abitiamo. Il testamento di Pier Paolo vale allora, almeno per noi, come un invito per affrontare e discutere le schegge di mondo nuovo partorite da quel disordine…” (64). Il silenzio, certamente, non si addiceva all’autore che, al contrario, usò ogni possibile mezzo a sua disposizione per parlare, per farsi sentire. Disperati, turbati o funebri che appaiano questi fogli, sono comunque fogli di uno scrittore ancora vivo, che ha fame d’esprimersi, cui la vita continua a suggerire pensieri ed immagini. Sono fogli torturati frase per frase, da un narratore vivo.

“C’è una struttura - ha detto Roncaglia - cui però Pasolini si è attenuto poco. Vi si trovano anche cose che sorprendono… credo comunque che il lettore debba accettare l’impossibilità di dare un senso definitivo al contenuto del libro” (65). Noi siamo portati a credere che per un autore così complesso, per un intellettuale così profondo, vitale e al contempo stesso volutamente contraddittorio quale fu Pier Paolo Pasolini, nulla possa essere realmente definitivo o affermato una volta per tutte. Siamo però pervasi dall’idea che un senso, sebbene latente o magmatico, possa essere trovato anche in Petrolio. Non sarà nostro interesse decifrarlo a tutti i costi, ma scorgerlo soltanto, per poter cogliere l’attimo, la tensione kantiana tra il frammento, il particolare e l’universale, la sensucht, che Schlegel interpretava come anelito dell’infinito. La frammentarietà del simbolo non preclude l’organizzazione. Il nostro corpo vivente e frammentario è interamente organizzato e in tal modo impedisce che la frammentarietà diventi confusione. Non sarà certo definitivo, ma un senso ci sarà. Noi lettori, umilmente e pur coscienti degli scarsi mezzi a nostra disposizione, accettiamo la sfida e ci immergiamo nella tenebrosa storia che fa parte di Petrolio

 

P E T R O L I O
di Simona Consoni
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