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Simona Consoni P e t r o l i o . 2.3. Carlo: il sesso ed il potere I due Carlo si incontravano di sera e mentre in superficie si ignoravano, nel profondo del proprio io si confondevano. Tali incontri non portavano mai, comunque, a degli scontri. L’autore ci dice che se essi fossero vissuti un secolo prima li avrebbe erti ad eroi. Il primo per la sua ansia sociale di possesso, legato all’unica realtà dell’avanzamento individuale; il secondo per la sua libertà sessuale che voleva essere l’affermazione evidente di gridare un diritto avvertito come represso. Carlo II, Karl, viveva infatti questo stato come fosse una realtà totalizzante. Le confidenze che i due si scambiavano erano utili però soprattutto a Carlo I, poiché Karl era solito raccontargli tutto ciò a cui Carlo I aveva dovuto, o voluto, rinunciare nella sua vita. Pasolini amava la notte, il buio della coscienza, l’opposto del giorno, della luce, della chiarezza a tutti i costi. Anche Carlo vive essenzialmente di notte ed è durante la notte che si susseguono i suoi incontri sessuali. Perché ho scelto il verbo “susseguono”? Perché sono incontri molto ripetitivi, come molto ripetitivo è descritto il sesso e l’atto sessuale in tutto il romanzo.
Tale malessere può continuare anche durante e dopo il raggiungimento del piacere, perché, a quel punto, tutto si è concluso per sempre. Ancora non è avvenuta la trasformazione sessuale di Carlo, egli infatti si unisce con delle donne. La stessa organizzazione degli appuntamenti, squallida, nuda e cruda, è antiafrodisiaca, prosa anziché poesia. Per descriverli l’autore usa l’imperfetto incoativo, che indica il ripetersi abitudinario delle azioni per un periodo di tempo abbastanza lungo (nel caso del romanzo circa un decennio). L’uso di tale tempo verbale ci viene indicato da Pasolini stesso come un errore rispetto alla coerenza interna di tutto Petrolio, per il quale egli ci aveva avvisato che avrebbe sempre usato il presente indicativo. Al massimo avrebbe utilizzato il passato remoto che altro non è se non un tipo di presente per finzione mitica… tutto per l’assoluta volontà da parte dell’autore di concepire la storia come unica ed unilineare. L’imperfetto incoativo invece, ci fa notare lo stesso Pasolini: “alludendo al passare del tempo e della vita, denuncia invece lo spessore della storia. In questo imperfetto insomma 'c’est la vie' (minacciosamente matura a divenire ricordo)” (115). Lo scrittore lo usa solo per descrivere la continuità del rapporto tra le vite dei due Carlo. Ma facciamo un salto all’indietro, stavamo parlando della vita notturna di Carlo e del significato che assume il sesso in tutto Petrolio. Cosa cerca Carlo attraverso il sesso? Cosa, attraverso l’esternazione ‘rischiosa’ di pubblici atti masturbatori? Forse, a nostro umile parere, Carlo accoglie la sfida, ma che sfida? La sfida del potere, questo è il vero significato del sesso. Il potere vissuto come una ricerca ed allo stesso tempo come un incredibile peso. Un forte peso al petto sarà la causa della prima trasformazione sessuale di Carlo nell’Appunto 51 “Primo momento basilare del poema”. “Una improvvisa castità lo invase. Cadde di colpo dal mondo la visione che lo restringeva in una unità dove contava solo il sesso” (116). Carlo va in camera sua e si spoglia. È a questo punto che avviene la sublimazione della trasformazione sessuale “due grandi seni gli pendevano nel petto; e nel ventre non c’era niente: il pelame gli scompariva tra le gambe…Carlo vide la piccola piaga ch’era il suo nuovo sesso” (117). Avvenuta la trasformazione la sfida viene accolta in pieno e Carlo è pronto a scontrarsi, come l’autore stesso avrebbe voluto fare, contro il potere e contro tutte le orripilanti conseguenze che esso ha portato con sé. Ma cos’è in realtà questo potere? Andiamo a scoprirlo, seguiamo il suo smascheramento da parte dell’autore che non perde occasione per ‘gettare il proprio corpo nella lotta’. Il potere contro cui s’infervora Pasolini è ovviamente quello del Palazzo, quello della nuova classe dirigente ancora strettamente legata al leit motiv fascista del sopruso, dell’egoismo, della supremazia, dell’ipocrisia, dell’esasperazione a tutti i costi del proprio…’potere’, da ergere come bandiera di vittoria. Anche il sesso può essere, in alcuni casi, un potere. Il più delle volte è un potere maschile, dell’uomo che vuole possedere tutto a tutti i costi, persino qualcuno che lo rifiuta ma che è costretto a sottostare all’atto che diviene così terrore, angoscia, noia, paura. Cosa farebbe un uomo che avesse compreso tutto ciò e che volesse ridicolizzare, smascherare, ‘denudare’ l’arma del potere e del sesso? Tale uomo, prima di tutto, diverrebbe donna. In tal modo negherebbe ciò che di negativo lo connotava: l’essere uomo, maschio. Poi ci svelerebbe il tutto, con l’emotività di una donna e la razionalità di un uomo chiamati insieme a testimoniare. Questo è ciò che fa Pasolini.
L’eccesso della situazione, che ci viene descritta complessivamente dall’autore in una cinquantina di pagine, rende quasi irrealistica la situazione, anche se ci accorgiamo che essa è in verità rappresentata con un forte realismo, e si riesce a collocarla in un universo di ossessioni, dalla ripetitività mesta e al contempo purificatrice. Questa è, senza alcun dubbio, la parte del romanzo considerata dai critici, anche di differenti vedute, più compiuta da un punto di vista puramente narrativo. Nonostante fosse stato chiaramente vietato, pochi giorni prima dell’uscita definitiva del romanzo, il settimanale “L’Espresso” ha pubblicato alcune cartelle di Petrolio. Tali cartelle riguardavano proprio la parte che stiamo trattando ora, le pagine di sesso dell’Appunto 55. Sulla base di queste scoppiò immediatamente lo scandalo con le reazioni più avverse, come quella del giornalista de “La Repubblica” Nello Ajello che definì il testo come “un’enciclopedia di episodi eroporno-sado- maso” (121). Ma, noi riteniamo, il vero scandalo è negli occhi di chi fonda la propria tesi su un solo tassello del mosaico. Bisogna invece leggere tutto il libro perché la scrittura, come diceva Roland Barthes, è fatalmente netta, non mente dunque a chi sa leggere. Nell’ultimo Pasolini, ed anche nello stesso Petrolio, la sessualità è divenuta una chiave per raccontarsi. “L’eros in Petrolio è androgino e ossessivo, orgiastico e tenerissimo, Carlo, già sdoppiato, alterna virilità e femminilità” (122). Il sesso, narrato con ossessiva ripetitività, si disincarna e assurge alla dimensione metafisica di quello che può essere considerato l’equivalente letterario di Salò o le centoventi giornate di Sodoma. “Sono pagine che determinano nel lettore una reazione morbosa ed eccitata. Proprio la reazione che l’autore aveva voluto punire girando Salò e mostrando che non c’è via d’uscita e che sesso e potere sono entrambi legati al servizio della corruzione”: queste le parole di Ferdinando Adornato, che seguì lo scrittore-regista durante le riprese del suo ultimo film. La nostra tesi è che sesso e potere fossero al servizio della corruzione, che questo Pasolini lo aveva capito bene, che tramite queste ‘pagine erotiche’ aveva voluto punire la classe e la mentalità borghese nonché tutta l’intellighentia post-fascista, come già aveva fatto tramite Salò. Questa è la ‘zona romanzo’ più compiuta da un punto di vista letterario, ma anche ripetitiva, senza slancio, leggermente ossessiva, quasi noiosa. Perché dopo aver letto tutte queste pagine ci sentiamo - è capitato anche a me - inverosimilmente stanchi e tediati? La risposta mi sovviene facendo un raffronto con il film sopra citato, la cui visione ha prodotto in me la stessa reazione. Attraverso il sesso, attraverso ‘l’uso’ del sesso da parte dei gerarchi fascisti e da parte dei componenti del “Palazzo” in Petrolio, l’autore vuole farci annoiare. Quelle immagini e quelle pagine dovevano stancarci, come avrebbe dovuto stancarci il potere, il sopruso, la classe dirigente di un tempo che, secondo l’autore, è la stessa del ‘suo’ e del nostro tempo. Niente opera sado-maso dunque, ai nostri occhi, ma indagine profonda, politica, economica, sociale. Abbiamo scelto d’inserire il testo di questa poesia di Pasolini perché, a nostro avviso, ci aiuta a spiegare il significato che ha assunto il sesso nella vita dello scrittore. L’Appunto 55 “Il pratone della Casilina” non è, secondo il nostro parere, un esempio di un’esperienza autobiografica come alcuni hanno insinuato, non riflettendo più sul piano narrativo di quelle pagine ma tentando di scovare il marcio di una vita vissuta nell’ambiguità. Ebbene, quelle erotiche per noi sono, in Petrolio, pagine felici, pagine riuscitissime. Mai lo scrittore aveva rappresentato in una modalità così acuta e totale il mistero dell’universo della sua sensualità. Sono pagine “di una felicità espressiva che ha suono di lutto” (124), ma, teniamo a ripeterlo, non sono la sua autobiografia. “So tutto di Paolo e della sua omosessualità, dei suoi ragazzi e delle sue passioni. Ma non ho mai saputo di vicende come quelle raccontate in queste pagine. E se Carlo, il protagonista, non fosse Paolo? E se quello fosse soltanto il fotogramma di un film?” A parlare qui è Franco Citti, uno dei più cari ed intimi amici dello scrittore, in una intervista rilasciata a “Il Venerdì di Repubblica" subito dopo l’uscita di Petrolio e lo scandalo suscitato dalle pagine erotiche incandescenti. E se l’amico dell’autore avesse ragione? Se il protagonista non fosse davvero e per forza Pasolini? È proprio sull’onda emotiva del testo autobiografico che una parte della critica, la più inadeguata e frettolosa a nostro giudizio, si è scagliata contro queste pagine dal contenuto fortemente sessuale ed ha tentato di tradurlo come un’esperienza di vita dell’autore stesso. Nulla di più sbagliato, permetteteci. Quando uno scrittore prende in mano la sua penna ed ha dinanzi a sé un foglio bianco su cui imprimere parole, tali parole saranno pur sempre parole lievemente personalizzate. Perché? Perché a scrivere è un individuo, una persona, con il proprio bagaglio culturale, e qui per cultura non intendiamo solo quella nozionistica ma la nostra intera vita, costruita tassello su tassello, mattone dopo mattone attraverso le esperienze che ci hanno segnato, caratterizzato, resi unici e irripetibili esseri umani.“La solitudine: bisogna essere molto forti La nostra tesi è dunque quella che quando si scrive qualcosa, sia essa una lettera, una poesia, un romanzo, ci sarà sempre inevitabilmente un quid che rimanderà al nostro modo di essere, di agire o di pensare, ma ciò non significa che in ogni lettera, in ogni poesia o romanzo frutto di quella mano noi dovremmo cercare o, ancora peggio, essere sicuri di trovare qualcosa di autobiografico. Concordiamo dunque pienamente con Franco Citti, con l’altrettanto amica di Pasolini Laura Betti e con la nipote Graziella Chiarcossi sul fatto che leggere quelle pagine pensando ad un rituale dell’autore o ad un suo spaccato di vita sia un’inutile perdita di tempo. “Ogni scrittore quando scrive mette un po’ di suo nella creazione letteraria, ma intestardirsi sul fatto che quelle pagine siano l’autobiografia di un perverso non è solo un’offesa a Pier Paolo, ma a tutti gli scrittori e a tutti i romanzi in genere. Invece di perdere tempo su questi aspetti la critica letteraria dovrebbe dedicare maggior tempo allo studio dell’intero romanzo, perché di un romanzo si tratta” (125). Sono le parole della nipote di Pasolini, la sopracitata Graziella Chiarcossi, nonché curatrice dello stesso Petrolio. Torniamo alla poesia che abbiamo riportato sopra, Versi del testamento. Qui l’autore parla di solitudine, una solitudine che lo perseguita e con la quale è ormai abituato a convivere. Una solitudine che non permette pause o ‘malanni’, una solitudine che scuote, che tormenta, che non tiene conto “del vento che tira sull’erba bagnata”. Pasolini ci parla di una solitudine che non lascia conforto se non quello di potersi sottrarre a limiti e doveri di qualunque genere e conclude dicendo che “il sesso è un pretesto”. Un pretesto per cosa? Per non pensare alla solitudine, per non esserne ingoiati, diremmo noi. Ma c’è dell’altro. Abbiamo visto come in Petrolio, rivisitazione letteraria di Salò da questo punto di vista, il sesso sia l’espressione più forte e vera del potere che Pasolini tenta di combattere, in quanto il potere è, a sua volta, l’espressione di un sistema che produce solitudine, angoscia, disperazione, un mondo di automi con in mente il solo pensiero dello sviluppo e con la sola preoccupazione di acquistare il vaccino antinfluenzale, perché davvero in questo mondo del potere “non si deve rischiare il raffreddore, l’influenza o il mal di gola”. Offrendosi a quei venti giovanotti di cui l’autore ci fa un profilo fisico e a volte anche un lieve ritratto psicologico ricavato soprattutto dal primo, si offre ad un rito che rimargina ed al contempo riapre le ferite del suo male, ferite dell’anima. “La passione erotica era in Pier Paolo una recidiva che si esplicava con una ossessività da incubo: un ritmo ripetitivo che gli rendeva la vita crudamente identica a se stessa… d’altra parte, questa vita era ciò che egli più amava: un bene, un sogno inattingibile cui, proprio in quegli anni, soprattutto con il cinema, dedicava in libertà la sua immaginazione” (126). Così parla nel suo libro Vita di Pasolini lo scrittore Enzo Siciliano, con il quale concordiamo nel rilevare altrove, piuttosto che nelle pagine erotiche, il vero scandalo di Petrolio. In Petrolio c’è un acuto desiderio di cambiamento, psicologico, morale, intellettuale, che domina oltretutto gli ultimi anni della vita dello scrittore. Continua Siciliano: “Non solo in quei fogli incompiuti c’è uno scrittore che rivela l’urgenza di una avventura espressiva di cui non presagisce gli esiti: c’è anche un uomo che seziona, disarticola le lacerazioni da cui è posseduto, che è assillato dal bisogno di investigarne la tragica scaturigine” (127). L’esperienza che Pasolini aveva di sé era un’esperienza lucida, come lucida era la sua scissione, la sua divisione, la sua duplicazione psicologica, la sua ammessa contraddittorietà. Quando, nell’Appunto 62 “In seguito alla scomparsa di Karl”, Carlo avverte che non vi sarebbe stata più alcuna speranza di vedere arrivare il suo ‘doppio’, si sente quasi obbligato a vivere e considera la sua vita privata conclusa per sempre, finita, sparita assieme a Karl. Dunque sceglie di essere “soltanto pubblico e quindi santo” (128) perché era la santità che gli aveva garantito il suo potere pubblico. A questo punto l’autore ci avvisa tra le righe che ciò che il protagonista crede di aver raggiunto non è altro che un abbaglio, un’illusione, che era dunque destinato, prima o poi, ad un disinganno. Le pagine che seguono parlano sempre di potere, sferrano accuse precise, crude, incalzanti. Si accenna alla morte di Feltrinelli, si accusano i fascisti rimettendo a loro la responsabilità della strage di Milano e “delle altre duecento bombe che stragi non ne avevano fatte [ma facevano parte] dello stesso programma” (129). Sono parole serie, gravi. La gente che ci descrive è la gente omologata dal nuovo capitalismo, persone senza più alcun valore, nemmeno quello della Chiesa. Neppure la Chiesa in Petrolio può più redimere le anime perdute per sempre.
Sono, queste pagine dipinte, intrise di simbolico ed al contempo di una profonda allegoria, perché se ogni divinità è il simbolo di un qualcosa questo non comprendere l’atteggiamento del padre nei confronti del giovane uomo è l’allegoria del mistero. Cos’è il mistero? Esso è qui visitato attraverso suo padre e consiste nel fatto che non si può comprendere davvero ciò che non si vive attraverso il corpo. Pasolini sente moltissimo il problema della corporeità e, dunque, non potendo vivere nel corpo di un’altra persona, si convince che di questa non si potrà mai scoprire a fondo l’anima ed i problemi. Ecco, questo è il MISTERO in Petrolio secondo Pasolini. Il mistero delle esperienze ci rimanda alla caducità delle cose e fa si, addirittura, che anche il futuro venga visto come qualcosa di già passato. Tutto nella vita è caducità ed anche le istituzioni e il potere si fondano su tale sentimento del passato. Questo
è nuovamente un punto molto determinante del romanzo in quanto è
nell’Appunto 58 “Secondo momento basilare del poema”, che Carlo, guardandosi
allo specchio, vede sul suo corpo oltre ai due seni enormi anche un organo
femminile che attesta il suo ormai indiscusso cambiamento di sesso. In
uno degli Appunti successivi ci descrive una cena al Toulà, uno
dei ristoranti francesi più esclusivi di Roma. È evidentemente
una cena di potenti e di corruzione. In questo ristorante Carlo conosce
Carmelo, un cameriere, e se ne invaghisce. Questi gli porge segretamente
il suo numero di telefono e l’autore ci descrive l’ansia che il nostro
protagonista proverà nei giorni che precederanno la telefonata per
il fatidico appuntamento tra i due. L’appuntamento è deciso, e l’unione
sessuale anche ma stavolta è diversa dalle precedenti. Pasolini
ci descrive l’atto sessuale come “una delicatezza protettrice e affettuosa,
come l’abbraccio di una madre” (130).
Ecco nuovamente il sesso, ecco il perché del cambiamento. Questo romanzo analizza la società attraverso la lente d’ingrandimento del sesso, ossia del potere. È, quella descritta da Pasolini, una società scrutata da due differenti angolazioni: la prima è quella appartenente al sesso maschile che possiede, che è l’emblema del potere e che è la borghesia, la seconda è quella appartenente al sesso femminile, alle attese, all’attesa di popolo, di un sottoproletariato da sempre posseduto e tenuto in balia degli eventi. Pasolini descrive l’atto del possedere come un qualcosa di estremamente limitato e, al contrario, l’essere posseduti come un qualcosa di illimitato. Carlo ha fatto del petrolio un ideale di vita, perché oramai il Partito Comunista non serve più, come non può più servire la Chiesa. Il momento storico è accompagnato da una delusione atroce: la fine del fascismo ha segnato la fine di un’epoca. Con essa si è concluso per sempre il mondo contadino tanto amato dal nostro autore. “Le borgate della città, simili a bolge dell’inferno, sono popolate da una nuova gioventù. A sera gruppi di ragazzi si raccolgono sulla strada, attorno ai lampioni o sui gradini dei negozi con le saracinesche abbassate. Osservandoli meglio però si fa una scoperta sconvolgente: questi ragazzi sono gli stessi che stanno dall’altra parte. Sono loro sosia, o meglio, loro doppi, sono l’incarnazione di un’altra loro possibilità di essere” (134). Queste parole si riferiscono ad una parte del romanzo alquanto anomala, nella quale l’autore inserisce una visione che occupa addirittura venticinque appunti. Si tratta della digressione intitolata alla Visione (pp. 323-385): infernale, allucinatoria rappresentazione della modernità, nelle diverse fasi o tappe che scandiscono sia per gironi che per bolge, dunque con un chiaro riferimento all’Inferno dantesco, e in differenti e violente variazioni di luci, la progressiva degradazione della società. All’interno di tale Visione ogni tappa fa riferimento ad un Modello che ne designa, emblematicamente, il tipo: dal modello del Perbenismo sino a quello della Dignità borghese, da quello della Tolleranza a quello dell’Amore libero, dal modello dello Spirito laico a quello della Nuova famiglia e così via, a seguire, in un crescendo che sfocia nel modello della Nuova Criminalità, corredato da sangue, stragi, sino a concludersi in un genocidio fisico e morale. Il finale della grande digressione è dipinto dall’autore attraverso il sigillo della Croce Uncinata, secondo la cui forma è la città che è stata il teatro dell’intera Visione. I protagonisti di tutto ciò sono due ragazzi: un giovane denominato il Merda e la sua ragazza, Cinzia. Entrambi sono muti e l’autore ce li descrive così: “Il Merda è un giovane sui venticinque anni, non più dunque di primo pelo; è piccolo di statura e col bacino molto largo… il viso è pieno di lentiggini, o, come appunto si esprimono i suoi compari, di lenticchie o cigolini; ed è rossiccio di carne e di pelo: roseo il fondo del viso, un po’ marroncino invece il colore dei cigolini e dei capelli. Questi capelli sono piuttosto radi, stenti e come un po’ unti… Dietro arrivano fino alle sue spalle… La sua ragazza, Cinzia, è una ragazza qualsiasi, coi blue-jeans, un sedere grosso e una camicetta comprata alla Standa” (135). Secondo l’interessante analisi di Stefano Agosti la coppia in questione rappresenterebbe la dissacrazione di uno dei miti più importanti della storia, il mito di Orfeo ed Euridice. Il critico fa soffermare la nostra attenzione su alcuni particolari della descrizione dei due protagonisti in questione. Questi camminano in un modo molto strano, il Merda tiene il suo braccio sotto il fianco della fidanzata e dato che egli è più basso di statura rispetto a lei, è costretto a tenerla ripiegata su di lui, quindi a dare l’idea, a chi li stia guardando, “di camminare sorreggendola, come se fosse impedita” - sottolineo quest’ultima frase, variante plebea di Orfeo mentre conduce Euridice fuori dagli Inferi, Ombra dell’al-di-là, e tuttavia ancora claudicante per la ferita al piede, infertale dal rettile che l’ha uccisa” (136). Leggendo di seguito tutti gli Appunti che si riferiscono alle scene della Visione notiamo che ogni messa in scena di eventi, di allegorie o di personaggi, è sempre posta in una posizione iniziale che prevede dunque un rinvio ed una sospensione di qualsiasi conclusione. “La rappresentazione non gode di nessuna stratificazione, né psicologica, né memoriale, né temporale: vive solo di se stessa, della propria visualità. Diciamo: del suo darsi-a-vedere, il che la apparenta alla scena del sogno, la cui caratteristica fondamentale è proprio la bidimensionalità, l’assenza totale di profondità. Pulsione di morte e pulsione del prima dell’origine non possono che dirsi nei termini di un’incoatività senza fine” (137). All’allegoresi negativa della Visione del Merda, propria della modernità, Pasolini vorrebbe opporne un’altra, per restituire ai gesti il ricordo della sacralità perduta. Egli vorrebbe tentare di re-mitizzare il mondo intero. In questo senso “l’allegoria, nel suo aspetto salvifico e redentivo, dovrebbe strappare i gesti alla storia e serbare intatta la memoria del significato originario e perduto” (138). Il recupero dell’origine è ottenuto dall’autore invocando la morte, poiché è la morte che permette di ricostruire il degradarsi del presente in un passato che sia inalterabile. I Modelli che fanno parte di ogni singola Visione rappresentano i gesti imitativi dei giovani che fanno parte dell’omologazione, giovani anch’essi ‘sdoppiati’, che hanno cioè il loro doppio dall’altra parte della strada, che altro non è se non un’altra loro possibilità di essere e di vivere all’interno della società. L’autore sembra quasi voler ribaltare un messaggio evangelico per far affiorare a tutti i costi nello spettatore, e dunque in noi lettori, la coscienza del male, coscienza che dovrebbe renderci in grado di acquisire una vera e concreta capacità critica. Siamo perfettamente in sintonia con le parole del critico Pezzella quando afferma che “In Petrolio, i miti e i linguaggi dell’omologazione sono ripetutamente ‘messi in gioco’, e cioè braccati tenacemente finché al loro interno non emerga l’insignificanza assoluta, l’oppressione più attonita” (139). Ovviamente non avremo più l’eroe sacrificato che inscena il suo pathos ed il suo combattere per il nulla ma il nulla, al contrario, emerge dall’irrisione, dal ribaltamento delle situazioni. Verso la fine del racconto della Visione Pasolini ci confessa come sia stato difficile narrarla e come ciò gli sia costato angoscia e fatica. Ci ricorda inoltre come sia difficile vivere in un mondo, quello appena raccontato, dove non si sia più capaci di volgere alle cose uno sguardo di amore o di curiosità. Così egli vedeva quei giovani, apatici ed incapaci di osservare una qualunque cosa con amore. “Ai politici non gliene importa niente dei poveri; agli intellettuali non gliene importa niente dei giovani. E quindi non solo non soffrono a causa del loro cambiamento, ma, appunto, non se ne accorgono nemmeno” (140); questa è una frase di Petrolio, un pensiero dell’autore, rammaricato, sconsolato, ma non è il suo modo di agire. Lui si era accorto del cambiamento, e ne soffriva. Allo stesso modo Carlo, il nostro protagonista, al risveglio dalla Visione sente sprofondare la terra sotto ai suoi piedi e nel ripensare a tutto ciò che ha visto ed a quanto è accaduto ha un solo pensiero: il rammarico che tra tutti quei giovani incontrati non ve ne fosse nemmeno uno che aveva avuto nei confronti di qualcuno o di qualcosa uno sguardo d’interesse o di tenerezza. In
Petrolio
vi sono anche alcune parti nelle quali l’autore si dedica alla descrizione
ed al racconto di noti fatti e di personaggi politici del suo tempo. Li
definisce ‘i narratori’, gli uomini che stanno al governo. Parla del caso
Mattei, l’esponente più importante dell’Eni, l’uomo che fu capace
di portare l’Italia ad un livello internazionale, attraverso il petrolio
e l’economia.
Nell’Appunto 82 abbiamo il “Terzo momento basilare del poema”. Carlo entra nel suo appartamento ormai vuoto e abbandonato e sente una strana leggerezza nel petto contemporaneamente ad un peso all’altezza del ventre. Corre davanti allo specchio e si accorge che il suo petto è nuovamente senza seni e che ha nuovamente il suo membro virile. Decide di telefonare ad una clinica, decide di farsi castrare. Non accetta più la sua condizione di un tempo ma neanche quella femminile. Dopo aver vissuto continui cambiamenti decide di volersi lasciar vivere in una fase ‘liminale’, di sospensione tra l’uno e l’altro stato. Vede questa castrazione come un grido di libertà… dal sesso… dal mostro del potere. Il peso del potere è troppo forte da sopportare, più gravoso di quello della frantumazione. Una frantumazione che continua ad avere seguito nel romanzo che, anzi, sembra quasi prendere forma da tale disgregazione.“La mia vita è soave, Nell’Appunto 99 “Storia di mille e un personaggio” un secondo narratore comincia col fare una premessa al suo dramma. Ci avvisa che questo è il romanzo per eccellenza in cui vi è stata prima di tutto una trasformazione sessuale attraverso la quale indagare la società e i suoi meccanismi di potere tramite i due diversi ‘poteri’ freudiani: maschile e femminile, le due simbologie di vita. Il narratore divide in due un unico personaggio, ma insoddisfatto da ciò che aveva creato decide di rimpastare i due personaggi in uno solo ottenendo così il Dio di Saulo che però non poteva non presentare i segni della “manomissione storica che aveva subito” (142). Saulo viene nuovamente smembrato e da tale operazione si creano vari personaggi, una folla di personaggi. Per il modo in cui il narratore ce li descrive essi sembrano davvero rappresentare il concetto di ‘disordine’. Ma cosa si oppone a quel disordine? Il narratore stesso, lui è il vero antagonista. L’autore infatti ha operato una scissione anche di se stesso , anche se in realtà egli non voleva affatto un dualismo borghese né “una contraddizione superata da una sintesi” (143). A questo punto, attraverso il racconto di questi molteplici sdoppiamenti abbiamo il chiarimento di parte del romanzo in sé. L’autore infatti ci chiarisce che il suo è un romanzo che non procede a ‘schidionata’ ma a ‘brulichio’, e che tale romanzo è ormai pronto. Il testo sta assumendo finalmente una forma, con delle leggi da rispettare. Pasolini ci avvisa che se non avesse preso coscienza di due importanti fattori la stesura di Petrolio sarebbe continuata come prima. Il primo dei due fattori è che nel progettare e nello scrivere questo romanzo egli è stato colto da uno stato allucinatorio che però non riesce completamente a distinguere dalla mera realtà. Quale dei due stati d’animo è la vera vita? Quale è invece solo una pirandelliana pupazzata? Ai lettori la ricerca della risposta. “Non so se realmente una struttura formale comprenda tutta la realtà di un libro. Su tale identificazione non avrei la certezza di Sklovskij, anche perché ogni unità, a quanto pare, è sempre risultata idealistica.. per esempio l’intera presente opera è divisa nettamente in due parti (in senso strutturale perché, lo ribadisco, io non sto scrivendo una storia reale, ma sto facendo una forma): la prima parte è un blocco politico imperniato sulla lotta del potere contro l’eversione fascista… divisione di forme che può dunque nascere dalla dissociazione, e la morte. Nel secondo caso si ha il disordine, e la vita”. (144) L’ordine per Pasolini rimanda dunque alla morte, all’omologazione degli individui, alla loro sottomissione alle leggi della volontà di una società che rende gli uomini servi, sudditi incondizionati, mentre il disordine rappresenta il sovvertimento di tali leggi, la rivoluzione interiore dell’umanità che vuole ancora lottare per preservare la propria dignità. Annunciando di stare per iniziare a scrivere la seconda parte del romanzo l’autore ci spiega che ciò che ha precedentemente scritto fa parte del passato, anzi è il passato, in cui vi è “il genocidio operato dal Potere tra la classe operaia e comunque povera, attraverso l’imposizione di nuovi Modelli, i quali, trasformando radicalmente gli operai e i poveri, li avevano fatti sparire letteralmente dalla faccia della terra”. (145) Ci si chiede allora, se la classe operaia non esiste più, come sia possibile una lotta. Si risponde che il Potere ha la capacità di far sparire tutto. D’ora in poi il racconto non tratterà più di Carlo ma di una serie di nuovi personaggi. Seguono otto Appunti dal titolo “I Godoari”, narrano la storia di una visione che però risulta essere a noi lettori poco chiara ed offuscata. L’unica cosa che con certezza possiamo dedurre è che non siamo in un deserto, ma in una savana al confine con una foresta. Vi è una descrizione del paesaggio ma non compare nessuna forma di vita tranne che delle api sull’orlo dell’acqua “ferma e leggermente putrida” (146).
Discutendone a lungo con Graziella Chiarcossi siamo giunte alla conclusione che probabilmente quello sarebbe stato uno dei punti su cui l’autore avrebbe messo nuovamente mano per conferirgli una forma ed una spiegazione più esauriente. Grazie alla ricerca del critico Walter Siti sappiamo però che i Godoari furono un mitico popolo barbaro che si insediò nella pianura padana intorno ad una villa abbandonata e che “sono i protagonisti di un racconto di Anna Banti, “La villa romana”, compreso nel volume Je vous éscris d’un pays lointain che Pasolini ricorda sul settimanale “Tempo” recensendo un altro libro della Banti, La camicia bruciata. (147) Qui vi è più che mai, da parte dell’autore, una forte presa di coscienza che tutto stava subendo un forte ed inarrestabile mutamento. Anche la Chiesa era cambiata, assumeva solo la sembianza “del potere di Stato… la vita era più avanti della coscienza”. (148) Tutti gli antichi valori così cari al nostro autore erano stati riposti nel dimenticatoio e nessuno aveva il coraggio di dire che a sostituirli erano stati i valori del superfluo. Si continuava a fingere. Nell’Appunto 131 “Nuova Glossa”, Pasolini ci rimanda a due precedenti Appunti, il 37 “Qualcosa di scritto”, il 98 ed il 103. Sono gli Appunti che si riferiscono alla sua ambizione di costruire una forma: “con le sue forme autosufficienti, piuttosto che scrivere una storia che si spieghi attraverso concordanze, più o meno ‘a chiave’, con la pericolosissima realtà”. (149) Ci rimanda a questi Appunti con orgoglio, quasi fosse consapevole che il suo ‘legare per frammenti’ stesse riuscendo in pieno. Ci parla di nuovi versi che vorrebbe inserire stavolta non in greco ma in giapponese. Tali parole sarebbero risultare ai nostri occhi chiaramente illeggibili ed in tal modo ne sarebbe stata evidenziata solo… la forma. Chissà se proprio questa parte, mai realizzata, illeggibile, sarebbe stata quella più rivelatrice di tutto Petrolio?! Dopo essersi fatto costruire una villa nel Canavese, Carlo, protagonista lacerato, dice: “Sono felice. La mia vita è tanto pari al mio sogno: il sogno che non varia: vivere in una villa solitaria, senza passato più, senza rimpianto: appartenersi, meditare… Canto l’esilio e la rinuncia volontaria”. (150) La vita sdoppiata e frantumata di Carlo, il Petrolio simbolo del Potere, i fatti narrati, le meditazioni, i frammenti… finzione o realtà? Rispondiamo con Pasolini stesso e con la sua Appendice posta in calce a Petrolio: “Il carattere frammentario dell’insieme del libro, fa sì per esempio che certi ‘pezzi narrativi’ siano in sé perfetti, ma non si possa capire, per esempio, se si tratta di fatti reali, di sogni o di congetture fatte da qualche personaggio”. (151) Non ci resta che accettare il gioco, leggere il romanzo e farci personaggi. Solo così potremo scoprire ciò che c’è da capire, e soprattutto se questo qualcosa c’è davvero o altro non è se non il nulla, o se al suo posto c’è solamente un universo di domande alle quali l’autore avrebbe voluto che ogni lettore rispondesse ‘dal di dentro’ della sua opera. |
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di Simona Consoni Per qualsiasi comunicazione, richiesta o informazione, si prega di prendere contatto con l’ Autrice © 2006 - Tutti i diritti riservati |