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Simona Consoni P e t r o l i o 3.2. Petrolio : una letteratura nuova L’era
moderna è stata spesso caratterizzata da un dilagante impoverimento
di contenuti a discapito della scena letteraria.
Questa nuova figura presuppone innanzitutto un decisivo cambiamento del punto di vista: non si considera più l’habitus dello scrittore, ma, soprattutto, non lo si considera più da un punto di vista soggettivo ed individuale. Quella dello straniero interno, così come ci viene accuratamente descritta da Sandro Bernardi, è una figura la cui definizione si ha a partire dal punto di vista della collettività. Quest’ultima porta con sé un corpo estraneo, il diverso, che sottolinea continuamente la propria differenza proponendola in ogni azione o parola. In realtà è la figura del profeta, di colui che fa accrescere le incertezze, che minaccia, che accusa e che grida con tutta la voce a sua disposizione. È un ribelle, un istintivo, un provocatore, una figura sovente scomoda per la società, poiché costringe alla riflessione e funge da monito per la collettività, obbliga gli individui a voltarsi, a guardarsi indietro prima di agire nuovamente e a ravvedersi. Il registro linguistico di cui si serve è oscuro, non chiarisce, non delucida ma critica e condanna. A tale proposito Bernardi osserva come Pasolini si serva sempre del mito e della religione come materie attraverso le quali enunciare le proprie profezie. L’autore non se ne serve per spiegare o per chiarire ma, al contrario, per mettere in evidenza i dati incomprensibili ed oscuri, l’alone di mistero che possiamo trovare nascosto dietro gli eventi più quotidiani e comuni.
Vico ci parlò dell’infanzia come epoca dell’innocenza e della creatività. Secondo il filosofo tale età coincide con l’età poetica, nella quale l’uomo trasforma i miti dell’età divina in fantasia. Anche per Leopardi l’infanzia è un periodo storico irrecuperabile, ed una volta che viene meno il concetto di tempo l’infanzia non è più un tempo – luogo ma soltanto il luogo dell’essere. È un’esperienza che non si conclude, anzi è l’età metafisica per eccellenza, nella quale gli uomini percepiscono i grandi misteri della vita tra cui la morte. Questi vengono espressi dal crescere e dal passare del tempo. L’infanzia è un fenomeno che non finisce, ma che può essere soffocata, ed in questo caso si lega molto al carattere della memoria e a quei meccanismi di regressione o di rimozione scoperti dalla psicoanalisi. In Leopardi il ricordo è sempre consapevole, mentre per i Decadenti lo è solo a volte, perché più spesso è un’operazione inconscia. Secondo questi ultimi il tema della morte si profila durante l’infanzia e produce l’esorcismo, un atteggiamento che può essere sadico o masochistico. La morte viene percepita e, allo stesso modo, si percepisce la realtà con la consapevolezza del limite di essere un frammento. “Sono fine ma anche principio”, avrebbe detto Kafka. Cade definitivamente la visione umanistica dell’antropocentrismo. Il poeta dell’infanzia per eccellenza, tra i contemporanei, è sicuramente Giovanni Pascoli. Egli vede questa fase della vita degli uomini come la più felice, la più eterea ed incontaminata. Afferma che l’unica possibilità che ha l’uomo per poter continuare a vivere è quella di “chiudersi” nella famiglia, nel proprio nido, una cellula primaria di conforto, caldo e morbido all’interno, respingente e pungente all’esterno per permettere di difendersi. Pascoli fu un motivo di grande ispirazione per Pasolini, che sulla sua poetica compose la propria tesi di laurea. Tornando alla figura del profeta egli non è nient’altro che un “retore straniero in casa, la cui retorica è legata ad una concezione negativa del sublime”. (167) Lo stesso Bernardi ci fa notare che la migliore definizione di se stesso come autore e profeta l’ha data Pasolini nella poesia che Orson Welles legge nel film La ricotta: In questa poesia si ritrovano quasi tutte le figure retoriche care alla produzione pasoliniana: l’anafora, il ripetere la stessa parola o espressione all’inizio di frasi o di parti di frasi, o di più versi consecutivi (“su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo”); la metafora, una similitudine abbreviata, per la quale a un termine proprio si sostituisce un altro termine legato al primo da un rapporto di somiglianza (i “fratelli che non sono più”); e la sineciosi, la più amata da Pasolini e detta anche ossimoro, che consiste nell’accostare, nella medesima espressione, parole di senso opposto (“io, feto adulto”).“Io sono una forza del passato Le
forme di scrittura che progressivamente si sviluppano e prendono vita nel
comporre dell’autore sono soprattutto l’allegoria e la parodia. Se la prima
è utile per oscurare i significati, per mantenere intatto l’alone
di mistero, la seconda si usa solitamente per chiarire, per semplificare.
Se ne deduce “un ossimoro” non all’interno di una frase ma all’interno
di un vero e proprio modo di fare letteratura. La scrittura di Pasolini
risulta essere dunque stratificata e, spesso consapevolmente, una riscrittura.
Un realismo che non rimanda mai direttamente alla realtà ma ad una
precedente rappresentazione di questa. La realtà non è altro
che il segno, il simbolo di un’altra realtà soggiacente. In Petrolio
l’autore dice: “quest’opera fa riferimento soltanto a se stessa. Magari
fa riferimento a se stessa attraverso la realtà”. (169)
Sia la parodia che l’allegoria indicano due forme di metascrittura, fondamentali
per immergerci nell’ambiguità e nella doppia natura di Petrolio
e delle sue vicende.
Riscontriamo essere analoghi lo stile, il pensiero e la produzione letteraria di un altro dei più grandi artisti di genio del Novecento, Andrea De Chirico, che nel 1914 a Parigi decise di cambiare il proprio nome assumendo quello di un poligrafo francese dopo averlo italianizzato in Alberto Savinio. Personaggio versatile, duttile, ironico e discontinuo, frutto del suo essere apolide ( sia lui che il fratello Giorgio De Chirico si spostavano continuamente da una città all’altra in compagnia della madre). L’essere apolide influisce inevitabilmente anche sullo stile, che diviene eclettico e permeato da un interessante plurilinguismo. Molte affinità dunque con il nostro Pasolini. Anch’egli fu, in un certo senso, un nomade. Nato a Bologna nel 1922 si trasferì presto in Friuli dove vi trascorse tutta l’infanzia e la giovinezza per poi spostarsi a Roma durante gli anni Cinquanta, dove rimase sino al momento della sua morte.
Allo stesso modo che per Savinio anche in Pasolini la figura retorica che maggiormente definisce la sua arte ed il suo stile è l’oximoron, l’accostamento di elementi contrari. Entrambi gli autori avevano letto ed ammirato Sade, l’uomo che aveva combattuto per la liberazione dell’uomo dai tabù sessuali e che comprese che tutti i regimi autoritari reprimevano inevitabilmente tutti i desideri e le pulsioni degli individui. Sono molte e profonde le affinità che abbiamo riscontrato tra Savinio e Pasolini. Ciò che il primo aveva previsto il secondo ha ribadito ed inverato nella sua ultima opera: la perdita, intesa però come liberazione, di una visione antropocentrica e rassicurante per l’uomo. La coscienza umana di dover convivere con un’identità scissa e con una dignità messa a dura prova da un nuovo, imperante e subdolo Dio: il potere di una società massificata ed imperniata sui valori dell’omologazione. Valori che un Pasolini deluso descrive, facendone inconsapevolmente un’odierna allegoria. Infatti, se l’allegoria altro non è se non l’anticipazione storica di una verità adempiuta, il nuovo mondo che il nostro autore ha assaporato è divenuto il mondo dei giorni nostri, in cui alla parola omologazione sostituiamo quella più attuale, ma dal medesimo significato, di globalizzazione. Lo scrittore vuole però portare avanti la sua battaglia, e lo fa dall’interno, partendo dalla letteratura. Egli non s’illude di poter abbattere così facilmente le barriere letterarie dei generi e della scrittura e di potersi finalmente rivolgere al lettore come se davvero stesse dialogando con lui. Ogni scelta, ogni indirizzo preso sarebbe pur sempre un genere e, quindi, letteratura. “È solo in un continuo slittamento di stili e di formule che lo scrittore riesce a farsi appena intravedere nudo, come nelle fotografie predisposte per il libro incompiuto, Petrolio, immagini che sarebbero state, appunto, tavole fuori testo… Sotto questo punto di vista Petrolio è già concepito e strutturato come un libro postumo, in cui il senso sta solo nella violazione di tutti gli stili impostati”. (171) La tecnica usata è quella di istituire una determinata forma di scrittura da abbandonare immediatamente, per essere condotti in uno slittamento del quale non si intraveda la fine. |
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