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Simona Consoni P e t r o l i o 3.3. L’opera poetica e l’opera interrotta Accogliendo ed unendoci al pensiero dello studioso Rino Genovese possiamo affermare che anche da un testo come quello di Petrolio sia fattibile estrapolare una poetica. La tesi di Genovese, alla quale noi aderiamo, è che mentre il generale discorso sull’allegorismo sembra legato soprattutto a quello del plurilinguismo e dell’espressionismo, Petrolio compie invece il tentativo di creare una soluzione diversa. Cerca, in sostanza, di proporre un’allegoria post-plurilinguistica e post-espressionistica. L’aspetto cruciale della sua allegoria è “il passaggio dalla forma autoreferenziale al momento eteroreferenziale, il tentativo di bucare le leggi della letteratura attraverso l’introduzione di una dimensione allegorica che in definitiva è contenutistica, perché ha una forte connotazione di pessimismo morale radicale e di diagnosi critica sulla società. Per questo Pasolini utilizza l’allegoria non come gioco di letterati, chiusi dunque nei loro plurilinguismi, ma come tentativo di andare oltre”. (172)
Abbiamo
dunque constatato come sia possibile riscontrare anche in Petrolio
una forma di poetica. Diciamo ‘anche’ perché Petrolio non rientra
nella cerchia delle opere più comuni o più semplici da analizzare.
Il nostro romanzo è, innanzitutto, un’opera non finita, quindi interrotta.
A tale proposito è nota l’affermazione di Valéry sull’opera
letteraria la cui figura storica sarebbe soltanto il prodotto di un’interruzione
poiché un’opera non è mai compiuta (achevée)
ma semplicemente interrotta (interrompue)”. Ovviamente l’interruzione
più appariscente è quella provocata dalla morte dell’autore,
come nel nostro caso.
Seguendo la tesi di Agosti, nell’incompiuto di Pasolini il soggetto scopre una parte importantissima del suo essere psichico: le pulsioni simmetriche e complementari che fanno capo alla pulsione di morte e a quella di reinfetazione, ossia del ritorno al prima dell’origine. La prima è raffigurata nella scena del pratone della Casilina e nell’episodio in cui avviene l’incontro con Carmelo, la seconda invece nelle scene raffiguranti l’incesto. Tutto questo emerge dalle raffigurazioni successive o parallele, come quella degli Argonauti e del viaggio verso est che rappresenta l’oriente e dunque la nascita della civiltà, o come quella dei Godoari e del viaggio verso ovest che, al contrario, rappresenta la fine della civiltà per Pasolini e che è quindi da riallacciare alla pulsione di morte. La “convergenza centrale” sarebbe, secondo il critico, la Visione apocalittica di cui è testimone il Merda-Orfeo. “Ebbene, a partire da questa struttura fondante, il Soggetto può liberare tutta quell’immensa digressione che è la vita. Pluralità degli stili e molteplicità dei registri discorsivi non promanano per nulla da volontà di sperimentazione: semplicemente tendono a restituire, con la maggior fedeltà possibile, quello che l’autore chiama il “brulichio” della vita”. (174) La scrittura del romanzo è, secondo Agosti, una scrittura di tipo testamentario. Questo per due motivi fondamentali: primo fra tutti quello di aver messo in scena la pulsione di morte e quella del prima dell’origine; secondo l’aver trasformato in destinatario il Soggetto stesso della scrittura, atto che ha comportato il riconoscimento da parte del destinatario che egli non è più il depositario di memorie o emozioni, ma di ciò che Agosti definisce un “sovrappiù” di qualcosa, che altro non è se non il corpo morto inscritto nel testo. È proprio in questo modo che il libro si svincola dalla sua normale condizione di finzione letteraria per assumere quella di un vero e proprio evento di vita. Dopo
aver tentato di chiarire gli aspetti più determinanti della poetica
di Petrolio, sarebbe interessante avventurarci nei meandri del suo
stile, crepitante, sanguigno e folgorante. Eppure a Pasolini non piaceva
l’idea di dover essere compreso, etichettato, studiato e salvaguardato
sulla base del suo stile. Era un punto dolente, quello dello stile. Non
sopportava di far parte di una razza protetta di scrittori e di letterati
come una “bestia da stile”, che sarà il titolo della sua ultima
tragedia. Non tollerava che la sua passione ideologica venisse strumentalizzata
e usata come una pedina per comprendere il suo stile.
Noi, rispettando le volontà ed i pensieri dell’autore, non vogliamo rivolgerci a lui come ad una bestia da stile, né tentare di “scarnificare” lo stile di Petrolio, che è oltretutto molto eterogeneo e complesso. Ciò che, però, possiamo rilevare durante la lettura e soprattutto alla fine di questa, dopo aver ‘metabolizzato’ il più possibile il testo, è che Pasolini demanda alla parola ed al suo ruolo affabulatore il compito di trasferire nei simboli il mistero della realtà. “Io non posso concepire nulla che esuli dal sentimento del mistero. Non trovo mai naturale la natura. Per me i personaggi, gli oggetti e i paesaggi sono sempre antinaturali, cioè segreti”. (176) La sua semiologia, il suo modo di scrivere e di fare letteratura è drammaturgia dell’affabulazione, una necessità di svolgere un racconto interiore senza alcun pudore. Un racconto che sia in grado di provocare un’azione sino ad un limite irraggiungibile, quasi oltrepassandolo e ritornando nuovamente alla ‘Parola’.
Concordiamo con Onofri nell’asserire che per poter davvero giungere a descrivere la borghesia il nostro autore avesse bisogno di uno scatto, di un trauma da provocare. Il trauma, lo scandalo viene provocato in un modo molto semplice: mettendo il mondo borghese a confronto ed a contatto con il senso del sacro. Carlo vede il proprio corpo steso a terra partorire un nuovo feto dal quale nasceranno due facce della sua stessa personalità. Il tipo di discorso dinnanzi al quale siamo posti, leggendo Petrolio, non è più il discorso libero indiretto che l’autore era solito usare nei romanzi di affinità e solidarietà con il popolo. Nel nostro caso egli ricorre ad una lingua, lo afferma nella lettera a Moravia, usata solitamente per la saggistica, o per gli articoli di giornale. È, questa, una caratteristica stilistica che possiamo rinvenire in tutte le opere appartenenti a questa specifica fase. Un altro “motivo” ricorrente che il critico Sandro Onofri rileva in Petrolio come nelle opere che fanno parte dell’ultima produzione pasoliniana, quali Teoremae Porcile, è quello del deserto, simbolo di solitudine “e insieme della negazione della storia, cui l’uomo ricorre non per cercare il vuoto, ma quando scopre il vuoto dentro e intorno a sé: ci corre in mezzo il cannibale Pierre Clementi in Porcile e Massimo Girotti, l’industriale lombardo di Teorema… come se da lì, da quella situazione di vuoto, di nudità, dove tutti i pregiudizi e i classismi e le culture sono definitivamente cadute, Pasolini volesse (ri)cominciare”. (178) È il deserto dell’anima, il deserto nel quale si trova catapultata la sensibilità di uno scrittore che non riesce ad accontentarsi di un’oasi per mettere a tacere la propria indignazione e ripugnanza. Ma è anche il simbolo del vuoto rimasto dopo la definitiva crisi e cancellazione della rappresentazione. Stiamo parlando dell’orrore sociale che genera una forte ripugnanza anche sul suo piano tematico e formale dove possiamo rinvenire delle “sterzate” di stile. A questo possiamo ricondurre l’ostilità dell’autore nei confronti di ogni simbologia che riguardi o sia connessa al mondo del potere, atteggiamento comprovato dalla citazione, posta nella pagina precedente all’inizio degli Appunti, di Osip Mandel’stam: “Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”. È proprio questa consapevole e voluta estraneità al mondo del potere che giustifica, all’interno del romanzo, la mancata descrizione dell’ambiente dove vive Carlo. L’autore parla così: “Provo una profonda ripugnanza a fermarmi con la fantasia, per poterne scrivere, sul quartiere dove abitava Carlo, Vigna Clara […] Ecco, ciò che mi respinge rovinosamente indietro da quell’ambiente è la mancanza di un alone in cui esso sfumi e si deformi, oppure di una zona libera in cui possa contemplarsi e analizzarsi […]”. (179) L’autore non accetta compromessi, Pier Paolo Pasolini non li ha mai accettati, ed in Petrolio il suo carattere si erge più corazzato e intransigente. Quando ancora il romanzo era soltanto nella cassaforte della mente del suo autore, in una delle poche dichiarazioni a proposito, egli aveva asserito che vi avremmo trovato anche dei personaggi a livello popolare “quasi inarticolati, nemmeno più con dialetti perché i dialetti ormai sono finiti con questa lingua orrenda dei comunicati del telegiornale, della pubblicità, del recitativo ufficiale…”. (180) Tuttavia in Petrolio non sentiamo parlare i venti ragazzi del pratone casilino e la descrizione è soprattutto virgolettata dalla voce narrante. Conveniamo con Maria Antonietta Grignani nel tradurre queste ‘spie’ narrative in una monovocalità supportata da una fortissima malinconia che produce una pluridiscorsività sociale inesistente. "Questo è il risvolto stilistico della perdita di armonia tra scrittore e società, del pasoliniano “nulla sociale”. (181)
Leggendo questo romanzo e vivendo la sua genesi si ha infatti l’impressione di trovarsi, estasiati, dinanzi al quadro di Munch, L’urlo. Pasolini urla l’impossibilità di creare uno stile che sia in sintonia con la società. Una società alla quale, volente o nolente, egli appartiene, ma nella quale vive da escluso, male integrato. L’odierna invivibilità dello stile comincia per lui dove ha inizio la piena vivibilità del mondo. Il linguaggio del romanzo viene definito da Stefano Agosti come evenemenziale, dunque volto alla registrazione di eventi singoli più che all’analisi delle strutture che li provocano o che li condizionano. Non è solo il discorso ad essere entrato in crisi, lo è anche la forza della rappresentazione. È questo che si cerca in Petrolio: la rappresentazione e, più precisamente, quella che sia in grado di descrivere l’interminabilità della parola, la sua frantumazione, la sua non-finitezza. Ci troviamo di fronte ad un romanzo incompiuto, forse appena iniziato, un testo fluviale, una proliferante agglomerazione fisica di parti non risolte. Questa è quella che noi definiamo la “fisicità” di Petrolio, il suo aspetto esteriore. I futuri lettori si accorgeranno che quanto detto corrisponde alla struttura del testo, alla sua composizione, e si scontreranno presto con le difficoltà d’interpretazione di un magma ancora incandescente. Come si sarebbe conclusa quest’opera se il suo autore fosse sopravvissuto? L’avrebbe modificata? Ciò che noi abbiamo letto e studiato sono solo appunti e bozze che gli sarebbero tornati utili per una definitiva stesura che sarebbe stata priva, alla fine, della frammentarietà di cui tutto il romanzo è permeato? Queste sono domande alle quali non è facile dare una risposta certa, ma a noi non interessa parlare di certezze, perché una cosa, leggendo Petrolio, abbiamo compreso: che la certezza non è mai una virtù. Pasolini, durante la composizione del romanzo, non ne aveva più nemmeno una se non quella, probabilmente, di aver per sempre chiuso con il mondo delle certezze e della verità. È vero, egli parlava di un testo monumentale che avrebbe dovuto ammontare a duemila pagine. Noi possiamo leggerne solo seicento. Sono poche per esprimere un giudizio, ma noi non vogliamo giudicare, vogliamo dialogare, tentare di creare un dialogo virtuale con il libro, con la sua struttura, con i critici, con l’autore stesso che non abbiamo più. Aveva ragione l’inseparabile amico Alberto Moravia a gridare al suo funerale: “Abbiamo perso un poeta, e di poeti ne nascono pochi in un Secolo!”. Noi lettori oltre ad aver perduto un poeta civile, un “continente letterario”, abbiamo perso l’opportunità di parlare con lui di Petrolio e di capire come, veramente, egli lo avrebbe terminato, quale sarebbe stata davvero la forma che desiderava per quella che da tempo definiva la sua “ultima opera”. Dinanzi all’irrecuperabile mancanza dell’autore si possono solo delineare delle ipotesi, ed impegnarsi il più possibile a metabolizzare le frasi, le parole, i frammenti e ciò che si può scorgere dietro di essi qualora ci si armi di una lente di sensibilità ed umiltà.
La nostra tesi è che Petrolio non sia una prova di scrittura o un’insieme di bozze e appunti in vista di un’omogenea sistemazione. La nostra tesi è che il procedere per Appunti, per frammenti non corrisponda ad un caso ma, al contrario, ad un disegno ben preciso. Quello di presentarci l’impossibilità della rappresentazione, l’incomunicabilità più esasperata, la frantumazione della coscienza e della stessa vita. A chi parli o abbia parlato di un non-romanzo, di un non-libro, noi rispondiamo che Petrolio è un romanzo e, quindi, un libro a tutti gli effetti. Ma è un romanzo che rispecchia l’epoca nella quale è composto, un periodo storico nel quale l’unico modo per comporre un romanzo era, forse per Pasolini, proprio quello di cui Petrolio è l’esempio. Il magma narrativo, la nuvola d’inchiostro nero che il testo ci propone non è, a nostro parere, una casualità. Semmai è l’ipotesi di un caso, l’esempio di un nuovo modo di fare letteratura, o di non farla, di smontare persino il linguaggio letterario. Sono ipotesi, ma questa è la nostra. Lasciamo il posto al romanzo, alle parole dette e a quelle taciute, alle grida di sdegno e di denuncia e ai profondi silenzi, ai quali le parole oramai non servono più. .“L’intelligenza non avrà mai peso, mai, . Premessa Petrolio
fu l’ultima opera scritta da Pier Paolo Pasolini. Il libro venne pubblicato
diciassette anni dopo la morte dell’autore e presentato in anteprima il
24 ottobre 1992 presso la “Sala Ferri” del Gabinetto scientifico
letterario G.P. Viesseux. Nonostante il tempo trascorso dall’uscita del
romanzo ad oggi, abbiamo dovuto prendere atto del povero interesse che
la critica letteraria ha posto nei confronti di un’opera così complessa
ed al contempo folgorante nella struttura e nel contenuto.
Ci siamo avventurati nell’impresa Petrolio con coraggio e profondo interesse. Abbiamo tentato di comprendere e di analizzare l’opera per quanto a noi possibile, consci delle difficoltà che un testo incompiuto e così altamente magmatico e frammentario avrebbe potuto presentarci. Nonostante ciò ci siamo immersi nell’ultimo “mare” narrativo di Pasolini e, privi di remi o di scialuppe, siamo rimasti lì, cullati dalle onde, intravedendo appena la riva. Ecco, la distanza che ci separa dal toccare la terraferma è la stessa che ci divide dal giungere ad una risposta critica certa, valida per sempre. La lettura del romanzo ci lascia tuttora un’eredità di dibattiti aperti o, meglio ancora, da riaprire. La prima domanda che ci viene in mente riguarda, innanzitutto, la decisione di pubblicare un simile testo. In parole povere, era giusto pubblicare Petrolio? E, ancora, lo si può considerare come vero e proprio romanzo oppure è soltanto un esempio di “abbozzo” letterario? L’ultimo quesito è, per rimanere dalla parte del nostro autore, la summa o la sintesi dei primi due: quanto vale realmente questo libro? Prima
di trarre le nostre particolari ed intime conclusioni, ci pare opportuno
mostrarvi alcune risposte che sono già state date a proposito da
quella che, nell’ambito della nostra tesi, abbiamo definito col termine
di “Prima” e “Seconda” critica.
Ci proponiamo di segnalare in ordine cronologico i passi più significativi e le risposte più esaurienti alle nostre domande contenute in alcuni tra i commenti giornalistici che abbiamo reperito, raccolto ed analizzato con pazienza e cura, ed intitoliamo questo paragrafo “Breve antologia della critica”. |
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