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"Pagine
corsare"
Teatro
Bestia da stile
di Pier Paolo Pasolini
Recensione di Lea Durante,
Liberazione 27 aprile 2006
È uscito nel 2005
Bestia
da stile
(edizioni Palomar), il testo teatrale al quale Pier Paolo Pasolini
lavorò a più riprese a cavallo del '68, oggi pubblicato con
un saggio introduttivo di Pasquale Voza. Una riflessione sulla difficoltà
di raccontare i conflitti della modernità.
Pasolini e l'impotenza
del poeta
di fronte al mondo
di Lea Durante
Nominare Pasolini, evocarne
la figura come coscienza poetica e profetica della tarda modernità,
a partire dal successo senza flessioni degli Scritti corsari, del
cinema, o di opere come Ragazzi di vita e Le ceneri di Gramsci,
è divenuto un dato addirittura sociologico della cultura italiana
da trent'anni a questa parte. Almeno dalla morte dello scrittore che aveva
fatto dello scandalo della poesia il proprio modo di stare al mondo, incarnando
una dimensione identitaria segnata dalla più irriducibile diversitù,
dall'ipertrofia dell'io intellettuale che produce sofferta, vaticinante
conoscenza dell'universo orrendo del presente, attraverso l'esibizione
del titanico antagonismo del passato arcaico e del sacro.
Progressivamente iconizzato,
ancor più che canonizzato, come super-io collettivo dell'Italia
contemporanea, anche in virtù dell'allusione cristologica sempre
presente nella sua vita e definitivamente fissata dall'immagine della sua
morte, Pier Paolo Pasolini è anche per questo un autore da leggere,
da incontrare magari nei suoi testi meno circolanti, quelli che più
di altri possano consentire varchi di contatto col poeta più che
con il suo postumo personaggio.
Una preziosa occasione di
lettura viene dalla pubblicazione di Bestia da stile (a cura di
Pasquale Voza, Bari, Palomar, 2005, € 15,00), il testo teatrale che
Pasolini definì «una autobiografia», e a cui lavorò
con molti ripensamenti e aggiunte, dal '65 al '74. Proprio in quel cruciale
periodo a cavallo del movimento del '68, in cui Pasolini si schierò
contro i giovani studenti borghesi che a suo avviso stavano tradendo la
loro natura di intellettuali, barattandone la radicalità con
il riconoscimento di pochi diritti civili di marca americana, il poeta
andava maturando la propria riflessione sul teatro, proponendo, in sostanziale
sintonia con Alberto Moravia, un «teatro completamente nuovo»,
il «teatro di Parola», per superare i «due teatri tipici
della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro del Gesto e dell'Urlo».
Una esperienza estrema, il teatro di Parola, un estremo atto di fede verso
una comunicazione possibile almeno tra quei pari che soli possono essere
gli intellettuali, autore e pubblico di uguale livello culturale, all'interno
di una dimensione tutta cerebrale, liberata non solo, come è ovvio,
da ogni residuo naturalistico, ma anche da ogni vuota pretesa avanguardistica,
una dimensione in cui sia solo la parola ad affermarsi, misticamente, come
in un rito, un rito culturale, appunto.
E se la rappresentazione
teatrale è come una messa, certamente per Bestia da stile
si tratta di una messa funebre, della celebrazione, tutta pasoliniana,
della fine dell'ossimoro, dell'impossibilità, ormai, come sottolinea
Pasquale Voza nella sua indispensabile e densa introduzione, «di
esprimere e fissare lo sdoppiamento e le opposizioni inconciliabili»,
proprio quelle attraverso cui Pasolini aveva agonisticamente affrontato
e letto la storia. Il poeta, insomma, nel tempo ultimo della sua vita,
fatto coincidere titanicamente col tempo ultimo della storia, è
una bestia da stile, «condannato a un destino di impotenza e afasia»
in cui la propria arte squisita non può che autoriprodursi, faticosamente
e vanamente, legata com'è a un passato senza futuro.
Tarda e iperletteraria,
la scrittura teatrale di Pasolini è apparsa a lungo, almeno al pubblico
vasto, come un'attività cadetta dello scrittore friulano: un'attività,
se non altro, più difficilmente collocabile in quel profilo pubblico
che gli eventi, le opere e lui stesso hanno contribuito a costruire. «Una
voce clamante nel deserto non può usare il microfono», disse
di lui Franco Fortini, sottolineando e ponendo come problema la doppia
natura del poeta coltissimo e dell'opinionista mediatico. Bestia da
stile, invece (nell'emozionante, imperdibile versione del gruppo di
Antonio
Latella, per esempio, dove Pasolini c'è proprio tutto), mostra
come I teatri di Pasolini, per usare la bella espressione di Stefano
Casi, siano una parte coessenziale dell'attività di questo scrittore
talvolta afflitto, per la sua troppa fama, da una certa scontatezza. Il
giovane Jan, (doppio del poeta, e ispirato allo studente che si diede fuoco
durante la Primavera di Praga), in una Boemia edenica come l'amato Friuli,
ripercorre le tappe della sua formazione letteraria e politica, ma al tempo
stesso affronta e subisce l'ingiuria della storia, la guerra, la dispersione
e degradazione degli affetti: attraverso una crudele iniziazione giunge
inerme e senza più identità alla definitiva resa dei conti,
in cui il Capitale e la Rivoluzione se lo contendono, ormai semplice simulacro
di essere umano e di intellettuale. È il Capitale a vincere, nella
«rivoluzione passiva» del presente dove nessun antagonismo
è possibile. E a un vincitore così non servono neanche i
martiri, tantomeno i poeti: «Va beh, mentre tu sogni di andare avanti
io vado avanti -, dice alla Rivoluzione che rivendica la propria ragione.
- [...] Quanto a quest'uomo, se proprio non vuoi perderlo te lo lascio:
ebbro d'erba e di tenebre».
* * *
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Delle
sei tragedie composte da Pasolini a partire dal 1966, Bestia da stile,
che l'autore definì "un'autobiografia" e a cui lavorò fino
al 1974, si può leggere, per la tensione metalinguistica e metateatrale
che la connota in profondità, come la pronunzia estrema e insieme
il ripensamento-disfacimento di un'intera poetica. In questi "versi senza
metrica", destinati a rappresentare l'universo orrendo della mutazione
antropologica e del "genocidio" neocapitalistico, prende corpo una sorta
di prometeismo espressivo e una tensione spasmodica di nominare, rendere
dicibile il "valore primordiale", ma ormai del tutto impraticabile, del
"Regresso", dalla storia alla vita, dalla realtà al mito. La nuova
pubblicazione di Bestia da stile è dell'editore Palomar
di Alternative e contiene un saggio di Pasquale Voza.
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