Teatro
 


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"Pagine corsare"
Teatro

Idroscalo 93
di Vincenzo Morvillo
http://www.dramma.it/

Ivan Castiglione in Idroscalo93 per la regia di Mario GelardiA trent’anni di distanza, Pasolini vive nella sua assenza, si nutre e ci nutre in essa; e per mezzo dei suoi film, dei suoi romanzi, del suo teatro, della sua poesia, dei suoi scritti corsari. Poeta civile, osservatore attento e partecipe dei fenomeni sociali e politici del suo tempo, Pasolini ha colto i sintomi di quella profonda e globale trasformazione storica che stava mutando radicalmente il volto della nostra società. Sempre in bilico tra passione e ideologia, tra cattolicesimo (tradizione) e comunismo - un comunismo, come dice Moravia, «[…] più populista e romantico che marxista, animato da pietà patria, da nostalgia filologica e da riflessione antropologica, radicato nella più arcaica tradizione e, al tempo stesso, proiettato nella più astratta utopia […] fondamentalmente sentimentale, nel senso di esistenziale, creaturale, irrazionale […]» - l’autore di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, sia che usi il linguaggio filmico delle sue immagini poetiche o quello crudo e dilaniante dei suoi romanzi, quello del suo “Teatro di Parola” o quello della sua innovatrice poesia civile - che, per citare ancora Moravia, «aveva tutta l’intimità, la sottigliezza, l’ambiguità e la sensualità del decadentismo e lo slancio ideale dell’utopia socialista» -, che usi la prosa scorrevole e analitica, netta e coltissima dei suoi saggi critici, o quella severa e anticonvenzionale, diretta e profetica degli articoli giornalistici - pubblicati, a partire dal ’73, sul Corriere della Sera, che avevano come tema la società, il costume e soprattutto la politica, e che poi verranno raccolti sotto il titolo di Scritti corsari - ha attaccato con lucidità, senza sconti o compromessi, il “Palazzo” e l’allora incipiente modello culturale consumistico, omologatore e piccolo-borghese, basato sull’edonismo, sul vuoto di morale, sull’egoismo e sulla superficialità, denunciando con ogni mezzo la «mutazione antropologica» in atto del popolo italiano e gli squilibri dovuti a uno sviluppo stupido e atroce. 

Dal suo tormentoso isolamento ha continuato a porre domande scomode e ad urlare le sue verità; quelle verità che, allora, venivano liquidate come paradossali o provocatorie e che invece, oggi, alla luce dei fatti, appaiono in tutta la loro potenza profetica. Pasolini, dunque, è una presenza determinante, incisiva, agente nella realtà contemporanea; quella realtà che le sue opere, nonostante siano passati più di trent’anni, ci aiutano a leggere e a comprendere più di qualunque articolo di cronaca o di qualunque dibattito televisivo. Ma è anche, tutt’ora, per lo stesso motivo, una presenza ingombrante, molesta per molti: e soprattutto per coloro i quali si sono prestati a realizzare quel «genocidio culturale» che lui, con occhio preconizzante, aveva già intuito nei primi anni ’70. 

Del resto, basta andare a rileggere alcuni brani tratti da Lettere luterane o da Scritti corsari per rendersi conto della loro sconcertante attualità: «[…] Non c’è dubbio - lo si vede dai risultati - che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come - con dolore - l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione - specie, appunto la televisione - non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre […]». Oppure: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa mercescenza è, ora, il fascismo». 

Chissà cosa scriverebbe oggi Pasolini di Berlusconi, dei suoi “amici” Dell’Utri e Previti, e dei loro lacchè. Forse, con quel suo bisogno di onestà intellettuale e di trasparenza, con quel suo coraggio che era una condensato di ingenuità e incoscienza, continuerebbe a scrivere e a dire di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi e delle bombe che, tra la primavera del ’92 e l’estate del ’93, tornarono a far tremare l’Italia. Le stragi di Capaci e Via D’Amelio, a Palermo, e di Via dei Georgofili, vicino alla galleria degli Uffizi, a Firenze; le bombe di Via Palestro, nei pressi del Padiglione d’Arte Contemporanea, a Milano, di Via Fauro, di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma. Si, siamo sicuri che, oggi come allora, Pasolini continuerebbe a scrivere e a denunciare le stesse cose. 

Purtroppo, però, l’attualità di Pasolini non si esaurisce nella sua opera. Essa risiede, infatti, anche nell’enigma che, sin dal primo momento, ha caratterizzato il suo omicidio. Un omicidio che ha lasciato aperte tante domande cui, negli anni, non si è mai riusciti a dare una risposta. Domande che oggi, nel trentennale della sua morte, ritornano, con tutta la loro angosciosa impellenza, a sovrastare le nostre coscienze, ormai definitivamente corrotte dal qualunquismo becero e dal «brutale edonismo» televisivo, e, ancor di più, a torturare quelle di chi, ancora adesso, dopo che tanti elementi sono emersi a sostegno di una tesi che potrebbe sollevare il velo sull’ennesimo “mistero”, accaduto durante quel periodo buio della nostra storia repubblicana che furono gli anni ’70, liquidano quella morte - e va detto che mai morte fu tanto desiderata! - come frutto di un “delitto tra froci”: conclusione logica di un’esistenza - quella del poeta - “maledetta” e “moralmente deturpata” dal demone dell’omosessualità. 

A quelle domande, qualcuno, però, non vuole sottrarsi, avvertendo come una necessità etica il dovere di una risposta. E allora, ecco Carlo Lucarelli andare in onda, su Rai3, con una puntata del suo bellissimo “Blu notte: misteri italiani” dedicata a Pier Paolo Pasolini; ecco Giovanni Minoli tracciare, con il suo programma “La storia siamo noi”, un intenso ritratto del poeta, non mancando di fare ipotesi sulla sua morte oscura. Ecco che, in un teatro di Napoli, una compagnia di giovani sedotti dalla figura dolorosamente “ossimorica” di Pasolini, cattolica e marxista, tradizionalista e progressista, cristica e maledetta, maschile e femminile, dedica a lui uno spettacolo intenso, duro, scevro di compromessi, si direbbe quasi “pasoliniano” nel suo bisogno implicito di onestà intellettuale, di eticità, nel suo essere nella storia piuttosto che nella cronaca, nel suo sdegnoso grido di rabbia contro il Potere, le sue menzogne, i suoi insabbiamenti. 

È la mezzanotte del 1° novembre 2005 e, nell’Auditorium del teatro Bellini di Napoli, va in scena “Idroscalo 93”, scritto e diretto da Mario Gelardi con la consulenza di Carla Benedetti, e interpretato da Ivan Castiglione e Daniele Russo. Si tratta, ovviamente, di un orario singolare per uno spettacolo teatrale inserito in una normale programmazione, eppure la ragione di questa scelta, compiuta dalla compagnia, non ammette possibilità di replica: tra la mezzanotte e l’una del 1° novembre 1975, infatti, all’Idroscalo di Ostia, veniva vigliaccamente e barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini. E non c’è modo più bello e toccante di ricordarlo, che celebrandone il ricordo in quella terra di transito, di confine - per parafrasare Kantor - che è il non-luogo scenico, dove il tempo e lo spazio si dilatano fino a far coincidere il passato con il presente e il futuro mentre, nella suggestione dell’atto evocativo, la morte coincide con la vita e la finzione con la realtà. 

Dunque, una cerimonia evocativa il cui fine ultimo non è solo e semplicemente la “memoria” di Pasolini, ma soprattutto il rinnovo, crudele e doloroso, della sua morte: una morte che potremmo paragonare, per le modalità con cui è avvenuta e per la statura umana di Pasolini, ad un sacrificio, ad un martirio, ad un’offerta di corpo, sangue e carne. All’Idroscalo di Ostia infatti, Pasolini, quella notte tra l’1 e il 2 novembre, trovò ad attenderlo la sua croce. Quella croce già da tempo approntata per lui dalla società - senza distinzione tra “cultura di destra” e “cultura di sinistra” - che, in quegli anni, lo aveva già più volte giudicato colpevole e mandato a morte - una morte morale, s’intende - per le sue opere, per il suo coraggio, per la sua omosessualità. Del resto, la frase che il senatore a vita - vanto della nostra Repubblica! - Giulio Andreotti pronunciò all’indomani dell’omicidio «Se l’è cercata», la dice lunga su quali fossero i reali sentimenti, del “Palazzo” da un lato, e della società civile dall’altro, nei confronti di Pasolini. 

Sbaglierebbe, infatti, chi credesse che ad ucciderlo, quella notte, sia stato Pino Pelosi, da solo o in correità con altri complici. A crocifiggerlo, prima ancora di Pelosi, erano stati infatti, nel tempo, l’atonìa etica, l’afasìa intellettuale e culturale, il razzismo, il disprezzo per la diversità e la dissociazione dall’altro, la volgarità, la corruzione, l’avidità, la degradazione sociale, il «brutale edonismo», il neofascismo: esiti, tutti o in parte, di quella nuova cultura capitalistico-consumistica che si andava affermando, in Italia, dagli inizi degli anni ‘60, e che lui aveva sempre, ostinatamente, combattuto ed odiato. 

Tutto questo, nello spettacolo allestito all’Auditorium del Bellini, scritto e diretto con mano felice da Mario Gelardi, emerge dal progressivo snodarsi delle vicende narrate in una sorta di dialettico divenire della realtà scenica. Gelardi, in pratica, ripercorrendo le tracce del teatro documentario - già praticate, sebbene in forma diversa, in "Fango" - non punta su una vera e propria scrittura drammaturgica, ma piuttosto su una sorta di traccia semplice e lineare, imbastita appunto con materiale documentario autentico, che restituisce, immutato nel contenuto ma elaborato nella forma, dalla scena. Ne scaturisce un dramma immediato, dove l’elaborazione del materiale documentario, affidata ad un abile gioco di incastri e di collage, diventa funzionale allo strutturarsi della scrittura scenica in tre momenti, tre ipotesi sul delitto Pasolini che, attraverso una supposta oggettività storica, dischiudono le porte ad una comprensione profonda della realtà, grazie alla quale il momento della riflessione si salda a quello didattico e il teatro torna ad essere, per una volta, istanza civile politica, morale. 

Sul versante registico, invece, Gelardi costruisce un dispositivo scenico a due velocità, che da una parte punta sull’ossessiva attenzione e la meticolosa precisione per i dettagli proprie dell’inchiesta giudiziaria, dall’altra sul ritmo incalzante e la suspense propri del thriller fanta-politico. Un congegno che ha nell’ottima prova offerta dai due attori, Ivan Castiglione e Daniele Russo, l’elemento basilare al suo funzionamento. Capaci di gareggiare in bravura per tutto il tempo, i due giovani attori, infatti, hanno saputo ben destreggiarsi nei loro rispettivi ruoli - più sobrio, pur nella sua intensità, Castiglione, più impetuoso e versatile Russo - dando prova di grande carattere e sfoggiando bella padronanza del mezzo recitativo, nonostante l’argomento affrontato fosse di quelli che fanno tremare i polsi. E per chiudere, ci sia consentito di dire ancora alcune cose, sia su quell’omicidio, tanto più orrendo quanto più si pensa che a subirlo fu un uomo della tenerezza e dell’umanità di Pasolini, sia sullo spettacolo. A crocifiggere Pasolini fu, soprattutto, l’ipocrisia morale, la doppiezza di quell’Italia gretta e piccolo-borghese che, ammantandosi di farisaico perbenismo - come appunto i farisei con Cristo - per anni aveva perseguitato il poeta. Ma anche quella solitudine e quel disperato, angoscioso bisogno d’amore, congiunto ad un devastante senso di colpa, che ne hanno divorato il cuore, portandolo a vagare, di notte, «[…] come un cane senza padrone […]» alla ricerca di un corpo da amare e, forse, dal quale e per il quale farsi “punire”. 

Del resto, ad avvalorare quanto detto, ci sono i versi di una poesia tanto commossa quanto profetica: “La crocifissione”, di cui riportiamo qui l’ultimo passo: 

«[…] Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna, tra le pupille limpide di gioia feroce, scoprendo all’ironia le stille del sangue dal petto ai ginocchi, miti, ridicoli, tremando d’intelletto e passione nel gioco del cuore arso dal suo fuoco, per testimoniare lo scandalo […]» 
Pasolini è stato, senz’altro, la più straordinaria voce poetica del secondo novecento italiano: struggente e lucida, melodiosa e vibrante, tenera e brusca, candida ed erotica, fervidamente religiosa e religiosamente eretica ed iconoclasta, innocente e violentemente provocatoria, teneramente indulgente e impetuosamente oppositiva, commossa ma pedagogicamente cosciente; Pasolini è stato un uomo in cui queste incoerenze coesistevano, bruciando il cuore, lacerando le viscere, sconquassando la mente, in un pathos esistenziale che l’uomo trasformava in amore e l’artista traduceva in poesia. 

Ma, innanzitutto, Pasolini è stato, è un cristo dei nostri tempi, un cristo rovesciato immolatosi, prima ancora che sull’altare della sua arte, sull’altare della Verità, quella verità che in quest’Italia nauseabonda e puttana - e per carità non ce ne vogliano le puttane - nessuno deve sapere, e se qualcuno sa, non può dire, e se dice, nessuno deve sentire, e se altri sentono… allora si deve morire!!! 

E a farti ammazzare sono sempre gli stessi laidi personaggi: politici, imprenditori, manager, businessmen. Insomma, il cosiddetto “terzo livello”, per riprendere quell’espressione divenuta ormai tristemente famosa nelle cronache del nostro paese, e che Giovanni Falcone impiegò, per la prima volta, in una relazione del 1982, presentata al Consiglio superiore della magistratura, dal titolo Tecniche di indagine in materia di mafia. O, se si preferisce, quella sorta di “stato nello stato”, lo “stato ombra”: quel vertice politico-finanziario, sorta di supercupola, formato da uomini politici, finanzieri, esponenti della massoneria, uomini dei servizi segreti che, stringendo alleanze con boss mafiosi e gruppi neofascisti, sarebbe responsabile - anzi, per meglio dire, è responsabile - di alcuni di quei delitti e di quelle stragi che hanno insanguinato l’Italia e di cui, ad imperitura vergogna di questo paese, ancora non si conoscono, dopo più di trent’anni, i veri responsabili, i cosiddetti mandanti. 

Un calvario giudiziario che si compie all’interno di inquietanti trame politiche, e il cui inizio è segnato dalla strage di Piazza Fontana, 35 anni e 11 mesi or sono. Alle 16.25 del 12 dicembre 1969, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, provocando 17 morti e 85 feriti. Iniziava così quella “strategia della tensione” che, inaugurata dalla destra eversiva in complicità con pezzi deviati dello stato e dei servizi, per 15 anni, dal 1969 al 1984, ha fatto dell’Italia un paese insanguinato dalla logica del terrore: 150 morti, 652 feriti, 11 stragi; un numero ancora indefinito di tentativi di massacro. Una logica stragista al servizio di finalità politiche per nulla oscure: il condizionamento della vita democratica di una nazione, il mantenimento del potere nelle mani degli apparati più reazionari, la lotta politica concepita come scontro senza quartiere ed improntata al ricatto del terrore. Perché non conosciamo ancora, se non molto parzialmente, i nomi e i volti di assassini e mandanti? Perché la sensazione più condivisa è che le loro mani sporche di sangue innocente spuntavano sempre dalle maniche di una giacca militare? Qual era l’esatto disegno di chi metteva le bombe sui treni, nelle banche, nelle piazze, alle stazioni? Pasolini, com’è noto, in uno dei suoi Scritti corsari più conosciuti diceva: 

«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe - e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista - Milano 1969 - e una seconda fase antifascista - Brescia e Bologna 1974. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». 
E sapeva Pasolini, sapeva davvero, se, come si dice anche sul finale dello spettacolo Idroscalo 93, «il giudice Vincenzo Calia, incaricato ormai da molti anni di investigare sulla morte del presidente dell’Eni, Errico Mattei, giudica rilevante, ai fini di un’eventuale soluzione di quell’oscuro delitto, accludere quei capitoli riguardanti l’Eni che si trovano in Petrolio”, il libro rimasto incompiuto e pubblicato postumo e che, secondo molti, conterrebbe sconcertanti verità su alcuni dei più foschi misteri italiani. Il giudice arriva ad accludere all’inchiesta sul delitto Mattei proprio gli appunti del libro di Pasolini che si intitolano “Lampi sull’Eni”, o meglio ciò che ci arrivato di essi, l’appunto numero 21 e uno schema riassuntivo dell’affare Eni, disegnato a mano da Pasolini». Sapeva Pasolini, tanto è vero che è morto: è questa la terza e suggestiva ipotesi formulata in Idroscalo 93, dove l’omicidio Pasolini viene collegato al mistero della morte di Mattei e all’altrettanto misteriosa fine del giornalista De Mauro, anch’egli sulle tracce di qualcosa che, forse, avrebbe potuto far luce sulla morte del Presidente dell’Eni. Sapeva Pasolini, sapeva! Ma a trentasei anni di distanza, ancora i nomi dei mandanti e degli esecutori delle stragi la verità giudiziaria non li ha voluti o potuti fare. Eppure, quei nomi, a ben rifletterci e sempre che non si voglia essere ancora ipocriti, si conoscono. Ieri come oggi. Idroscalo 93 ci dice di non dimenticarlo! 

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Nella foto sopra: Ivan Castiglione interprete di "Idroscalo 93" per la regia di Mario Gelardi
 


Idroscalo 93, di Vincenzo Morvillo
 

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