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Teatro Pasolini. In giugno
a Milano,
con Giuseppe Papa, Marco
Foschi, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario
Tedesco
con Giuseppe Lanino, Marco
Foschi, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco, Giuseppe Papa, Stefania Troise,
Annibale Pavone, Giovanni Prisco, Enrico Roccaforte, Mauro Pescio
Regia di gruppo a cura di Antonio Latella
Pilade ore 15.30; Porcile ore 19.00; Bestia da stile ore 22.00 Un viaggio importante iniziato tre anni fa, e che per interi tre anni ci ha stimolati a cercare, risposte a domande più grandi di noi. Le risposte non sono arrivate, ma il lavoro ci ha resi vivi, e ci ha convinti che il teatro di parola è vivo come non mai, soprattutto in questa parentesi storica della nostra Repubblica, della storia del nostro paese che si affaccia a questo millennio, dove il torpore intellettuale e politico dissemina cadaveri ovunque. Oggi la parola non ha più coscienza. La parola non ha un’anima. La parola è vuota di tutto, la parola è menzogna. Ma è molto lontana da quella menzogna necessaria, come ci suggerisce il poeta, per avvicinarci, accostarci ad una qualche verità. La parola è consolatoria, ed è nella consolazione che il tutto si ferma… Nessuno più si chiede perché vivere… no, si vive e basta!! Che paura! Che vuoto! In questo vuoto la parola di Pier Paolo Pasolini torna a sgorgare nelle nostre vene, a incidersi sul nostro corpo, a farci credere ancora in una possibilità. Utopia nocessaria alla nostra voglia di vivere la vita dei teatranti. Viaggiatori, vettori di parola e di idee da condividere con tutti quelli che hanno ancora voglia di ascoltare attivamente – senza subire. [Antonio Latella] * * * Antonio
LatellaLatella ha iniziato il suo lavoro sul teatro di Pasolini con la messinscena di Pilade (produzione Out Off, 2002). Ha proseguito con Porcile (produzione Nuovo Teatro Nuovo, in collaborazione con Festival di Salisburgo, Young Directors Project, 2003) . Ora con Bestia da stile conclude una sua personale trilogia pasoliniana, costituita da tre opere fra le più intimamente autobiografiche del Poeta. * * * Il Teatro Out
Off
Il 2 novembre 2004 è
stata inaugurata la nuova sede del Teatro On Off nei locali dell'ex cinema
Eolo, di proprietà comunale, completamente ristrutturati a sala
teatrale. Dal 1976 l'Out Off si occupa di teatro contemporaneo in continua
relazione con quanto avviene di nuovo sulle scene, nella drammaturgia e
nelle diverse discipline artistiche.
Mercoledì 8 giugno alle ore 18.00 al Teatro Out Off verrà presentato il libro I teatri di Pasolini di Stefano Casi, edizioni Ubulibri. Saranno presenti l’autore Stefano Casi, l’editore Franco Quadri e gli attori in scena con Pilade: Giuseppe Papa, Marco Foschi, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco. * * * Nell' ottobre 2004, al Teatro India di Roma, Antonio Latella aveva presentato Bestia da stile come conclusione di un intenso viaggio nel teatro di Pasolini iniziato con Pilade e passando per Porcile [la trilogia pasoliniana la cui rappresentazione è programmata ora anche a Milano]. Personaggio particolare della cultura italiana del dopoguerra, Pasolini è colui che ha saputo descrivere e criticare il cambiamento della società italiana dal fascismo ai giorni nostri, sempre in anticipo, sempre scandalizzando con la sua sincera lucidità. È inafferrabile, come tutti i grandi poeti, sguscia via da ogni definizione, da ogni sintesi, perché è vivo come ogni sua pagina. La sua stessa vita è la sua opera più bella e struggente perché da poeta ha vissuto su se stesso visceralmente le passioni, ha saputo raccontarle in mille contraddizioni, pagina dopo pagina. Il suo teatro è poco rappresentato; è considerato difficile e poco efficace sulla scena. Bisogna ricordare che insieme alle sue tragedie Pasolini ha dato alle stampe un personale manifesto in cui enuncia come pensa dovrebbe essere il teatro. Scrive quindi avendo chiaro in mente un’idea di teatro, impossibile: deve essere un rito. Non si può andare a vedere il teatro, vi si deve partecipare. Nel mettere in scena il testo più arcigno, più complesso di Pasolini, quello che lui stesso ha dichiarato essere una lunga autobiografia, Latella ha cercato proprio di creare quel rito che Pasolini riteneva indispensabile per la comunicazione teatrale. La sala è illuminata e gli attori prendono posto davanti al sipario chiuso di fronte agli spettatori. Jan è Pasolini. E la sua necessità di dire attraverso la poesia quello che altrimenti resterebbe taciuto diventa nelle parole di Marco Foschi pura emozione che si trasmette guardandosi negli occhi, a viso aperto, senza maschere. Uomini davanti ad uomini. Marco Foschi ci conduce con grazia e determinazione attraverso le pieghe dell’anima del poeta, mostrandocele senza pudori, facendo delle lacrime stesse una dolorosa poesia piena di vita. Il poeta è l’agnello sacrificale della società, attraverso cui ci si monda dei peccati del vivere. E’ un Cristo grottesco, carne da ardere. Tutto ciò avviene in un’immobilità che cancella lo spazio e annulla il tempo, a cui nessuno può sottrarsi, si è costretti ad esserci. Sì, bisogna necessariamente essere presenti, testimoniare, non ci si può addormentare come davanti ad uno schermo televisivo. Lo spettacolo è veramente un punto di arrivo per questo gruppo di attori che ha cominciato qualche anno fa a studiare Pasolini sotto la guida di Latella, che non ha voluto firmare la regia, riconoscendo al gruppo la capacità di organizzare in modo democratico lo spettacolo. Non mi dilungo in elogi nell’interpretazione di Marco Foschi, già premio Ubu per Pilade, capace di assorbire il lavoro di tutti in una recitazione che prevalica le possibilità del singolo. C’è un atmosfera permeata dalla plumbea idea della morte, ovviamente, visto il vuoto che la scomparsa assurda di Pasolini ha lasciato nella nostra cultura. Ancora oggi sentiamo ripetere “Chissà cosa avrebbe detto lui di fronte a tutto questo?”. Ma Pasolini per me è un poeta della vita, la sua opera e pregnata dalla forza di andare avanti, di conoscere e di esperire che è tradita dal sincero rammarico di questa compagnia per la sua perdita. [Gordon T.] La
recensione della "Maratona Pasolini"
Sabato 11 giugno, la Maratona Pasolini: 3 spettacoli torrenziali per 10 ore a teatro, dal primo pomeriggio sino a notte fonda. Concesse al ristoro fugaci pause, durante le quali viene naturale cercare negli occhi fieri e trasognati dei presenti compagni d'avventura un comune sentire, la mutua consapevolezza di un'esperienza che trascende ampiamente la consueta fruizione. Il teatro diventa davvero il “rito culturale” che prefigurava Pasolini nel Manifesto per un nuovo teatro. Sorprende l'entità della partecipazione alla funzione: un'adesione robusta che sconfessa brillantemente chi tristemente ritiene che l'unico modo per riempire i teatri sia conformarsi al grigiore luccicante di mode effimere e linguaggi afasici. Tutto il contrario dei testi pasoliniani: terrigni, vigorosi, straripanti, anacronistici, criptici, filosofici, politici e poetici. A dominare è la Parola, che investe, avvolge e rapisce lo spettatore. Non è quasi prevista azione, né vi sono indicazioni scenografiche. Sono opere intimamente anti-teatrali e per questo spaventano, infatti sono state messe in scena raramente. Antonio Latella - uno dei più dotati registi italiani - da 3 anni ha accettato la sfida (il suo allestimento di Pilade è del 2002) riuscendo a tradurre teatralmente Pasolini senza tradirne lo spirito. Fondamentale l'apporto artistico dello straordinario gruppo di attori (che in Bestia da stile sono anche tutti co-registi): affiatatissimi, eclettici, energici e resistenti. Due nomi su tutti: Marco Foschi (protagonista di Pilade e Bestia da Stile) e Annibale Pavone (protagonista in Porcile). Stupefacente la loro capacità di sostenere monologhi intensi e sterminati. La rappresentazione senza soluzione di continuità della Trilogia evidenzia la limpida coerenza del lavoro di Latella: i tre drammi (pur molto diversi fra loro, anche da un punto di vista scenico) sono un corpo unico, compatto e multiforme. Pilade è forse il più tradizionale, fra tragedia greca (prolungamento ideale dell'Orestiade) e teatro politico-filosofico moderno (à la Sartre): ad Argo, dopo la tirannia, regna Oreste grazie ad Atena, simbolo del potere razionale, della democrazia, della modernità, della Ragione , in una città colpevolmente dimentica del suo passato. Si oppongono i restauratori della tradizione e il rivoluzionario Pilade, alla testa di un esercito plebeo. Ma fallirà, abbagliato dalla stessa luce solo consolatrice della Ragione, perché tentare di impadronirsi del potere è “la più colpevole delle colpe”. La messa in scena di Porcile è la più visionaria: attori nudi, orge affaristico-pagane, capitalisti grosziani con volti suini, un'atmosfera laida e spettrale per raccontare del giovane Julian, perso in un'abulia perenne, sospeso tra un'impossibile rivolta (“mi sono accorto che anche come rivoluzionario ero conformista”), l'incapacità di comunicare sia con i suoi coetanei banalmente ribelli che con un Potere osceno, e la colpa di un amore puro ma degenere (la zoofilia), mirabilmente descritto in un commovente monologo. Bestia da stile è un autodafè vibrante, sentita, spietatamente autobiografica, un allucinato flusso di coscienza in cui l'autore si identifica con Jan Palach (lo studente datosi fuoco per protesta durante la Primavera di Praga) per interrogarsi dolorosamente sul ruolo politico dell'intellettuale nel ‘900 e quindi su se stesso. Un'opera meravigliosamente magmatica, frammentaria, contorta, il frutto di una redazione sofferta (oggetto di continui aggiornamenti e revisioni nel corso di una decina d'anni) che dà luogo una sorta di poema epico-esistenziale risolutamente pessimista, così lontano da ogni canone teatrale da porre notevoli ostacoli a una sua rappresentazione: decine di personaggi e situazioni, sbalzi temporali, silenzi, nessuna azione. Latella trova la chiave giusta
proponendo un allestimento stilizzato: 13 attori in scena come componenti
di un'orchestra (con Jan solista e gli altri che di volta in volta interpretano
i fantasmi evocati dalla sua mente), luci accese per guardare negli occhi
il pubblico, frammenti audio di interviste come introduzione e appendice
e soprattutto la musica tradizionale italiana che conferisce un proprio
ritmo a tutto lo spettacolo, infittendo ulteriormente la già ricca
trama di rimandi e suggestioni culturali.
Con Bestia da stile probabilmente si raggiunge l'acme della trilogia, quantomeno a livello emotivo. Il grandioso testamento di un uomo di cultura di cui si sente acuta la mancanza, in questi tempi ebbri solo di tenebre. Si veda anche:
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