Pier Paolo Pasolini
Il teatro
Manifesto per
un nuovo teatro
di Pier Paolo Pasolini
"Nuovi argomenti", n.s.,
9, gennaio-marzo 1968
(Ai lettori)
1) Il teatro che vi aspettate,
anche come totale novità, non potrà mai essere il teatro
che vi aspettate. Infatti, se vi aspettate un nuovo teatro, lo aspettate
necessariamente nell'ambito delle idee che già avete; inoltre, una
cosa che vi aspettate, in qualche modo c'è già.
Non c'è nessuno di
voi che davanti a un testo o a uno spettacolo resista alla tentazione di
dire: "Questo È TEATRO", oppure: "Questo NON È TEATRO" il
che significa che voi avete già in testa, ben radicata, una idea
del TEATRO. Ma le novità, anche totali, come ben sapete, non sono
mai ideali, sono sempre concrete. Quindi la loro verità e la loro
necessità sono meschine, seccanti e deludenti: o non si conoscono
o si discutono riportandole alle vecchie abitudini.
Oggi, dunque, tutti voi
vi aspettate un teatro nuovo, ma tutti ne avete già in testa un'idea,
nata in seno al teatro vecchio. Queste note sono scritte sotto la forma
di un manifesto, perché ciò che di nuovo esse esprimono si
presenti dichiaratamente e magari anche autoritariamente come tale.
(In tutto il presente manifesto,
Brecht non verrà mai nominato. Egli è stato l'ultimo uomo
di teatro che ha potuto fare una rivoluzione teatrale all'interno del teatro
stesso: e ciò perché ai suoi tempi l'ipotesi era che il teatro
tradizionale esistesse [e infatti esisteva]. Ora, come vedremo attraverso
i commi del presente manifesto, l'ipotesi è che il teatro tradizionale
non esista più (o che stia cessando di esistere). Ai tempi di Brecht,
si potevano dunque operare delle riforme, anche profonde, senza mettere
in discussione il teatro: anzi, la finalità di tali riforme era
di rendere il teatro autenticamente teatro. Oggi, invece, ciò che
si mette in discussione è il teatro stesso: la finalità di
questo manifesto è dunque, paradossalmente, la seguente: il teatro
dovrebbe essere ciò che il teatro non è. Comunque questo
è certo che i tempi di Brecht sono finiti per sempre).
(Chi saranno i destinatari
del nuovo teatro)
2) I destinatari del nuovo
teatro non saranno i borghesi che formano generalmente il pubblico teatrale:
ma saranno invece i gruppi avanzati della borghesia.
Queste tre righe, del tutto
degne dello stile di un verbale, sono il primo proposito rivoluzionario
di questo manifesto. Esse significano infatti che l'autore di un testo
teatrale non scriverà più per il pubblico che è sempre
stato, per definizione, il pubblico teatrale; che va a teatro per divertirsi,
e che qualche volta vi è scandalizzato.
I destinatari del nuovo
teatro non saranno né divertiti né scandalizzati
dal nuovo teatro, perché essi, appartenendo ai gruppi avanzati della
borghesia, sono in tutto pari all'autore dei testi.
3) Una signora che frequenta
i teatri cittadini, e non manca mai alle principali "prime" di Strehler,
di Visconti o di Zeffirelli, è vivamente consigliata a non presentarsi
alle rappresentazioni del nuovo teatro. O, se con la sua simbolica, patetica,
pelliccia di visone, si presenterà, troverà all'ingresso
un cartello su cui c'è scritto che le signore con la pelliccia di
visone sono tenute a pagare il biglietto trenta volte più del suo
costo normale (che sarà bassissimo). In tale cartello, al contrario,
ci sarà scritto che i fascisti (purché inferiori ai venticinque
anni) avranno l'ingresso gratuito. E, inoltre, vi si leggerà una
preghiera: di non applaudire: i fischi e le disapprovazioni saranno naturalmente
ammessi, ma, al posto degli eventuali applausi sarà richiesta da
parte dello spettatore quella fiducia quasi mistica nella democrazia che
consente un dialogo, totalmente disinteressato e idealistico, sui problemi
posti o dibattuti (a canone sospeso!) dal testo.
4) Per gruppi avanzati
della borghesia intendiamo le poche migliaia di intellettuali di ogni
città il cui interesse culturale sia magari ingenuo, provinciale,
ma reale.
5) Oggettivamente, essi
sono costituiti nella massima parte da quelli che si definiscono dei "progressisti
di sinistra" (compresi quei cattolici che tendono costituire in Italia
una Nuova Sinistra): la minoranza di tali gruppi è formata dalle
élites
sopravviventi del laicismo liberale crociano e dai radicali. Naturalmente,
questo elenco è, e vuole essere, schematico e terroristico.
6) Il nuovo teatro non è
dunque né teatro accademico (1) né un teatro d'avanguardia
(2).
Non si inserisce in una
tradizione ma nemmeno la consta. Semplicemente la ignora e la scavalca
una volta per sempre.
(Il teatro di parola)
7) Il nuovo teatro si vuole
definire, sia pur banalmente e in stile da verbale, "teatro di parola".
La sua incompatibilità
sia col teatro tradizionale sia con ogni tipo di contestazione al teatro
tradizionale, è dunque contenuta in questa sua autodefinizione.
Esso non nasconde (3) di
rifarsi esplicitamente al teatro della democrazia ateniese, saltando completamente
l'intera tradizione moderna del teatro rinascimentale e di Shakespeare.
8) Venite ad assistere alle
rappresentazioni del "teatro di parola" con l'idea più di ascoltare
che di vedere (restrizione necessaria per comprendere meglio le parole
che sentirete, e quindi le idee, che sono i reali personaggi di questo
teatro).
(A cosa si oppone il teatro
di parola)
9) Tutto il teatro esistente
si può dividere in due tipi: questi due tipi di teatro si possono
definire - secondo una terminologia seria - in diversi modi, per esempio:
teatro tradizionale e teatro d'avanguardia; teatro borghese e teatro antiborghese;
teatro ufficiale e teatro di contestazione; teatro accademico e teatro
dell'underground, ecc. ecc. Ma a queste definizioni serie noi preferiamo
due definizioni vivaci, ossia: a) teatro della chiacchiera (accettando
dunque la brillante definizione di Moravia), b) teatro del Gesto
e dell'Urlo.
Per intenderci subito: il
teatro della chiacchiera è il teatro in cui la chiacchiera, appunto,
sostituisce la Parola (per esempio, anziché dire, senza humour,
senza senso del ridicolo e senza buona educazione, "Vorrei morire", si
dice amaramente "Buona sera"); il teatro del Gesto o dell'Urlo, è
il teatro dove la parola è completamente dissacrata, anzi distrutta,
in favore della presenza fisica pura (cfr. più avanti).
10) Il nuovo teatro si definisce
di "Parola" per opporsi quindi:
I) al teatro della Chiacchiera,
che implica una ricostruzione ambientale e una struttura spettacolare naturalistiche,
senza cui:
a) gli avvenimenti (omicidi,
furti, balletti, baci, abbracci e controscene) sarebbero irrapresentabili;
b) dire "Buona notte" anziché
"Vorrei morire" non avrebbe senso perché vi mancherebbero le atomosfere
della realtà quotidiana.
II) Per opporsi al teatro
del Gesto o dell'Urlo, che contesta il primo radendone al suolo le strutture
naturalistiche e sconsacrandone i testi: ma di cui non può abolire
il dato fondamentale, cioè l'azione scenica (che esso porta,
anzi, all'esaltazione). Da questa doppia opposizione deriva una delle
caratteristiche fondamentali del "teatro di parola": ossia (come nel teatro
ateniese) la mancanza quasi totale dell'azione scenica.
La mancanza di azione scenica
implica naturalmente la scomparsa quasi totale della messinscena
- luci, scenografia, costumi ecc.: tutto sarà ridotto all'indispensabile
(poiché, come vedremo, il nostro nuovo teatro non potrà non
continuare ad essere una forma, sia pure mai sperimentata, di RITO. E quindi
un accendersi o uno spegnersi di luci, a indicare l'inizio o la fine della
rappresentazione, non potrà mai sussistere).
11) Sia il teatro della
Chiacchiera (4) che il teatro del Gesto o dell'Urlo (5) sono due prodotti
di una stessa civiltà borghese. Essi hanno in comune l'odio e la
Parola.
Il primo è un rituale
dove la borghesia si rispecchia, più o meno idealizzandosi, comunque
sempre riconoscendosi.
Il secondo è un rituale
in cui la borghesia (ripristinando attraverso la propria cultura antiborghese
la purezza di un teatro religioso), da una parte si riconosce in quanto
produttrice dello stesso (per ragioni culturali), dall'altra prova il piacere
della provocazione, della condanna e dello scandalo (attraverso cui, infine,
non ottiene che la conferma delle proprie convinzioni).
12) Esso (il teatro del
Gesto o dell'Urlo) è il prodotto dunque dell'anticultura borghese
(6) che si pone in polemica con la borghesia, usando contro di essa lo
stesso processo, distruttivo, crudele e dissociato, che è stato
usato (unendo alla follia la pratica) da Hitler, nei campi di concentramento
e di sterminio.
13) Se, sia il teatro del
Gesto o dell'Urlo, che il nostro teatro di Parola, sono ambedue prodotti
di gruppi culturali antiborghesi della borghesia, in che cosa consiste
la differenza tra loro?
Eccola: mentre il teatro
del Gesto o dell'Urlo ha come destinataria - magari assente - la borghesia
da scandalizzare (senza la quale esso sarebbe inconcepibile, come Hitler
senza di Ebrei, i Polacchi, gli Zingari e gli Omossessuali), il teatro
di Parola, al contrario, ha come destinatari gli stessi gruppi culturali
avanzati da cui è prodotto.
14) Il teatro del Gesto
o dell'Urlo - nella clandestinità dell'underground - ricerca
coi suoi destinatari una complicità di lotta o una forma comune
di ascesi: esso dunque tutto sommato, non rappresenta, per i gruppi avanzati
che lo producono e lo fruiscono come destinatari, che una conferma,
rituale, delle proprie convinzioni antiborghesi: la stessa conferma rituale
che rappresenta il teatro tradizionale per il pubblico medio e normale
con le proprie convinzioni borghesi.
Al contrario, negli spettacoli
del teatro di Parola, se pure si avranno molte conferme e verifiche (non
per nulla autori e destinatari appartengono alla stessa cerchia culturale
e ideologica) ci sarà soprattutto uno scambio di opinioni e di idee,
in un rapporto molto più critico che rituale (7).
(Destinatari e spettatori)
15) Sarà possibile
una coincidenza, pratica, tra destinatari e spettatori?
Noi crediamo che ormai in
Italia, i gruppi culturali avanzati della borghesia possano formare anche
numericamente un pubblico, producendo quindi praticamente un proprio teatro:
il teatro di Parola viene a costituire dunque, nel rapporto tra autore
e spettatore, un fatto del tutto nuovo nella storia del teatro.
E ciò per le seguenti
ragioni:
a) il teatro di Parola
è - come abbiamo visto - un teatro reso possibile, richiesto e fruito
nella cerchia strettamente culturale dei gruppi avanzati di una borghesia.
b) esso rappresenta,
di conseguenza, l'unica strada per la rinascita del teatro in una nazione
in cui la borghesia è incapace di produrre un teatro che non sia
provinciale e accademico, e la cui classe operaia è assolutamente
estranea a questo problema (e quindi la sua possibilità di produrre
nel proprio ambito un teatro è soltanto teorica: teorica e retorica,
come dimostrano tutti i tentativi di "teatro popolare" che ha cercato di
raggiungere direttamente la classe operaia).
c) il teatro di Parola
- che, come abbiamo visto, scavalca ogni possibile rapporto con la borghesia,
e si rivolge solo ai gruppi culturali avanzati - è il solo che possa
raggiungere, non per partito preso o retorica, ma realisticamente, la classe
operaia. Essa è infatti unita da un rapporto diretto con gli
intellettuali avanzati. È questa una nozione tradizionale e
ineliminabile dell'ideologia marxista e su cui sia gli eretici che gli
ortodossi non possono non essere d'accordo, come su un fatto naturale.
16) Non fraintendete. Non
è un operaismo dogmatico, stalinista, togliattiano, o comunque conformista,
che viene qui rievocato.
Viene rievocata piuttosto
la grande illusione di Majakowsky, di Esenin, e degli altri commoventi
e grandi giovani che hanno operato con loro in quel tempo. Ad essi è
idealmente dedicato il nostro nuovo teatro. Niente operaismo ufficiale,
dunque: anche se il teatro di Parola andrà coi suoi testi (senza
scene, costumi, musichette, magnetofoni e mimica)
nelle fabbriche e nei circoli culturali comunisti, magari in stanzoni con
le bandiere rosse del '45.
17) Leggete i precedenti
commi 15 e 16 come i commi fondamentali del presente manifesto.
18) Il teatro di Parola,
che attraverso questo manifesto si va
definendo, è dunque
anche una impresa pratica.
19) Non è escluso
che il teatro di Parola esperimenti anche degli spettacoli esplicitamente
dedicati a destinatari operai: ma ciò, appunto, in via sperimentale,
perché il solo modo giusto per implicare la presenza operaia in
tale teatro, è quello indicato al punto C del comma 15.
20) I programmi del teatro
di Parola - costituito in impresa o iniziativa - non avranno perciò
un ritmo normale. Non ci saranno anteprime, prime o repliche. Si prepareranno
due o tre rappresentazioni alla volta, che verranno date contemporaneamente
nella sede propria del teatro, e nei luoghi (fabbriche, scuole, circoli
culturali) dove i gruppi culturali avanzati, cui il teatro di Parola si
rivolge, hanno la loro sede.
(Parentesi linguistica:
la lingua)
21) Che lingua parlano questi
"gruppi culturali avanzati" della borghesia? Parlano - come ormai quasi
tutta la borghesia - l'italiano, cioè una lingua convenzionale,
la cui convenzionalità però, non si è fatta "da sola",
per un naturale accumularsi di luoghi comuni fonologici: ossia per tradizione
storica, politica, burocratica, militare, scolastica e scientifica, oltre
che letteraria. La convenzionalità dell'italiano è stata
stabilita in un dato momento, astratto (mettiamo il 1870) e dall'altro
(prima dalle corti, su un piano esclusivamente letterario e in piccola
parte diplomatico, poi dai piemontesi e dalla prima borghesia risorgimentale,
sul piano statale).
Dal punto di vista della
lingua scritta, tale imposizione autoritaria può apparire anche
inevitabile, seppure artificiale e puramente pratica. Infatti si è
avuta una indubbia omologazione dell'italiano scritto in tutta la
nazione (geograficamente e socialmente). Ma per l'italiano orale l'accettazione
dell'imposizione nazionalistica e della necessità pratica, è
stata semplicemente impossibile. Nessuno del resto può essere insensibile
al ridicolo della pretesa che una lingua soltanto letteraria, venga
imposta attraverso norme fonetiche artificiali e dotte, a un popolo di
analfabeti (nel 1870 gli analfabeti erano più del novanta per cento
della popolazione). Ed è comunque oggi un fatto che se un italiano
scrive
una frase la scrive allo stesso modo in qualsiasi punto geografico o a
qualsiasi livello sociale della nazione, ma se la dice la dice in
un modo diverso da quello di qualsiasi altro italiano.
(Parentesi linguistica:
la convenzionalità della lingua orale e la convenzionalità
della dizione teatrale)
22) Il teatro tradizionale
ha accettato questa convenzionalità dell'italiano orale, emanata,
per così dire, per editto. Ha accettato, cioè, un italiano
che non esiste. Su tale convenzionalità, ossia sul nulla, sull'inesistente,
sul morto, essa ha fondato la convenzionalità della dizione. Il
risultato è ripugnante. Soprattutto quando il teatro puramente accademico
si presenta sotto la specie più "moderna" del teatro della Chiacchiera.
Per esempio il "Buona sera" che nel nostro esempio sostituisce il "Vorrei
morire" che non si dice, ha, nella reale vita dell'italiano orale, tanti
aspetti fonetici quanti sono i gruppi reali d'italiani che lo pronunciano.
Ma in teatro ha una sola pronuncia (usata unicamente nella dizione degli
attori). In teatro dunque si pretende di "chiacchierare" in un italiano
in cui in realtà nessuno chiacchiera (nemmeno a Firenze) (8).
23) Quanto al teatro di
contestazione (che qui chiamiamo del Gesto o dell'Urlo) il problema della
lingua orale o non si pone, o si pone solo come problema secondario. In
tale teatro, infatti, la parola integra, in posizione ancillare, la presenza
fisica. E adempie, poi, questo suo ufficio, generalmente, attraverso una
semplice contraffazione dissacrante - tende cioè ad imitare il gesto,
e a essere quindi pregrammaticale, fino a farsi, appunto, interiettiva:
gemito, versaccio o urlo. Quando semplicemente non si limiti a fare la
caricatura della convenzionalità teatrale (fondata sulla convenzionalità
impossibile dell'italiano orale).
24) Il teatro della Chiacchiera,
avrebbe in Italia uno strumento ideale: il dialetto e la koinè
dialettizzata (9). Ma esso non usa tale strumento in parte per ragioni
pratiche, in parte per provincialismo, in parte per incolto estetismo,
in parte per servilismo verso la tendenza nazionalistica dei suoi
destinatari.
(Parentesi linguistica:
Il teatro di Parola e l'italiano orale)
25) Il teatro di Parola esclude
tuttavia, nella sua autodefinizione, il dialetto e la koinè
dialettizzata. O, se li include, li include in via eccezionale e in una
accezione tragica che li pone a livello della lingua colta.
26) Il teatro di Parola,
quindi, prodotto e fruito dai gruppi avanzati della nazione, non può
che accettare di scrivere dei testi in quella lingua convenzionale che
è l'italiano scritto e letto (e solo saltuariamente assumere i dialetti,
puramente
orali, al livello della lingue scritte e lette).
27) Naturalmente il teatro
di Parola deve accettare anche la convenzionalità dell'italiano
orale: dal momento che i suoi testi sono scritti anche per essere rappresentati,
ossia, nella fattispecie, e per definizione, detti.
28) Si tratta evidentemente
di una contraddizione: a) poiché in questo caso specifico
(ed essenziale) il teatro di Parola si comporta proprio come il più
abbietto teatro borghese, accettando una convenzionalità che non
esiste: ossia l'unità di un italiano orale che nessun italiano reale
parla; b) perché mentre il teatro di Parola, vuol scavalcare
la borghesia, rivolgendosi ad altri destinatari (intellettuali e operai),
nel tempo stesso eccolo che accetta di essere avviluppato alla borghesia:
perché solo attraverso lo sviluppo dell'attuale società borghese,
è pensabile che si possano riempire le "tappe vuote" della formazione
di una convenzionalità fonetica - storica - dell'italiano, e raggiungere
quell'unità di lingua orale che ora è astratta e autoritaria.
29) Come risolvere questa
contraddizone? Prima di tutto, evitando ogni purismo di pronuncia. L'italiano
orale dei testi del teatro di Parola deve essere omologato fino al punto
in cui resta reale: ossia fino al limite tra la dialettizzazione e il canone
pseudo-fiorentino, senza mai superarlo.
30) Perché tale convenzionalità
linguistica teatrale fondata su una convenzionalità fonetica (cioè
l'italiano dei sessanta milioni di eccezioni fonetiche) non divenga una
nuova accademia, è sufficiente: a) avere continuamente coscienza
del problema; (10) b) restare fedeli ai princìpi del teatro
di Parola: ossia a un teatro che sia prima di tutto dibattito, scambio
di idee, lotta letteraria e politica, sul piano più democratico
e razionale possibile: quindi a un teatro attento soprattutto al significato
e al senso, ed escludente ogni formalismo, che, sul piano orale, vuol dire
compiacimento ed estetismo fonetico.
31) Tutto ciò richiede
la fondazione di una vera e propria scuola di rieducazione linguistica;
che ponga le basi della recitazione del teatro di Parola: una recitazione
il cui oggetto diretto non sia la lingua, ma il significato delle parole
e il senso dell'opera.
Uno sforzo totale, insieme
di acume critico e di sincerità, che comporta una revisione completa
dell'idea di sé che ha l'attore.
(I due tipi esistenti
di attore)
32) Che cos'è il teatro?
"IL TEATRO È IL TEATRO". Questa è la risposta di tutti, oggi:
il teatro è dunque oggi inteso come "qualcosa" o meglio "qualcos'altro"
che si può spiegare solo con se stesso, e che può essere
intuito solo carismaticamente.
L'attore (11) è la
prima vittima di questa specie di misticismo teatrale, che fa di lui spesso
un personaggio ignorante, presuntuoso e ridicolo.
33) Ma, come abbiamo visto,
il teatro di oggi e di due tipi: il teatro borghese e il teatro borghese
antiborghese. Sono di due tipi, quindi, anche gli attori. Osserviamo prima
gli attori del teatro borghese.
Il teatro borghese trova
la sua giustificazione (non in quanto testo ma in quanto spettacolo) nella
vita di società: è un fasto della gente ricca e perbene,
che ha anche il privilegio della cultura (12).
Ora, un simile teatro è
in crisi: perciò è costretto a prendere coscienza della sua
condizione, a riconoscere le ragioni che lo respingono dal centro di una
vita di società ai margini, come qualcosa di superato e di sopravvivente.
Una diagnosi che non gli
è stata difficile: il teatro tradizionale ha ben presto capito che
un nuovo tipo di società, immensamente appiattita e allargata, le
masse piccolo borghesi, lo hanno sostituito con due tipi di avvenimenti
sociali molto più adatti e moderni: il cinema e la televisione.
Non gli è stato neanche difficile capire che qualcosa di irreversibile
è accaduto nella storia del teatro: il demos ateniese e le
élites
del vecchio capitalismo sono dei remoti ricordi. I tempi di Brecht sono
finiti per sempre!
Il teatro tradizionale è
dunque venuto a trovarsi in uno stato di deperimento storico, che gli ha
creato intorno, da una parte, un'atmosfera di conservazione miope quanto
accanita, e dall'altra un'aria di rimpianto e di speranze infondate. Anche
questo è un fatto che il teatro tradizionale ha saputo (più
o meno confusamente) diagnosticare.
Ciò che il teatro
tradizionale non ha saputo diagnosticare neppure fino a un primo barlume
di coscienza è ciò che esso è. Esso si definisce teatro
e basta. Anche il più sciatto e mestierante degli attori, davanti
al più vecchio e spelacchiato dei pubblici borghesi, sente vagamente
di non partecipare più a un avvenimento sociale, trionfante e del
tutto giustificato, e perciò spiega la sua presenza e la sua prestazione
(così poco richiesta) come un atto mistico: una "messa teatrale",
in cui il teatro appare in tutta una luce così abbagliante da acciecare
completamente: infatti, come tutti i falsi sentimenti, esso produce una
coscienza intransigente, demagogica e quasi terroristica, della propria
verità.
34) Vediamo ora il secondo
tipo di attore, quello del teatro borghese antiborghese, del Gesto o dell'Urlo.
Tale teatro ha, come abbiamo già visto, le seguenti caratteristiche:
a)
si rivolge a destinatari borghesi colti coinvolgendoli nella propria scatenata
e ambigua protesta antiborghese; b) cerca le sedi dove dare i propri
spettacoli fuori dalle sedi ufficiali; c) rifiuta la parola, e dunque
le lingue delle classi dirigenti nazionali, in favore di una parola
contraffatta e diabolica o del puro e semplice gesto, provocatorio, scandaloso,
incomprensibile, osceno, rituale.
Qual è la ragione
di tutto questo? La ragione di tutto questo è una diagnosi inesatta
ma ugualmente efficace di ciò che è diventato, o semplicemente,
è, il teatro. E cioè? IL TEATRO È IL TEATRO, ancora.
Ma mentre per il teatro borghese questa non è che una tautologia
che implica un ridicolo e tronfio misticismo, per il teatro antiborghese
questa è una vera e propria - e cosciente - definizione della sacralità
del teatro.
Tale sacralità del
teatro si fonda sulla ideologia della rinascita di un teatro primitivo,
originario, compiuto come rito propiziatorio o meglio, orgiastico (13).
Si tratta di un'operazione tipica della cultura moderna: per cui una forma
di religione cristallizza l'irrazionalità del formalismo in qualcosa
che nasce come inautentico (ossia per estetismo) e diviene autentico (ossia
un vero e proprio tipo di vita come pragma fuori e contro la pratica) (14).
Ora in alcuni casi, tale
religiosità arcaica ripristinata per rabbia contro il laicismo cretino
della civiltà dei consumi, finisce appunto col diventare una forma
di autentica religiosità moderna (che non ha nulla a che fare con
gli antichi contadini, e molto invece con la moderna organizzazione industriale
della vita). Si pensi, a proposito del Living Theatre, alla collegialità
quasi da ordine monacale, al "gruppo" che costituisce i gruppi tradizionali
come la famiglia, ecc., alla droga come protesta, al droping out
o autoesclusione, però come forma di violenza, almeno gestuale e
verbale, e insomma allo spettacolo quasi come un caso di sedizione, o,
- così oggi usa dire - di guerriglia.
Nella maggior parte dei
casi però una simile concezione del teatro, finisce con l'essere
la stessa tautologia del teatro borghese, obbedendo alle stesse inevitabili
regole (15). La religione, cioè, da forma di vita che si realizza
nel teatro, diviene semplicemente "la religione del teatro". E da tale
genericità culturale, da tal estetismo di second'ordine, l'attore
in gramaglie è drogato, è reso ridicolo come l'attore integrato,
in doppio petto, che lavora anche per la televisione.
(L'attore del teatro di
Parola)
35) Sarà dunque necessario
che l'attore del "teatro di Parola", in quanto attore, cambi natura: non
dovrà più sentirsi, fisicamente, portatore di un verbo che
trascenda la cultura in una idea sacrale del teatro: ma dovrà
semplicemente essere un uomo di cultura.
Egli non dovrà più,
dunque, fondare la sua abilità sul fascino personale (teatro borghese)
o su una specie di forza isterica e medianica (teatro antiborghese) sfruttando
demagogicamente il desiderio di spettacolo dello spettatore (teatro borghese),
o prevaricando lo spettatore attraverso l'imposizione implicita del farlo
partecipare a un rito sacrale (teatro antiborghese). Egli dovrà
piuttosto fondare la sua abilità sulla sua capacità di comprendere
veramente il testo (16). E non essere dunque interprete in quanto portatore
di un messaggio (il Teatro!) che trascende il testo: ma essere veicolo
vivente del testo stesso.
Egli dovrà rendersi
trasparente sul pensiero: e sarà tanto più bravo quanto più,
sentendolo dire il testo, lo spettatore capirà che egli ha capito.
(Il "rito" teatrale)
36) Il teatro è
comunque, in ogni caso, in ogni tempo e in ogni luogo,
un RITO.
37) Semiologicamente il
teatro è un sistema di segni i cui segni, non simbolici ma iconici,
viventi, sono gli stessi segni della realtà. Il teatro rappresenta
un corpo un oggetto per mezzo di un oggetto, un'azione per mezzo di una
azione.
Naturalmente il sistema
di segni del teatro ha dei suoi codici particolari, a livello estetico.
Ma a livello puramente semiologico esso non si differenzia (come
il cinema) dal sistema di segni della realtà.
L'archetipo semiologico
del teatro è dunque lo spettacolo che si svolge ogni giorno davanti
ai nostri occhi e alla portata delle nostre orecchie, per strada, in casa,
nei ritrovi pubblici, ecc. In tal senso la realtà sociale è
una rappresentazione che non è priva del tutto della coscienza di
esserlo, e ha dunque i suoi codici (regole di buona educazione, di comportamento,
tecniche corporali, ecc.): in una parola essa non è priva del tutto
della coscienza della propria ritualità.
Il rito archetipo del teatro
e dunque un RITO NATURALE.
38) Idealmente, il primo
teatro che si distingue dal teatro della vita, è di carattere religioso:
cronologicamente tale nascita di un teatro come "mistero" non è
databile. Ma essa si ripete in tutte le situazioni storiche, o meglio,
preistoriche, analoghe. In tutte le "età delle origini" e in tutte
le "età oscure" o medioevi. Il primo rito del teatro, come propiziazione,
scongiuro, mistero, orgia, danza magica ecc. ecc. è dunque un RITO
RELIGIOSO.
39) La democrazia ateniese
ha inventato il più grande teatro del mondo - in versi -, istituendolo
come RITO POLITICO.
40) La borghesia - insieme
alla sua prima rivoluzione, la rivoluzione protestante - ha creato invece
un nuovo tipo di teatro (la cui storia comincia forse col teatro dell'arte,
ma certamente col teatro elisabettiano e il teatro del periodo d'oro spagnolo,
e giunge fino a noi). Nel teatro inventato dalla borghesia (subito realistico,
ironico, avventuroso, d'evasione, e, come diremmo oggi qualunquista - anche
se si tratta di Shakespeare o di Calderón), la borghesia celebra
il più alto dei suoi fasti mondani - che è anche poeticamente
sublime, almeno fino a Cekov, cioè fino alla seconda rivoluzione
borghese, quella liberale. Il teatro della borghesia, è dunque un
RITO SOCIALE.
41) Col declino della "grandezza
rivoluzionaria" della borghesia (a meno che - forse giustamente - non si
voglia considerare "grande" la sua terza rivoluzione, quella tecnologica),
è declinata anche la grandezza di quel RITO SOCIALE che è
stato il suo teatro. Sicché se da una parte tale rito sociale
sopravvive, a cura dello spirito conservatore borghese, dall'altra parte
esso sta acquistando una coscienza nuova della propria ritualità.
Coscienza che sembra essere del tutto acquisita - come abbiamo visto -
dal teatro borghese antiborghese, che infuriando contro il teatro ufficiale
della borghesia e la borghesia stessa, prende di mira soprattutto la sua
ufficialità, il suo establishment, ossia la sua mancanza
di religione. Il teatro dell'underground - come abbiamo detto -
cerca di recuperare le origini religiose del teatro, come mistero orgiastico
e violenza psicagogica: tuttavia in una simile operazione, l'estetismo
non filtrato dalla cultura, fa sì che il reale contenuto in tale
religione sia il teatro stesso, così come il mito della forma
è il contenuto di ogni formalismo. Non si può dire che la
religione violenta, sacrilega, oscena, dissacrante-consacrante del teatro
del Gesto o dell'Urlo, sia priva di contenuto e inautentica, perché
è riempita talvolta da un'autentica religione del teatro.
Il rito di tale teatro è
dunque un RITO TEATRALE.
(Il teatro di Parola e
il rito)
42) Il teatro di Parola
non riconosce come proprio nessuno dei riti qui elencati. Si rifiuta
con rabbia, indignazione e nausea, di essere un RITO TEATRALE, cioè
di obbedire alle regole di una tautologia nascente da uno spirito religioso
archeologico, decadente e culturalmente generico, facilmente integrabile
dalla borghesia attraverso lo stesso scandalo che esso vuole suscitare.
Si rifiuta di essere un
RITO SOCIALE della borghesia: anzi, non si rivolge nemmeno alla borghesia
e la esclude, chiudendole le porte in faccia.
Non può essere RITO
POLITICO dell'Atene aristotelica, con i suoi "molti" che erano poche decine
di migliaia di persone: e tutta la città era contenuta nel
suo stupendo teatro sociale all'aperto.
Non può essere infine
RITO RELIGIOSO, perché il nuovo medioevo tecnologico pare escluderlo,
in quanto antropologicamente diverso da tutti i precedenti medioevi...
Rivolgendosi a destinatari
di "gruppi culturali avanzati della borghesia", e, quindi, alla
classe operaia più cosciente, attraverso testi fondati sulla parola
(magari poetica) e su temi che potrebbero essere tipici di una conferenza,
di un comizio ideale o di un dibattito scientifico - il teatro di Parola
nasce ed opera totalmente nell'ambito della cultura.
Il suo rito non si può
definire dunque altrimenti che RITO CULTURALE.
(Riepilogo)
43) Riepilogando dunque:
il teatro di Parola è un teatro completamente nuovo, perché
si rivolge a un nuovo tipo di pubblico, scavalcando del tutto e per sempre
il pubblico borghese tradizionale.
La sua novità
consiste nell'essere, appunto, di Parola: nell'opporsi, cioè, ai
due teatri tipici della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro
del Gesto o dell'Urlo, che sono ricondotti a una sostanziale unità:
a) dallo stesso pubblico (che il primo diverte, il secondo scandalizza),
b) dal comune odio per la parola, (ipocrita il primo, irrazionale il secondo).
Il teatro di Parola ricerca
il suo "spazio teatrale" non nell'ambiente ma nella testa.
Tecnicamente tale "spazio
teatrale" sarà frontale; testo e attori di fronte al pubblico: l'assoluta
parità culturale tra questi due interlocutori, che si guardano negli
occhi, è garanzia di reale democraticità anche scenica.
Il teatro di Parola è
popolare non in quanto si rivolge direttamente o retoricamente alla classe
lavoratrice, ma in quanto vi si rivolge indirettamente e realisticamente
attraverso gli intellettuali borghesi avanzati che sono il suo pubblico.
Il teatro di Parola non
ha alcun interesse spettacolare, mondano ecc.: il suo unico interesse è
l'interesse culturale, comune all'autore, agli attori e agli spettatori;
che, dunque, quando si radunano, compiono un "rito culturale".
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NOTE
(1) Antichi o moderni teatri
con le poltrone di velluto. Compagnie teatrali. Stabili (Piccolo Teatro)
ecc.
(2) Cantine, vecchio teatri
in disuso, secondi canali delle Stabili. ecc.
(3) Con candore neofitico.
(4) Da Cechov a Jonesco
all'orribile Albee.
(5) Lo stupendo Living Theatre.
(6) Da Artaud al Living
Theatre, soprattuto, e a Grotowski, tale teatro ha dato prove assai alte.
(7) Non è detto,
certo, che gli stessi gruppi culturali avanzati siano qualche volta scandalizzati
e soprattutto delusi. Specie quando i testi siano a canone sospeso, cioè
pongano i problemi, senza pretendere di risolverli.
(8) Il testo, insomma, è
in ciabatte, mentre l'attore, inconsapevole, è in coturni (per questo
in Italia il teatro è impopolare anche presso la borghesia, che
non vi riconosce le ciabatte della sua koinè dialettizzata).
(9) Infatti gli unici casi
in cui in Italia il teatro è tollerabile, sono quelli in cui gli
attori parlano o il dialetto (il teatro regionale, specie quello veneto
e quello napoletano, col grande DeGilippo) o la koiné dialettizzata
(il testo di cabaret). Purtroppo però, generalmente, là dove
c'è il dialetto o koinè dialettizzata ci sono quasi
sempre qualunquismo e volgarità.
(10) Nessun uomo di teatro
italiano (c'è qualche eccezione, mettiamo Dario Fo) si è
mai posto finora questo problema, e ha sempre preso per buona la identificazione
tra convenzionalità orale dell'italiano e convenzionalità
della dizione teatrale, appresa dai più spelacchiati, ignoranti
e esaltati maestri accademici. C'è il caso straordinario di Carmelo
Bene, il cui teatro del Gesto e dell'Urlo, è integrato da parola
teatrale che dissacra, e per dirla tutta, smerda se stessa.
(11) Ma anche il critico.
(12) Almeno quella ufficiale,
nata dal privilegio di andare a scuola.
(13) Dioniso...
(14) Balugina qui di nuovo
la figura di Hitler, già evocata in altri commi di questo manifesto.
(15) Il teatro antiborghese
non potrebbe esistere: a) senza il teatro borghese da contestare e massacrare
(questo è il suo principale scopo); b) senza un pubblico borghese
da scandalizzare, sia pure per interposta persona.
(16) Cosa che fanno, con
molta buona volontà e spesso con buona fede, tutti gli attori seri:
con deboli risultati critici, però. Infatti essi sono ottenebrati
dall'idea tautologica del teatro, che implica materiali e stili storicamente
diversi da quelli del testo preso in esame (se si tratta di un testo anteriore
a Cechov o posteriore aJonesco).
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