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Teatro / Narrativa La Divina Mimesis
. Lo scorso marzo è andato in scena, al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli (Edizioni Interculturali), in prima nazionale come allestimento teatrale, La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini. Interpreti principali: Hossein Taheri, Nicola Sisti Ajmone, Diego Sepe, Leonardo Maddalena, Francesco Villano, Edoardo Rossi, Luca Bondioli, Simone Faloppa. Gli elementi di scena erano a cura di Francesco Ghisu, la regia di Pierpaolo Sepe. Pasolini iniziò a scrivere La Divina Mimesis nel 1963, ma questo progetto di riscrittura dell’opera dantesca lo accompagnò per il resto della sua vita. Solo nel '75, l'anno della sua morte, decise di dare alle stampe quelle pagine, che lui stesso definiva documento. Un documento della crisi che aveva vissuto nella prima metà degli anni Sessanta, ma anche il tentativo di comporre qualcosa di “ribollente e magmatico”. Di quest'inferno pasoliniano solo i primi due canti sono completi, per il resto non ci sono che appunti e frammenti per il III, IV, e VII canto. Eppure, nella sua frammentarietà, quest’opera conserva un suo splendore e una sua ‘necessità’ forte. Pasolini racconta il suo percorso, dal giovanile entusiasmo di un tempo allo spirito critico consapevole di un nuovo, amaro senso della realtà. "Abbiamo lavorato, - spiega il regista Pierpaolo Sepe in una nota - d'accordo con Graziella Chiarcossi (nipote dell’autore), solo ai primi due canti de La Divina Mimesis, poiché unico materiale realmente completo e consegnato, come tale, dall'autore. La realtà che egli ha dinanzi ai suoi occhi, risultato di una profonda trasformazione, è la fine di una cultura del proletariato come portatrice di valori, capaci di contrapporsi alla falsa coscienza del capitalismo. Noi siamo eredi di tutto questo, in quanto ce ne sentiamo ‘colpevoli’. Solo attraverso la forma del teatro epico, che impone la visibilità dell’attore, oggettivizza il dire e rifiuta l’immedesimazione, è possibile restituire questo testo. Solo i corpi degli attori possono incarnare l’universo pasoliniano de La Divina Mimesis. Un inferno che è anche ‘nostro’, dominato dall'individualismo più spinto, dal consumo, dal possesso. Attraverso i corpi di giovani e la loro stessa compromissione, si evince il grado di disintegrazione che la società proietta su di loro. I soggetti diventano altro socialmente, e si armano anche, attraverso il benessere, fino a trasformarsi in carnefici. Lo spettatore non troverà il Pasolini dell’iconografia ufficiale, bensì solo una 'nobile broda d'ispirazioni miste' (come lo stesso autore scrisse, riferendosi a questo testo in Progetto di opere future)". * * * SI VEDA ANCHE: Il mio inferno, di Pier Paolo Pasolini (dall'Espresso, 9 novembre 1975) |
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