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Il teatro L'Orestiade di
Eschilo
Qui di seguito è riportata la Lettera del traduttore inserita nel lavoro di Pier Paolo Pasolini sull'Orestiade di Eschilo. La traduzione fu realizzata dallo scrittore per il XVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche del 1960. * * *
Ad ogni modo ho cominciato subito con entusiasmo dalla bibliografia. Ma cosa potevo fare, se avevo davanti a me, per la traduzione, solo pochi mesi, e per di più con sacrileghi abbinamenti a due tre sceneggiature consecutive? Allora non mi è restato che seguire il mio profondo, avido, vorace istinto, contro il quale, come il solito, stavo cominciando pazientemente a combattere - dalla bibliografia... Mi sono gettato sul testo, a divorarmelo come una belva, in pace: un cane sull'osso, uno stupendo osso carico di carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo, contro un infimo campo visivo. Con la brutalità dell'istinto, mi sono disposto intorno alla macchina da scrivere tre testi: Eschyle (Tome II, texte établi et traduit par Paul Mazon, "Le belles lettres" Paris, 1949, M. A.), George Thomson, The Oresteia of Aeschylus, 2 voll. (Cambridge University Press, 1938) e Eschilo: Le Tragedie, a cura di Mario Untersteiner (Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1947). Nei casi di sconcordanza, sia nei testi, sia nelle interpretazioni, ho fatto quello che l'istinto mi diceva: sceglievo il testo e l'interpretazione che mi piaceva di più. Peggio di così non potevo comportarmi. Sapevo che c'erano delle altre buone traduzioni italiane (Valgimigli, Traverso...): ma non ho voluto leggerle, dato il poco tempo a disposizione per risolvere gli scrupoli e detergere le possibili suggestioni. Come tradurre? Io possedevo già un "italiano": ed era naturalmente quello delle Ceneri di Gramsci (con qualche punta espressiva sopravvissuta da L'usignolo della chiesa cattolica); sapevo (per istinto) che avrei potuto farne uso. Naturalmente la timidezza di fronte a un grande testo non è poca: una timidezza che si presenta sotto l'aspetto linguistico dell'inibizione da traduzione: e sto ancora limando per eliminare il più possibile questo sapore: sono praticamente alla prima stesura: il mio lavoro non è dunque finito. La tendenza linguistica generale è stata a modificare continuamente i toni sublimi in toni civili: una disperata correzione di ogni tentazione classicista. Da ciò un avvicinamento alla prosa, all'allocuzione bassa, ragionante. Il greco di Eschilo non mi pare una lingua né eletta né espressiva: è estremamente strumentale. Talvolta fino a una magrezza elementare e rigida: a una sintassi priva degli aloni e degli echi che il classicismo romantico ci ha abituati a percepire, quale continua allusività del testo classico a una classicità paradigmatica, storicamente astratta. In realtà la lingua di Eschilo, come ogni lingua, è allusiva, sì: ma la sua allusività è verso un ragionamento tutt'altro che mitico e per definizione poetico, è verso un conglobamento di idee molto concreto e storicamente verificabile. Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico. Clitennestra, Agamennone, Egisto, Oreste, Apollo, Atena, oltre che essere figure umanamente piene, contraddittorie, ricche, potentemente indefinite (si veda la nobiltà d'animo che persiste nei personaggi normalmente e politicamente "negativi" di Clitennestra e Egisto) sono soprattutto - nel senso che così stanno soprattutto a cuore all'autore - dei simboli: o degli strumenti per esprimere scenicamente delle idee, dei concetti: insomma, in una parola, per esprimere quella che oggi chiamiamo una ideologia. Il momento più alto della trilogia è sicuramente l'acme delle Eumenidi, quando Atena istituisce la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte, nessuna angoscia delle tragedie dà una commozione più profonda e assoluta di questa pagina. La trama delle tre tragedie di Eschilo è questa: in una società primitiva dominano dei sentimenti che sono primordiali, istintivi, oscuri (le Erinni), sempre pronte a travolgere le rozze istituzioni (la monarchia di Agamennone), operanti sotto il segno uterino della madre, intesa appunto come forma informe e indifferente della natura. Ma contro tali sentimenti
arcaici, si erge la ragione (ancora arcaicamente intesa come prerogativa
virile: Atena è nata senza madre, direttamente dal padre), e li
vince, creando per la società altre istituzioni, moderne:
l'assemblea, il suffragio.
Gassman,
che intendeva mettere in scena l’Orestea di Eschilo e cercava un
traduttore, venne a conoscenza di questa attività di Pasolini e
gli propose il lavoro. Pasolini vi si dedicò con un certo timore
ma anche con entusiasmo per il significato “politico” del pensiero eschileo:
nella trilogia coglie nietzscheanamente il tema del rapporto irrazionale
/ razionale, della loro fusione feconda e positiva nel creare una società
di uomini. La traduzione è filologicamente attenta e rispettosa
(un rispetto che permarrà anche nella sceneggiatura dei film tratti
da tragedie), in una lingua volutamente semplice e prosastica, "una disperata
correzione di ogni tentazione classicista" dice l’autore nella nota finale.
Qualche arbitrio si spiega pensando alla destinazione del testo, fatto
per la rappresentazione: va detto che assai meno rispettoso fu Gassman,
che tagliò tutti i passi più esplicitamente religiosi nella
messa in scena, svoltasi il 19 maggio al Teatro Greco di Siracusa. Proponiamo
la traduzione dei vv. 174-184 della Parodo dell’Agamennone:
Ma l’uomo che con tutto il cuoreNel leggere i due passi di traduzione si è colpiti da una caratteristica comune: la scelta di modificare i termini del lessico religioso (fato in Aen. I, 2 diviene storia, la modificazione più discutibile, deos del v. 6 la sua religione, Musa del v. 8 spirito, insignem pietate del v. 10 così religioso; nel testo eschileo, Zeus è risolto con Dio). La vicinanza cronologica porta a considerare come non casuale il contrasto fra violenza celeste che traduce vi superum del v. 4 virgiliano e violenza d’amore che traduce cháris bíaios del v. 183 eschileo; mentre una riflessione sulla saggezza che si raggiunge nel sonno può essere all’origine del tema del sonno più volte ricorrente in Pasolini. * * *
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