Teatro
 


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"Pagine corsare"
Teatro

A Ostia, ripensando Pasolini
di Pippo Delbono
Liberazione 13 novembre 2004

«Ai tempi di Pasolini ero molto piccolo. Erano gli anni Sessanta, il boom degli anni Sessanta, quando tutti iniziavano a comprare le prime lavatrici, i primi televisori, le prime Fiat...». Così inizia La rabbia, uno spettacolo che ho creato nove anni fa, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Pasolini, su richiesta di Laura Betti. Sono nove anni che lo porto in giro con me, in diversi paesi del mondo, in diverse lingue, in diverse culture, da Parigi all'Argentina a Cuba. Di recente l'ho presentato a Ostia, vicino al luogo della morte del poeta. Non parla solo di Pasolini ma è un omaggio a qualcuno che con coerenza ha lottato con le armi della poesia. E con lui ci sono le parole di Genet, di Rimbaud, di Charlie Chaplin.

C'è Pasolini che denuncia, che sa i nomi delle persone corrotte ma non può parlare, perché le persone sono «troppo serie ed importanti». Ma poi c'è anche l'uomo: l'uomo fragile, l'uomo che cerca gli amori "diversi", l'uomo che non ha timore di mostrarsi sicuro, forte e debole nello stesso tempo, maschile e femminile, ateo e profondamente cristiano, blasfemo e sacro, il poeta. Qualcuno in Italia aveva detto che Salò, l'ultimo film di Pasolini, era un'opera minore, forse troppo eccessiva, forse troppo crudele, forse, forse, forse. In Francia invece amano molto questo film. Credo che, in un certo senso, come Il Vangelo secondo Matteo, anche Salò è un'opera sacra sull'essere umano vero. Una parla dell'essere umano che può diventare Dio e l'altra dell'essere umano che può diventare demonio. Ma sempre dell'essere umano nella sua profonda contraddizione parla, nella sua esasperata contraddizione.

Mentre preparavo L'Urlo, lo spettacolo che parla del potere, stavo leggendo contemporaneamente una biografia di Hitler e una di Cristoforo Colombo. Un po' così, per casualità, per disordine, per essere del segno dei Gemelli forse… Due storie così lontane, così diversamente entrate nella storia, ma per i morti lasciati dietro, per il razzismo nel guardare il diverso, in fondo così vicine. Alla fine nello spettacolo è rimasta poi solo una frase: «Ho visto le menti migliori della mia generazione che diventavano eroi o dittatori, criminali o santi…».

Pasolini credo che sia stato uno dei rari esempi di persona coerente proprio nell'incoerenza, fenomeno naturale dell'essere umano che cambia nelle idee, nei pensieri, nei giudizi, nelle opinioni, ma rimane coerente nel profondo dell'anima. Pasolini con i comunisti contro i comunisti, contro il Papa con il Papa, con i rivoluzionari del '68 e contro di loro.

La guerra è qualcosa che c'entra con la durezza, con la rigidità, la pace qualcosa che c'entra con il cambiamento, il flusso, lo scorrere delle cose. Spesso quando guardo per caso dei dibattiti televisivi tra politici mi colpisce il fatto che nessuno mai cambi idea, si metta in discussione, dica: «In effetti questo è vero, ho cambiato idea». La nostra giornata è piena di cambiamenti di pensieri sulle cose quotidiane: «Prendo un altro caffè, no, sono troppi, prendo il bus, no, prendo il taxi, vado al cinema, no…», ma di fronte agli altri ci sembra che la nostra immagine risulti più forte se siamo fermi nelle idee, dimostriamo sicurezza, decisione all'esterno pur vacillando profondamente.

È quel vacillare della poesia, che corre sul filo del non capibile, dell'irrazionale, del mistero. Forse avremo bisogno ancora del politico poeta Pasolini. Qualcuno che ci aiuti ad aprire gli occhi su di noi, e poi sul mondo. Qualcuno che si aiuti a «ricominciare da dove non c'è certezza» e a capire, come all'inizio del suo film Il fiore delle mille e una notte che «la verità non sta in un solo sogno ma in molti, molti sogni».

IMMAGINI: Pippo Delbono e, sotto, una scena da "L'urlo" di Pippo Delbono.

 


A Ostia, ripensando Pasolini, di Pippo Delbono
 

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