"Pagine
corsare"
Teatro
Progetto Petrolio
Intervista a Mario Martone di Graziano
Graziani
"Carta" - Agenda della
Società Civile
n. 39, 2005
Mario Martone, regista di
teatro e cinema, ha realizzato lo scorso anno un progetto basato sul romanzo
incompiuto di Pasolini, "Petrolio". Decine di gruppi teatrali si sono confrontati
con i materiali multiformi del libro e con la figura complessa del suo
autore. Molti di quegli spettacoli sono oggi in giro per l'Italia, in varie
iniziative che ricordano Pasolini a trent'anni dalla scomparsa. Martone
ha raccontato a Carta questo percorso.
Come parla al presente
la figura di Pasolini, poeta, cineasta, saggista e scrittore?
Quello che me lo fa amare
è proprio il suo aspetto di non chiusura in una forma o in un codice.
Pasolini è stato un uomo che veramente ha travalicato e aperto i
confini tra le discipline, soprattutto rispetto alla propria vita. Nel
senso che c'è stato un continuo spostare, rispetto alla propria
esperienza, il territorio artistico. Quindi non l'arte come codice entro
cui muoversi secondo delle regole, ma come esperienza viva, che di volta
in volta ha radice e senso nella vita, nell'osservazione della vita altrui
e nell'esposizione spudorata della propria. Questo fa di Pasolini qualcosa
di unico: è limitato dire che è un intellettuale ed è
limitato dire che è un artista. È stato tutte queste cose,
ma nell'insieme qualcosa di più. Questa è anche la ragione
per cui la sua esperienza continua ad essere vitale oggi. Quello che impressiona
in Pasolini è la sua disposizione fraterna, mentre di solito i maestri
sono dei padri. Tutto si può dire di Pasolini, meno che sia un padre.
Questo suo muoversi incessante, questa sua disperata vitalità e
l'inquieta ricerca della verità fanno di lui una figura fraterna.
Problematicamente fraterna, ma mai paterna. Questa è già
di per sé una cosa enorme, perché Pasolini ha saputo spezzare
la linea padre-figlio, cioè una linea autoritaria, per creare invece
un rapporto responsabile e rigoroso. Questo fa sì che con Pasolini
si continui a dialogare, anche a tanti anni dalla sua morte.
In Pasolini hanno coabitato
elementi di forte modernità e antimodernità…
Questa sua caratteristica
ci dice come in realtà i concetti di moderno e antimoderno siano
categorie vecchie. Chi si è arenato in questa specie di spartiacque
alla fine è stato messo alle corde. Il luogo di Pasolini è
il luogo del pensiero, quindi non un luogo di appartenenza per schemi.
Noi sappiamo benissimo tutto ciò che c'è di straordinario
nella modernità, e Pasolini ad esempio è andato incontro
a un linguaggio moderno come era il cinema negli anni sessanta. Gli è
andato incontro con una forza, con un entusiasmo e una capacità
di rapporto che dimostra quanto lui fosse profondamente moderno. Mentre,
invece, era perfettamente antimoderno nel momento in cui parlava di omologazione,
anche lì anticipando però molti temi della globalizzazione.
Questo dimostra che il luogo di Pasolini era oltre gli steccati. Ciò
che manca oggi non è la sua posizione, ma il suo coraggio, la sua
capacità di mettersi in gioco completamente, col corpo, con l'anima
e con la mente, rischiando tutto. Pasolini veniva sempre accusato di essere
un dilettante: glielo dicevano i letterati per la sua poesia, glielo dicevano
i critici di cinema per i suoi film, e così via. Perché non
corrispondeva all'accademia. E invece lui sbaragliava tutto.
Cosa ti ha suggestionato
tanto in "Petrolio", da prenderlo come spunto per il tuo progetto teatrale
su Pasolini?
"Petrolio" è un libro
capitale da tanti punti di vista. Ci vorrebbe moltissimo tempo per parlarne
seriamente, anche solo ad esempio per l'aspetto di analisi della politica
italiana - cosa che probabilmente non è estranea alla sua stessa
morte, se sono vere le ipotesi del giudice Calia. Ma, al di là di
questo, "Petrolio" è un libro incompiuto, composto di diversissimi
materiali, che è del tutto impensabile affrontare nel suo insieme.
Meglio affrontarlo, a me è sembrato, come un territorio da attraversare.
E come un dispositivo di dialogo: provare a fare con Pasolini esattamente
quello a cui lui ti chiama, cioè a dialogare, a esporsi con lui
con i propri gesti, i propri pensieri. Per questo ho pensato ad un lavoro
collettivo, a un modo per cui tutta una serie di artisti, anche diversissimi
tra loro, affrontassero da diversi punti di vista i temi e gli spunti che
sono presenti in "Petrolio". Questo ha dato luogo ad alcuni mesi molto
intensi, che si sono svolti a Napoli e che sono stati qualcosa come un
fluire di esperienza: non c'era tanto l'idea di andare a teatro per vedere
degli spettacoli, quanto piuttosto per mettere in moto il pensiero e l'esperienza.
E dopo questa fase napoletana - questa è una cosa che mi ha dato
grandissima soddisfazione - moltissimi di questi lavori hanno continuato
a vivere e a girare per l'Italia. Segno che c'era qualcosa di vitale, nel
progetto.
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