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Il teatro Riflessioni, approfondimenti, resoconti 2004
2005
Nell’ambito della rassegna
“Una stagione (teatrale) all’inferno”, in collaborazione con il Centro
di promozione teatrale “La Soffitta”
Il coraggioso spettacolo diretto da Andrea Adriatico per i tre valorosi interpreti Francesca Ballico (la Donna), Maurizio Patella (l’Uomo) e Rossella Dassu (la Ragazza) colpisce e turba innanzitutto perché è programmaticamente, crudelmente e senza tregua anti-voyeuristico. Se la prossimità di attori e pubblico è un concetto ormai ampiamente assimilato dal teatro contemporaneo, in certe situazioni estreme, tuttavia, una distanza ravvicinata è ancora capace di inquietare, di scuotere o addirittura dissolvere la rassicurante consapevolezza di rivestire il ruolo di spettatore. È questo il caso. Quando si viene introdotti nel tunnel nero, ideato da Andrea Cinelli, e fatti accomodare sulle sedie posizionate in due file, da venti posti o poco più, giusto ai lati del letto-altare, si ha l’immediata sensazione di trovarsi in trappola. Una trappola voluta e cercata, sissignore, ma anche, e questo è ciò che si avverte non appena la Donna pronuncia la battuta iniziale, temuta. «Parlare di spettatore non è giusto. Bisognerebbe dire compartecipe»: Adriatico ha ben presente il dettato di Pasolini e fa del pubblico quasi un terzo componente, alternativamente vittima e carnefice, del rituale esoterico che si sta compiendo. La coazione alla vista produce così sguardi sfuggenti e pudicamente abbassati, la costrizione della vicinanza e dell’immobilità si trasforma in tortura quando esplode la violenza dell’Uomo e in sussulto ogni volta che pesanti catene vengono estratte dalle pareti del tunnel per legare la Donna. La recitazione anti-naturalistica della Ballico, che risorge dopo ogni percossa, dopo ogni morso o oscena profanazione della carne per tornare, con voce calma e suadente, alla parola, diventa dunque il mezzo straniante per riacquistare la propria posizione di spettatori, ma anche il contrassegno dissonante del continuo passaggio da un piano all’altro dell’opera, dall’orgia di ricordi, rimorsi e recriminazioni evocati con sublime ed estenuato distacco, al prossimo scoppio distruttivo, così fino alla fine, fino alla morte. Se dalla prima parte dello spettacolo si esce provati e scossi, nel secondo tempo è forse proprio l’assenza della Donna, e del contrasto espressivo tra fisicità e voce offerto dalla recitazione di Francesca Ballico, a togliere un po’ di incisività. Il sadismo perde il contraltare del masochismo e la furia dell’Uomo si avventa su una preda inconsapevole, una Ragazza raccolta per strada, ben resa con sensualità bambina da Rossella Dassu. Una volta fuggita la Ragazza, il delirio distruttivo diventa auto-imposto: il protagonista si tormenta, si spoglia con foga e violenza, si umilia indossando la sottoveste e le calze di nylon abbandonate dalla sua giovane vittima. Ma nei gesti rabbiosi di Maurizio Patella c’è forse troppa concitazione per far emergere l’anima disfatta del personaggio, che invece appariva, con maggior strazio e nitidezza, attraverso il ritmo altalenante dettato dal passo a due della prima parte. E infine l’epilogo, con il suicidio del protagonista in lingerie femminile, crocifisso alle sue stesse catene di torturatore (vittima, come voleva Pasolini, immolata per la rivoluzione della Diversità), non riesce a superare la barriera razionale della provocazione per lanciarsi nell’abisso di solitudine e paura così prepotentemente palpabile nel resto dello spettacolo. * * * Stefano Casi su Pier
Paolo Pasolini
Bisogno di Pasolini. È incredibile come nella storia italiana sia costantemente presente e "necessaria" la figura di un artista e intellettuale come quella di Pasolini. Sembra che la sua vita (Bologna 1922 - Ostia 1975) sia stata troppo breve per contenerlo tutto: anima e corpo, arte e pensiero. E così Pasolini ritorna sempre a ricordarci che esiste un modo diverso di vedere le cose e di vivere il proprio essere un uomo pubblico. Assordati da un universo mediatico e da un consumismo ormai vittorioso, le analisi, le parole e le "profezie" di Pasolini tornano a ossessionarci e, come allora, a stimolarci e scandalizzarci. Pasolini l'intellettuale, Pasolini il poeta, Pasolini il regista, Pasolini il drammaturgo, ma anche Pasolini il polemista, Pasolini il saggista, Pasolini il diverso, Pasolini il perseguitato, Pasolini l'omosessuale... Il fatto è che è impossibile prenderne solo un "pezzo"; e d'altro canto è impossibile riuscire a comprenderlo tutto. Pasolini è un oceano, e come tale è sempre più necessario: più passa il tempo e più ci rendiamo conto che per affrontare meglio il nostro tempo occorre ritornare lì. Ma come? In due modi, principalmente.
Con
lo studio, la lettura delle opere e la visione dei film. Oppure, se
usiamo un'espressione da lui coniata, con uno sguardo "en poète":
attraversandolo, lasciandosi trafiggere dalle sue intuizioni, dialogando
con lui, tradendolo per non tradirlo.
Dopo aver diretto la sua
opera teatrale Orgia nel 1968, Pasolini scrisse: "la grande novità
del teatro è tutta qui. Un rapporto personale con lo spettatore.
Altrimenti, dedicarmi al teatro (scriverlo e allestirlo) non avrebbe significato".
La rassegna era dunque dedicata
a un compagno di strada, ucciso quasi trent'anni fa, e oggi più
vicino che mai. Come Assurdina che torna dall'aldilà nella baracca
di Ciancicato e Baciù, perché in fondo "essere vivi o essere
morti è la stessa cosa" (P.P. Pasolini, La terra vista dalla
luna).
[Sopra: foto di scena, Orgia,
Teatri di vita; la Sala Pasolini
dei Teatri di vita di Bologna]..
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