Teatro
 


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"Pagine corsare"
Teatro

Pasolini, teatro come vocazione
I teatri di Pasolini, di Stefano Casi
Enrico Marcotti, Ubulibri

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A trent'anni dalla scomparsa e proprio nei giorni in cui il dibattito sulla sua morte cruenta riporta in primo piano con rinnovata intensità il "caso Pasolini", giunge nelle librerie con bella puntualità il saggio di Stefano Casi sui rapporti dello scrittore friulano con la drammaturgia. I teatri di Pasolini (Ubulibri, pp. 318, 26 euro) è infatti un documentato e appassionato viaggio nella "febbre" teatrale di questo originale autore del Novecento oggi tra i più rappresentati. Ricordiamo la recente trilogia (Pilade, Porcile e Bestia da stile) proposta da Antonio Latella.

Stefano Casi proprio per questo suo approfondito lavoro di scavo sull'etica teatrale pasoliniana, frutto di vent'anni di studi, ha ricevuto a Genova il Premio della Critica consegnatogli dall'Anct (Associazione nazionale dei critici di teatro).

Il libro sgombra il campo da conclusioni velleitarie cui molti studi sono giunti in passato mettendo in ombra un tracciato filologicamente importantissimo ricostruito da Casi ripercorrendo la biografia teatrale dello scrittore di Casarsa con perizia e rigore di analisi.

Un ampio percorso, quello di Casi, che analizza il doppio versante dell'attività pasoliniana, la scrittura teatrale autonoma e la traduzione dei classici, attitudine in cui Pasolini ha saputo calarsi con esiti spesso fondamentali.

Certamente, nell'introduzione al libro, Luca Ronconi ha ragione quando afferma che sul versante teatrale Pasolini ha pagato con l'incomprensione il fraintendimento a lungo perpetrato da certa critica del suo Manifesto per un nuovo teatro interpretato più come una controindicazione al "fare teatro" che non come un atto, in definitiva, di passione verso l'esercizio di una attività intellettuale invece ritenuta centrale.

E proprio Casi si incarica di fornire tutti gli elementi utili per restituire dignità all'attività teatrale del Nostro, non meno importante dei fronti letterario, poetico e cinematografico. Il percorso di questa "vocazione" teatrale viene sviscerato fin dai momenti dell'adolescenza a Casarsa (il paese natale) dove la vitalità del suo pensiero lo porta ad affrontare il teatro attraverso la mediazione del dialetto della sua terra per costruire un'opera, I Turcs tal Friul, scoperta da molti solo nel '95 grazie al bellissimo allestimento di Elio De Capitani.

Un rapporto con la scena che non abbandonerà più Pasolini nonostante l'impegno sugli altri versanti e che ne alimenterà l'ispirazione e l'azione. 
Pasolini lo sperimentatore fino agli anni della maturità, continuerà la sua costante ricerca di un nuovo linguaggio, anzi di una lingua nuova che ne giustifichi l'impegno culturale nei confronti della società.

Un percorso (fatto anche di confronti con la grande tradizione attorica italiana ben conosciuta fin dagli anni dell'università da Pasolini) che nel tempo subirà improvvisi stop, violente accensioni, repentine ripartenze, fra entusiasmi e ripensamenti, sconcerto e intuizioni.

Nel libro Casi ripercorre una letteratura teatrale variegata che comprende le traduzioni e le riscritture dei classici (l’Orestea e Plauto), la creazione di canzoni di cabaret per Laura Betti fino a quei sei magnifici esempi di "tragedia impietosamente borghese" (Calderon, Affabulazione, Porcile, Pilade, Orgia e Bestia da stile) che continuano ad essere rappresentati.

Per Pasolini il teatro è un referente necessario per poter dialogare con la società e Casi ne riesce a dimostrare tutta la forza eversiva, ancora intatta. Forse proprio perché quel senso di incompletezza che traspare comunque sottotraccia nelle sue opere è il segno di una «libertà drammaturgica non costretta da schemi», come osserva Ronconi, con cui i teatranti possono confrontarsi senza sentirsi soffocati.

E se I teatri di Pasolini sono ragione più d'uno, essi però hanno un unico obiettivo: costruire uno spazio essenziale di riflessione che vada oltre le prospettive autobiografiche.

E anche il cinema, nel percorso artistico di Pasolini, deve molto al teatro. Segnali inequivocabili stanno nella stessa biografia pasoliniana: dall'assunto teatrale di Teorema che avrebbe dovuto diventare una tragedia, alla Terra vista dalla luna chiaramente ispirato all'Alcesti di Euripide, per non dire dell'Edipo re che guarda al capolavoro di Sofocle, così come Medea guarda al modello euripideo. Per arrivare a quegli Appunti su un'Orestiade africana che sono un'altra variazione sul tema.

Per Pasolini il teatro non è un "vizio assurdo" ma il luogo in cui sperimentare "l'assurdità dei vizi" della società, pensiero forte capace di alimentare lo sguardo netto e scandaloso sui meccanismi borghesi che la minano, spazio vergine in cui tradurre le sue doloranti ma vitalissime contraddizioni, riflesso infine non consolatorio di un mondo in cui il tizzone rovente della sua opera continua a incidere fortemente.

 


Pasolini, teatro come vocazione - Sui Teatri di Pasolini, di Stefano Casi
 

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