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Daniele Andreozzi - Un'Orgia borghese sul palcoscenico: Pasolini nel suo teatro |
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2. L'idea della tragedia borghese Siamo alla metà degli
anni ’60 e incredibilmente vicini alla svolta nelle idee sul teatro di
Pasolini; con i testi trattati in precedenza si sono visti i lenti sviluppi
della voglia dello scrittore di cercare quelle novità utili alla
proposizione sulle scene di un teatro nuovo, scevro dall’accademismo, che
sia realtà e critica della realtà allo stesso tempo. Ora,
prima di passare al tentativo di dare un’organicità allo sviluppo
delle sei tragedie, riteniamo utile prendere uno spunto da un testo di
Pasolini del 1965 dal titolo Progetto di uno spettacolo sullo spettacolo,
presente nei Meridiani Mondadori proprio subito prima del testo di Orgia.
Questo breve testo di tre cartelle parla di un sogno di Gadda sulla “sperimentazione
di tutti i modi possibili di risolvere il problema del teatro in Italia
dove non esiste una parlata “media” [...] [19].
La scena si svolge in diversi piani e riguarda diversi personaggi che ruotano
intorno a Gadda; ma la componente fondamentale del trattatello si pensa
possa essere quell’entità che Pasolini chiama “Lui” e che colloca
in un qualche punto del palcoscenico dentro una tana. Di Lui si sa solo
che è uno con cui Gadda si confida, “potrebbe essere Goffredo Parise;
o il diavolo; o il simbolo del teatro (infatti può avere una maschera
sopra l’altra sempre più piccola, come quel giochetto russo di una
bambola dentro l’altra) [...] il teatro, del teatro, del teatro, del teatro
ecc.” [20]
Questo inserimento di un piano dentro un altro può essere letto sia come il proseguimento teorico del plurilinguismo messo in atto in Italie Magique e Vivo e Coscienza, sia come un ennesimo accenno ai molteplici piani della realtà che il teatro va ad intaccare, ‘senza soluzione di continuità’, proprio come in un sogno. Interessante è l’osservazione che Pasolini fa sul particolarismo linguistico in cui il teatro si presenta come scelta di espressione. “Il sogno di Gadda passerà a rappresentare una scena di Shakespeare, una di D’Annunzio, una di Pirandello, una di De Filippo; per ognuna c’è una soluzione linguistica diversa: espressionistica, accademica, caricaturale, dialettale ecc. L’impossibilità che risulterà sarà quella di un teatro normale”. Normalità data, invece, da quella lingua media già caldamente teorizzata in vari momenti del teatro post-Friuli e poi ribadita nel Manifesto per un nuovo teatro, che di lì a poco vedrà la luce. Pasolini vuole fare rinascere “una poesia orale (andata da secoli perduta anche nel teatro)” e dare al teatro una lingua che sia lingua della realtà, dove un corpo è rappresentato da un corpo, e un’azione da un’azione. Nota la sua affermazione raccolta nel saggio Empirismo eretico: “vivendo noi ci rappresentiamo, e assistiamo alla rappresentazione altrui. La realtà del mondo umano non è che questa rappresentazione doppia, in cui siamo attori e insieme spettatori: un gigantesco happening, se vogliamo”. [21] È teatro nel teatro, come nel sogno di Gadda. È chiaro che il nuovo teatro proposto dall’idea pasoliniana deve e vuole essere la rappresentazione della società nella sua interezza: così, data l’impossibilità di rappresentare il mondo contemporaneo tramite l’azione, sarà la parola, il logos, a dover garantire questa funzione. Parola che, secondo Pasolini, del mondo borghese è la componente imprescindibile, in quanto simbolo del compiacimento ipocrita che la società vive quotidianamente. Parola che deve riavvicinarsi a quel linguaggio corporale, confinato nel mondo sottoproletario. La tragedia borghese di Pasolini nasce quindi da una mistura di idee che condannano linguisticamente, socialmente, concettualmente la classe dominante, che si omologa e omologa il mondo, lasciando all’intellettuale il duro, addirittura impossibile compito di criticarla con le proprie opere. Nessuna soluzione rivoluzionaria però, solo analisi e dati di fatto; l’allontanamento da Brecht è ormai evidente. Ma per operare questo progetto di critica alla società tramite la lingua, a Pasolini occorrono dei modelli che non possono essere più l’esclusiva tragedia greca, poiché, come spiega Stefano Casi, “la polis greca non coincide con lo stato borghese”; neanche il teatro borghese con il suo modo superficiale di intendere la rappresentazione può considerarsi un riferimento plausibile. Pasolini vuole che, e torniamo di nuovo al testo di Casi, “l’intellettuale possa mettere in scena le proprie contraddizioni in modo che esse si mostrino di fronte alla società borghese, alla quale queste stesse contraddizioni appartengono ”. [22] Enzo Siciliano, nella biografia di Pasolini, racconta così l’episodio del malanno dello scrittore e della successiva prima ostentazione del corpus teatrale prodotto nel periodo di degenza: Partendo dal dato biografico che rende l’atmosfera della creazione delle tragedie ancor più terribilmente affascinante, data la precaria situazione fisica in cui Pasolini verteva, si arriva come primo step a quella particolare querelle sulla datazione delle opere che Pasolini più volte data 1965, ma che facilmente si sono potute inserire nel 1966, anno dell’ulcera. Casi spiega questo strano equivoco con un lapsus “che rivela in quella data (1965) l’anno virtuale della composizione. Infatti l’autore viene coinvolto nel dibattito su “Scrittori e Teatro” proprio nel 1965 […] e ancora nel 1965 prende la forma delle analisi di Fortini sul “mandato” allo scrittore”. [24] Pasolini, che anche in una lettera scritta all’italianista francese Gardair confonde addirittura l’anno della sua malattia (“nel ’65 ho avuto un’ulcera abbastanza grave che mi ha tenuto a letto più di un mese”), scrive sei tragedie: Pilade, Orgia, Porcile, Affabulazione, Calderòn e Bestia da stile, inoltrandosi in un lavoro fatto di personaggi da far parlare attraverso una struttura ad episodi non consequenziali ed al limite dell’intercambiabilità; episodi stessi che, attraverso i personaggi, rilasciano temi e concetti sviscerati quasi fino alla nausea, fino ad una sospensione del giudizio di valore che resta una prerogativa della platea presente in sala.“Una sera di Marzo, 1966, a cena in un ristorante del Portico d’Ottavia, in ghetto, a Roma, ebbe una crisi d’ulcera. Con lui erano Moravia e Dacia Maraini. Pasolini, sempre nella lettera a Gardair, spiega che “durante la prima convalescenza ho letto Platone ed è stato questo a spingermi a scrivere attraverso personaggi […]”; a tale proposito è da citare Giacomo Jori, e nello specifico una parentesi sull’idea di teatro del poeta presente nel suo testo critico intitolato Pasolini: “La discendenza platonica è segnale di una poesia che intende presentarsi come ‘drammaturgia’ del pensiero e della coscienza, quale rappresentazione scenica delle aporie della storia, della società, dell’uomo e della coscienza, nel primato dell’ ‘idea’, del pensiero giudicante.” [25] Chi sarà il fruitore di questo teatro sarà il testo del Manifesto ad individuarlo; nel frattempo Pasolini scrive le sue tragedie, nelle quali vuole far specchiare la classe borghese dentro le proprie contraddizioni. Nel logos delle opere c’è un ineliminabile presupposto: l’enigma. Irrisolvibile, che travolge tutti i personaggi in azione – se così si può dire – nei testi, frammentandone i discorsi e ritornando a farsi sentire, sottile, nei lunghi e spesso criptici monologhi. Non è un caso infatti che dopo una prima stesura di getto la maggior parte dei testi vengano rimaneggiati e rivisti, quasi a dimostrare che un “borghese”, seppur intellettuale come Pasolini, vive anch’esso la contraddizione di vivere, scrivere e quasi non accettare un testo che parla di sé stesso e del proprio dramma esistenziale. Dicevamo in precedenza della cronologia come ulteriore momento di discordanza tra gli eventi realmente accaduti e ciò che lo scrittore, per lapsus o per volontà, ha voluto far sapere al mondo: Stefano Casi mette un po’ di ordine nelle opere di quel periodo così produttivo: Senza dilungarsi troppo nelle edizioni che si succederanno nel corso degli anni, né sulla rappresentazione di Orgia allo Stabile di Torino che si tratterà più avanti, da notare l’incredibile facilità con cui Pasolini ha mischiato scritture ed argomenti così differenti le une dentro le altre senza risentire di possibili pastiches, ma riuscendo a mettere dentro tutta quella poesia che stava ricercando.“Agli inizi del ’66 Pasolini abbozza Teorema, Bestia da stile, Orgia e, per ultimo, Pilade. [...] Agli inizi del ’67 sono pressoché pronte Orgia e Pilade, mentre devono essere ancora completate Affabulazione (ancora senza titolo) e Bestia da stile, e mentre vengono concepite Porcile e Calderòn; alla fine dell’anno sono pronte le prime quattro, una delle quali, Pilade, è pubblicata in Nuovi Argomenti.” [26] In un’intervista di Walter Siti a Luca Ronconi presente nel Teatro dei Meridiani, viene posta all’attenzione la problematica dell’importanza maggiore dell’autore-Pasolini rispetto all’opera; Ronconi risponde così: [...] nei suoi testi c’è sempre una forte componente autobiografica anche se non diretta [...] nel teatro di Pasolini è difficile prescindere totalmente dalla figura del personaggio, dell’autore”. [27] Ancora autobiografia, ancora Pasolini che rappresenta Pasolini. Un grande controcanto a questa affermazione la fa lo stesso scrittore in un’intervista del ’67 a Manlio Cancogni: “Il destinatario è il mio nemico, è la borghesia che va a teatro!”. [28] Ecco dunque un’altra, paradossale e poetica unione dell’autore col destinatario dell’opera; il suo nemico, la borghesia, della quale fa parte anche lui e per la quale mette in scena un’opera autobiografica. Identificazione e distacco, Diversità e Fusione, tematiche che ritorneranno più in là. Si era citato prima l’intervento di Pasolini sul dibattito “Scrittori e Teatro” nel corso del 1965; questo importante discorso dell’autore è un incredibile e continuo punto di riflessione sulle tematiche poi riproposte nel Manifesto: Pasolini interviene accusando il teatro italiano a lui contemporaneo in tale sorta: “dai palcoscenici piovono sullo spettatore torrenti di parlato intollerabile, che non ha nessuna corrispondenza con nessuna realtà (…) I registi, anche i migliori, sono tutti colpevoli di accettare l’accademia linguistica degli attori (…) la parola è una parola che non esiste, e si è creata un’esistenza fittizia, provocatoria, presuntuosa”. [29] E ancora sul problema dell’italiano parlato medio: "Gli uomini di teatro hanno commesso l’errore di fingere che un italiano parlato medio ci sia, e di conseguenza hanno creato un’inesistente convenzione teatrale (…) Il parlato teatrale italiano è tutto accademico, non ha mai tracce di realtà". [30] Il periodo dei grandi registi “critici”, gli Strehler (nella foto sotto a sinistra), De Bosio, Squarzina è da tempo terminato, ed ormai il teatro italiano naviga verso una concezione dello spettacolo all’insegna della grandiosità manierista e esageratamente decorativa.
La Compagnia del Porcospino, fondata a Roma nell’ottobre 1966 dalla Maraini, Moravia e Siciliano presentando sulle scene opere di Gadda e Wilcock, tenta di coinvolgere anche Pasolini, confermando che l’attenzione di quest’ultimo verso il teatro era in ascesa e addirittura risultava anche presente sul mercato (nel dicembre di quello stesso 1966 Pilade viene pubblicata su Nuovi Argomenti). Ed è ancora un’intervista di Pasolini rilasciata con Moravia, in parallelo con la stesura delle sei tragedie, per la rivista “Sipario” a sottolineare che l’interesse per il teatro sta vivendo un periodo particolarmente fertile: “Io potrei benissimo scrivere una pièce in friulano, ma mi capirebbero i friulani e basta (…) È una strada che c’è, ma che evidentemente non basta per un teatro nazionale”. [31] Centrale, ancora la problematica della lingua. La risoluzione di Pasolini sulla questione, la scelta di una lingua media che non sia quella quotidiana del verso teatrale, ha necessariamente accostato il teatro pasoliniano con quello di due capisaldi del teatro di inizio novecento, D’Annunzio e Pirandello. Casi spiega come affrontare il rapporto con questi due modelli: “[...] a D’Annunzio ci si è spesso richiamati per analizzare negativamente il teatro di Pasolini, senza comprendere il valore di rifondazione del linguaggio teatrale che ha per Pasolini il verso tragico. I ritmi della prosodia pasoliniana [...] impongono agli attori una recitazione inusitata, che obbliga a cadenze, tonalità e volumi di non facile applicazione”. [32] Di altro stampo invece il parallelismo con Pirandello: “L’originale prosa di Pirandello, espressione della dialettica borghese, è stata un imponente ostacolo allo sviluppo della drammaturgia e della tecnica di recitazione in Italia. Pasolini ne è consapevole, ed è consapevole che, per far nascere una nuova drammaturgia per un nuovo teatro, occorre rifondare un inedito statuto formale”. [33] Pirandello, con il suo modo sofista di spiegare la realtà ed i suoi personaggi cozza dunque con la dimensione strettamente poetica ed autoriflessiva della parola di Pasolini. Due modi di interpretazione della società borghese che corrono paralleli, l’uno con i suoi psico-drammi fatti di “più sensi e più forme”, l’altro con i suoi monumentali paradossi, irrisolvibili nella sostanza e solo analizzabili con degli attori “portatori di un verbo che non rivela altro se non la propria arroganza”. Così, in un panorama nel quale il teatro avvicendava tendenze di accademismo e forme di particolarismo linguistico inutile ai fini della formazione di un teatro nazionale, Pasolini scrive i suoi sei testi. Data la continua interazione che le sei tragedie borghesi presentano tra loro e dato il concorde giudizio della critica nel considerarle assolutamente inscindibili una dall’altra, e tutte a loro volta riconducibili al Manifesto per un nuovo teatro, anche in questo studio sembra necessario una presentazione delle altre cinque tragedie e del testo al quale fanno ideologicamente riferimento, prima di passare all’analisi di Orgia. Nella prefazione del Teatro di Pasolini, edizione del 1977, Guido Davico Bonino illustra alcune delle caratteristiche di questa tragedia che Pasolini crea per dare un seguito alla sua traduzione dell’Orestea: È l’evoluzione dell’intellettuale che, nel momento di passaggio del mondo arcaico nella società precapitalistica, si contrappone alla trasformazione delle Furie in Eumenidi, portatrici della nuova concezione di sviluppo razionale e borghese. Oreste, dopo la conciliazione di antichi e nuovi dèi presenta al suo rientro in città la parola della nuova divinità, Atena, emblema della Ragione, alla quale i cittadini devono appoggiarsi con coraggio, ricordando il passato solo nei sogni, per avere una società più moderna. E Pilade si contrappone a questo, come spiega Casi: “[...] l’intellettuale che non sa parlare, ma che acquista la parola solo in seguito alla frequentazione degli strati più bassi della popolazione – ed ecco la spinta autobiografica – [...] Unica possibilità di alleanza per Pilade è con il movimento reazionario rappresentato dall’amplesso luttuoso con Elettra.” [35]«Pilade non è tanto un dramma "dialettico" contro il potere, quanto “epico-lirico” sul potere. Non ne metaforizza il contrasto con l'individuo quanto ne descrive l'inarrestabile ascesa. A dispetto dell'infittirsi degli episodi, dell'accrescersi dei personaggi, Pilade è di una estrema linearità: non ha più novità strutturale - ad esempio quella struttura ad eclisse, monca, di Orgia - è una sorta di (rassegnata?) appendice dell'Orestiade eschilea (tradotta da Pasolini nel 1960); ma il timbro e il ritmo stesso della scrittura sono piuttosto quelli di una aspra e pessimistica epitome: e, per di più, epitome (cioè, compendio) del già accaduto, che si contempla a ritroso con l'amara consapevolezza che il "tempo" ci "ha lasciati indietro". Atena, la Ragione-Potere "non ha ricordi - sa soltanto la realtà. - Ciò che essa sa, il mondo è...". Sotto la sua luce imperiosa le Furie si sono mutate in Eumenidi, le quali ora "sanno - dar grazia con la parola a quei sogni - che ci facevano solo urlare" (giacché ormai "il Passato noi dobbiamo soltanto sognarlo"). Certo Pilade ("l'obbediente, - il silenzioso, il discreto, - il timido, Pilade, nato per essere amico") è ancora figura di "diverso" ("uno di noi", ma "dotato di una misteriosa grazia"): ma Atena "non conosce il ventre-materno, né le perversioni che nascono dalla nostalgia". La "cieca irragionevole voglia di distruzione" dell'uno, l'"abbietto e intransigente - desiderio di capire e di negare" non sanno risolversi altrimenti che nel gesto, splendido ma gratuito, di un "poeta", non sanno produrre altro che "un terribile, sanguinario, puro, disperato amore". Usare la “Non Ragione contro la Ragione" (come hanno fatto, per l'appunto, nel recente passato, "poeti" e "assassini") non muta in nulla il futuro della "vecchia citta'", che s'appresta impavida alla sua "nuova storia", sotto "la prima luce" di un'immutabile aurora». [34] Pilade, questo nuovo personaggio “mitologico”, sconfitto dalla Ragione, con la quale non ci può essere nulla da conciliare, se non uno scambio di messaggi malefici: l’esilio per l’”eroe”, una maledizione per la città che Pilade lancia prima di congedarvisi definitivamente: Il tentativo di conciliazione tra il presente ed il mondo dei nostri padri fallisce, la catarsi propria delle tragedie greche non si compie, l’emarginazione del Diverso che rifiuta il nuovo ordine imposto, s’impone come la tematica che è presente nell’humus della storia. Pilade è una tragedia senza soluzione, che pone quesiti irrisolvibili, che viene presentata allo spettatore senza un indirizzo verso il quale rivolgersi, verso il quale propendere. Il riscatto individuale, con il sesso da “gettare nella lotta” è solo in parte motivo di sollevamento, visto che l’amplesso di Pilade con Elettra è definito “carico di segnali luttuosi”.“Sorge il sole su questo corpo degradato.
Affabulazione è la storia di un industriale lombardo, sommerso in un sogno semplice e terribile, che in qualche modo sembra riportarlo bambino, prova un'inattesa e lacerante attrazione per il figlio, che di contro gli si nega. Il padre, così, decide di volergli assomigliare ed immagina di farsi vedere mentre si congiunge con la moglie-madre; si esibisce dinanzi a lui in un atto di masturbazione; lo implora di mostrargli il suo sesso. Il figlio, inorridito, lo ferisce e fugge di casa. Il padre, dopo essere stato visitato in sogno dall’ombra di Sofocle, lo raggiunge, e dopo aver spiato un incontro d'amore con una ragazza, lo uccide. Scontati venti anni di carcere, si ritroverà vagabondo su un vagone abbandonato, mentre si interroga sul mistero della sua esistenza. Probabilmente il più noto tra i drammi in versi di Pasolini, Affabulazione è narrato in episodi staccati e di difficile ricostruzione; come in Teorema, è un “evento improvviso” (il sogno) a caratterizzare la trama del dramma, a determinare la crisi della morale della famiglia borghese. In Affabulazione il tema è il rapporto tra padre e figlio a dominare, ma è il solito, puntuale, Stefano Casi a scovare in un personaggio al di fuori della scarna trama la chiave di lettura dell’opera; “Personaggio chiave della tragedia è l’ombra di Sofocle [...] perché è il punto di riferimento drammaturgico di Pasolini in questo lavoro. La prima stesura di Affabulazione, infatti, si apre con un’epigrafe tratta dalle Trachinie – Di ogni cosa il colpevole è Dio” . [37] I riferimenti autobiografici che scavano nel difficile rapporto di Pasolini col proprio genitore, in questa tragedia vanno modificandosi fino a mutare l'immagine dell'antica rivalità in una spinta d’amore che probabilmente deve risalire ai suoi due o tre anni. Il ribaltamento del mito di Edipo ed i riferimenti diretti a Sigmund Freud non sono gli unici punti di appoggio nella spiegazione di questi personaggi, Padre-Figlio, e di questa atmosfera torbida e misteriosa. Proprio l’ombra di Sofocle, nel prologo, cerca di dare alcune coordinate agli spettatori per capire quale rappresentazione andranno a vedere: Le vicende “un po’ indecenti” della tragedia ricordano proprio il teatro di Sofocle, ma non l’Edipo re, bensì le Trachinie, dove Ercole è costretto a chiedere al proprio figlio di morire, ribaltando il più classico parricidio in un enigmatico assassinio nel quale il Potere è messo in scompiglio: uccide sì, ma è perduto "in un'oasi di dimenticato dolore", vive il presente "piuttosto come morte di valori passati che come nascita di nuovi" (facile l’accostamento a Pilade): dietro la sua maschera non si legge altro che "la propria impotenza"."Colui che vi parla è l'ombra di Sofocle. Davico Bonino illustra come Pasolini “ribalti a ritroso il mito di Edipo in quello di Crono e reincarni il Potere in un padre che si mimetizza attraverso un 'rovesciamento di posizioni', in tre ruoli tipici della cultura patriarcale borghese: il padre-amante, il padre-coetaneo e il padre voyeur”. [39] Poi cita il monologo del Padre nell’episodio VIII: In questo difficile rapporto tra Padre e Figlio, Pasolini continua la sua sperimentazione di una nuova forma di teatro, che lui stesso definisce un misto di poesia letta a voce alta e di convenzioni teatrali. Una specie di poesia orale trasformata in rito dalla presenza fisica degli attori. Sarà sempre L’Ombra di Sofocle a spiegare alcune caratteristiche della teatralità di questa “parola”:"Migliaia di figli sono uccisi dai padri: mentre, E ancora, sempre nel sesto episodio, quando invita il Padre ad osservare il Figlio “come a teatro”:Nel teatro la parola vive di una doppia gloria, “Devi vederlo, non solo sentirlo; Il
livello visivo e verbale si intrecciano, evocativamente la figura dell’attore
diviene necessaria per lo sviluppo della fabula, mentre la parola “per
gli orecchi” si ritaglia lo spazio per la ricerca dello scioglimento dell’enigma
del Figlio, “che non è un enigma, è un mistero”.
Anche i piani sensoriali (visivo-auditivo) sembrano confondersi ed intrecciarsi dando origine a quell’affabulazione che, nella tragedia, coincide con la realtà. Stefano Casi chiude il capitolo inerente questa tragedia spiegando la funzione della parola come arma borghese della ragione: “La tragedia scritta da Pasolini è quella che ha il suo fulcro nell’Ombra di Sofocle, è la tragedia metalinguistica dell’affabulazione, cioè della coscienza del ruolo affabulante della parola in rapporto al problema della drammaturgia e della messa in scena: la parola, arma borghese della ragione, diventa ambiguo supporto di una narrazione ‘per gli occhi’”. [43] Per quanto concerne le rappresentazioni sperimentate nel corso degli anni, troviamo nel dicembre 1977 (Roma, Teatro Tenda) la prima edizione di Affabulazione, che vede regista e attore protagonista Vittorio Gassman (nella foto a sinistra). Del febbraio 1986 è la seconda edizione; accanto a Vittorio Gassman, ancora regista e attore, troviamo le scene di Gianni Polidori e l’interpretazione di Alessandro Gassman, Paila Pavese, Sergio Meogrossi, Giusi Cataldo ed Eleonora Di Mario. Calderón è l’unico dramma teatrale che Pier Paolo Pasolini pubblica da vivo per la Garzanti di Milano. I punti di riferimento dai quali Pasolini si muove per la scrittura di questa tragedia sono sostanzialmente due: il tragediografo spagnolo Pedro Calderón de la Barca (1600-1681) (autore de La Vida es sueno) e il quadro di Velásquez (1599-1660) intitolato Las Meninas. ![]() L’aristocratica Rosaura, al risveglio, non si ricorda più di nulla, mentre, con una suggestiva ricostruzione del quadro di Velásquez, i borghesi Basilio e donna Lupe invitano Rosaura ad ammettere il suo amore “diverso” per il vecchio Sigismondo. Dopo l’internamento in una casa di cura, Rosaura incontra Sigismondo che si scopre essere suo padre. Al secondo risveglio Rosaura è una prostituta che non ricorda nulla; la visita Pablo, omosessuale, “diverso” per scelta etica con il quale fa l’amore. Basilio, in questo caso, è un astratto personaggio che invia i suoi sicari nella baracca di Rosaura, mentre questa viene a sapere da un prete che Pablo è in realtà suo figlio. Il terzo risveglio è di ambientazione piccolo-borghese, ma anche qui Rosaura non riconosce niente e solo dopo essere caduta in catalessi riesce a ricordare tutto parlando in maniera assurda e surreale. Uno studente “rivoluzionario”, siamo nel ’68, si rifugia in casa di Rosaura mentre si festeggia il ritorno di questa alla normalità; dopo la spiegazione delle sue idee di lotta lo studente si addormenta accanto a Rosaura mentre Basilio, il marito, viene reso “cornuto dal sonno”. Si passa ad una ricostruzione di un dormitorio di un lager dove Basilio è soddisfatto perché “Ho insegnato loro la lingua / della rivolta e della rivoluzione. / Ho molto rischiato. / ora però li riprendo con me, perché, / nessuna contestazione a me è sincera”. [44] Il quarto risveglio di Rosaura è decisivo per il ricordo del sogno iniziale: “[…] la mia vera vita si svolge, in realtà / in un lager, in un gelo tenebroso / […] Dobbiamo fare ribrezzo, per poter / essere usati meglio da chi lo vuole; […] Poi, non si è dileguato del tutto l’ultimo resto / della luce, che ecco, si sente un canto. / Ma è un canto diverso: non è quello dei sicari, quello degli angeli dei padroni… / è un numero immenso di persone che lo canta: sembra / una marea, che avanza e invade piano piano il lager. / Eccolo, rimbomba sotto le pareti / del nostro capannone; ecco, si aprono, / abbattute, le porte; e, cantando, / entrano gli operai. Hanno bandiere rosse / strette nei pugni, con le falci e martelli; […] / «Siete liberi – ci ripetono – siete liberi»” [45]. In questa ultima ambientazione, che Jori riporta di nuovo nel quadro di Velázquez come la “tragedia di un pittore-poeta che ‘pur guardando da fuori del quadro, ne è dentro!”, [46] sono presenti la doppia sconfitta della diversità di Rosaura. Da una parte troviamo la terribile incarnazione finale della donna, trasfigurata nel lager in “uno scheletro bianco quasi senza più capelli, nella cuccia”, vittima della violenza delle SS-Potere, dall’altra la devastante considerazione finale di Basilio che chiude il dramma distruggendo l’idea di libertà “rivoluzionaria” proposta da Rosaura: “Perché di tutti i sogni che hai fatto o farai / si può dire che potrebbero essere anche realtà. / Ma, quanto a questo degli operai, non c’è dubbio: / esso è un sogno, nient’altro che un sogno”. [47] Non può esserci dunque comprensione nella lingua di chi vive la propria diversità consapevolmente, Rosaura, e chi ne festeggia la fine, Basilio: “Una creatura rientra nel mondo. / Una figlia prodiga ritorna dal Padre…”. [48] Stefano Casi, a questo proposito, reinserisce il riferimento dell’opera di Calderòn La vita è sogno: “La suggestione di ‘La vita è sogno’ rimane nella tragedia come riferimento generale: il padre che a suo piacimento rende re, schiavo o ribelle il figlio diventa per l’autore la metafora classica più precisa per rappresentare le nuove tensioni generazionali degli anni ‘67-’68”. A Calderòn si appoggia il quadro di Velásquez, vero emblema di ambientazione visiva e di atmosfera.
E, come in Pilade, un Potere che detta i tempi della storia inserendovi coscientemente anche le proprie contraddizioni, forte della ‘parola’ come mezzo che tutto appiana e razionalizza. Saranno infatti il delirio surreale e l’afasia di Rosaura a mettere in crisi i rappresentanti della classe dominante: due modi di distruggere il mezzo di comunicazione borghese. La trasgressione non può essere infatti nel sogno di un “diverso” - illusoria rappresentazione di una Diversità inserita nella soffocante società borghese - bensì nel ribaltamento delle parole, divenute prive di ogni valore semantico: “Portami allora due lenzuola bollite… e attenta a non sporcare le uova”. [50] Il Potere non può perdonare persone “malate e piene di dolore”, o meglio, le accetta ma soltanto per aspettare che “rientrino nel mondo”, quello del bene borghese. Lo stesso Pasolini, certo che Calderòn fosse una “delle piu’ sicure riuscite formali”, recensirà l’opera in risposta alla “nuova sinistra” ed in particolare ad Adriano Sofri (che giudicò Calderòn “di rilevanza politica nulla”), e ribadirà come il tema del dramma sia lo scontro tra individuo e potere: “In tutti e tre i suoi risvegli, Rosaura si trova in una dimensione occupata interamente dal senso del Potere. Il nostro primo rapporto, nascendo, è dunque un rapporto col Potere, cioè con l’unico mondo possibile che la nascita ci assegna. […] Il Potere in Calderòn si chiama Basilio (Basileus), ed ha connotati cangianti: nella prima parte è Re e Padre, ed è organizzato classicamente: la propria coscienza di sé – fascista – non ha un’incrinatura, un’incertezza. Nella seconda parte – quando Rosaura si risveglia “povera”, sottoproletaria in un villaggio di baracche – Basilio diviene un’astrazione […]; infine, nella terza parte, è il marito piccolo-borghese, benpensante, non fascista ma peggio che fascista”. [51] A
livello di messa in scena Calderòn è stato rappresentato
per la prima volta, in due parti (maggio e giugno 1978) al teatro Metastasio
di Prato sotto l’attenta regia di Luca Ronconi (vedi foto sopra), con scenografia
di Gae Aulenti e i costumi di Gian Maurizio Fercioni.
Interpreti principali: Gabriella Zamparini, Edmonda Aldini, Giacomo Piperno, Franco Mezzera, Miriam Acevedo, Anita Laurenzi, Carla Bizzarri. Di notevole impatto scenico anche la messa in scena del teatro stabile del Friuli-Venezia-Giulia, con regia di Giorgio Pressburger (nella foto a sinistra), scene e costumi di Sergio D’Osmo, interpreti Paolo Bonacelli, Francesca Muzio, Carmen Scarpitta. La prima è datata 7 marzo 1980 a Pordenone. In questa tragedia, come in Calderòn, inizialmente concepita come testo teatrale nel 1967 e poi divenuta anche lavoro cinematografico nel ’68-’69, la ricerca sulla scrittura drammaturgica lascia quasi completamente spazio alla riflessione ideologica sulla funzione che il Potere ha sull’individuo.
Si può partire da Grosz (vedi la riproduzioe di un suo dipinto a sinistra): e più in particolare dall’ambientazione del pittore tedesco di una Germania nella quale il Potere del capitale è rappresentabile da soldi gestiti da umanoidi simili a maiali. All’interno di questa atmosfera gonfia di capitalismo della metà degli anni sessanta, fatta di ricchezze e di individui da gestire, pulsa il dramma di Julian Kotz, ragazzo venticinquenne figlio del magnate industriale Klotz Kotz, uomo che per caratteristiche umane sarebbe veramente degno di vivere in un eventuale quadro di Grosz. Accanto a Julian c’è Ida, ragazza per la quale il giovane non può ricambiare l’amore; il rampollo di casa Kotz soffre di una zoofilia verso i maiali ordinatamente disposti nel moderno porcile della tenuta (da ricordare la prima inquadratura del film, proprio inerente tale ambiente). Julian, dopo la partenza di Ida per una marcia per la pace alla quale lui non partecipa a causa “di un grugnito”, cade in una misteriosa catalessi che cela ancora l’oggetto del suo amore; Hans-Guenter, detective del padre, scopre e rivela a Klotz che il suo principale avversario sul mercato – Herditze – è in realtà un ex-nazista scampato alla giustizia. Lo stesso Herditze si presenta a casa Kotz ricattando Klotz di svelare l’amore “diverso” del figlio, mentre lo stesso Klotz controbatte di conoscere la reale identità di Herditze. Sulla base di questo ricatto reciproco, i due imperi si fondono, mentre Julian esce dalla catalessi. La festa che segue questa fusione origina il dramma finale: Julian, allontanandosi dalla festa, ha un ultimo dialogo con il filosofo Spinoza prima di essere mangiato dai maiali nel porcile. I contadini che hanno visto la scena si recano di corsa alla festa in casa Kotz, e rivolgendosi ad Herditze – socio di maggioranza – raccontano l’accaduto. Herditze, accertatosi che di Julian i maiali abbiano fatto realmente piazza pulita, consiglia al contadino Maracchione di “non dire niente a nessuno”. Le "regole" sono impartite duramente dal potere dominante. Non c’è riscatto nell’amore “diverso” di Julian, non è possibile che un individuo, proprio come in Calderòn, riesca a distaccarsi dalla classe di appartenenza, perché i suoi atti estremi sono contenuti ed incassati con incredibile “organizzazione” dal Potere che, nel dramma, si unifica sotto un’unica bandiera per scacciare ciò che non si deve sapere (passato nazista di Herditze, amore zoofilo di Julian). Nel progetto iniziale Porcile aveva un orientamento differente; Pasolini, in una prima stesura, cercava una rivisitazione del poema dantesco (che ritenterà più in là con la Divina mimesis), con la presenza di una discesa agli inferi di Julian che, tramite due visioni scende prima nell’Ade, accompagnato da Zaum, fratello di Dadà e simbolo dell’autonomia fonetica delle parole, in un ambiente di atroci carneficine (“da Living Theatre?”) ed in seguito nel porcile con un dialogo su Spinoza e la filosofia indiana: in questo contesto doveva essere sbranato dai maiali. In un’altra idea degli albori dell’opera troviamo Julian in una nave di negrieri del 1600 che parla con Spinoza o con un’altra utopia. Sono molte dunque le idee che intervengono nella mente di Pasolini prima che Porcile trovi la sua vera identità; forse perché Pasolini stava cercando qualcosa di diverso dalle sue ultime creazioni, forse perché voleva trovare dei nuovi simboli nella sua storia iconografica (nave, porcile, inferno). Si legge invece, nello scorrere le pagine dell’ultima stesura, quella della Garzanti, per capirsi, un costante riferimento all’altra tragedia del ’67 – Calderòn - testimonianza di un’uniformità formale nei lavori di quell’anno che è andata oltre anche i tentativi di novità di cui sopra. Resta comunque, nella mente dell’autore, un forte desiderio di immagini che espleterà nel lavoro cinematografico successivo, rispetto alla pièce teatrale, di due anni. In Porcile la trama si sviluppa nella Germania del dopo nazismo, nel momento in cui la borghesia con il suo modo globalizzante di intendere la democrazia ha preso il Potere e lo gestisce; in Calderòn, ambientato nella Spagna franchista, il Potere è ormai consacrato come portatore di una mentalità reazionaria, impossibile da incrinare. Il parallelo tra i rispettivi protagonisti – Julian e Rosaura – ed il loro rapporto con l’ambiente dal quale tentano un’impossibile evasione è d’obbligo. La zoofilia verso i maiali di Julian rappresenta quest’evasione, che in Rosaura si identifica coi sogni ed i risvegli. Entrambi i personaggi vivono la loro lontananza dalle idee e la morale della classe dominante come un modo di compassionevole compartecipazione, non come un muro da abbattere. I due diversi tentano delle fughe, cercano delle tutele nella trasgressione, ma entrambi cadranno vittime (fisicamente e non) delle loro ideologie. I maiali stessi distruggeranno il corpo di Julian, l’ultimo sogno di libertà fatto da Rosaura verrà cinicamente deriso da Basilio. È Stefano Casi, peraltro, a trovare un parallelo interessante tra la figura di Spinoza - che appare a Julian nel decimo episodio, proprio nel porcile - presente in Porcile e l’Ombra di Sofocle di Affabulazione: “due grandi intellettuali del passato che intervengono nella vicenda del protagonista. In Porcile l’incontro corrisponde alla maturazione di Julian, con il raggiungimento di una giustificazione ideologica per un comportamento nato come rifiuto nichilista di un modo di vita e come godimento fisico di esigenze sessuali. Mentre nella tragedia del Padre che uccide il Figlio rappresenta un’intrusione riflessiva e profetica, Spinoza appare nella realtà e non è riflessione dell’autore, ma un personaggio ben determinato [...]”. [52] Il personaggio di Julian, ben caratterizzato anche nell’omonimo film, resta una delle figure più esplicative dell’introversione che l’animo delle creature di Pasolini possiedono dentro di loro. Il lessico di Julian alterna la frivolezza dei dialoghi con Ida, pieni di “Trullallà”, a momenti di alte riflessioni evocative, come il lungo monologo che Julian propone alla stessa Ida, prima che lei se ne vada per l’ultima volta: Pasolini, tra l’altro, dichiara che in parte si sentiva vicino a Julian Klotz: "l'ambiguità. l'identità sfuggente, e insomma tutto quello che il personaggio dice di se stesso nel lungo monologo rivolto alla sua ragazza”. La Diversità che porta lontano il protagonista – “dove vado quando resto solo?” – nei momenti di estremo isolamento dalla società, l’afasia catalettica come scelta “morale” per tenere celato l’oggetto del proprio amore e per una scelta ideologica di non-condivisione del linguaggio con il Potere (si veda il delirio di Rosaura in Calderòn), sono alcuni degli spunti che rimandano a quella uniforme idea sul rapporto inconciliabile tra individuo e potere che il “teatro di parola” ha voluto proporre attraverso il suo autore.“Che cosa immensa e curiosa il mio amore. Guido Davico Bonino, nella prefazione del Teatro di Pasolini della Garzanti, chiude il cerchio di questa tragedia scovando una agghiacciante ciclicità nella fine del “diverso” Julian: “Nell’odore di ‘concime e di stallatico’, i maiali, i maiali veri penseranno loro, in quello ‘sprofondo’, emissari involontari del Potere padre e assassino, a fare a brani Julian: lui che ha subito soltanto, che non si è sfogato con nessuno, che ha tradito tutti senza mai promettere di essere fedele [...]”. [54] ![]() ![]() ![]() Stefano Casi definisce Bestia da stile il naturale prolungamento di Storia Interiore / Nel ’46!, altro diario autobiografico di Pasolini. La nota dell’autore che introduce il dramma spiega ancora meglio gli albori ed il lungo travaglio che è stato necessario per porre la parola fine a quest’opera così anomala: "Ho scritto quest'opera teatrale dal 1965 al 1974, attraverso continui rifacimenti, e quel che più importa, attraverso continui aggiornamenti: si tratta, infatti, di una autobiografia". [55] Questi rifacimenti messi in atto da Pasolini durante il periodo di lavorazione (1966-1974), hanno permesso al poeta di inserire anche svariati avvenimenti del ’68, nonché argomentazioni inerenti una polemica del 1971 scattata con Eugenio Montale sul significato della poesia. Bestia da stile, prescindendo per ora dalla trama, già molto arzigogolata di suo, sembra partire dalla volontà di esternare quel critico disgusto nei confronti delle scene teatrali del periodo. Sempre dalla nota all’inizio dell’opera: “Il teatro nuovo – che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del 'Living Theatre' (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) – è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. […] Quanto all'ex repubblichino Dario Fo, non si può immaginare niente di più brutto dei suoi testi scritti. […] Tutto il resto, Strehler, Ronconi, Visconti, è pura gestualità, materia da rotocalco". [56] Un'introduzione del Coro annuncia che l'azione del dramma comincia alla fine degli anni Trenta, in Boemia. Il protagonista (Jan, o Pasolini, che dir si voglia) viene identificato come un piccolo borghese che, sulla riva del fiume Vltava, si masturba. Il Coro, informatore delle notizie che accadono nel mondo, dà notizia che in Germania "i nostri fratelli maggiori / preparano grandi novità". Jan, nel frattempo prende la sua decisione:“Io vengo qui, La narrazione di Jan tocca tutti i passaggi della sua formazione politico-intellettuale sviluppata dapprima in Boemia (occupata dai tedeschi, poi liberata), in seguito a Praga, invasa dai carri armati sovietici. Schierato con i partigiani in Boemia Jan perde il suo amico Karel, ucciso. Sotto forma di Spirito, lo stesso Karel gli annuncerà la morte dei genitori, deportati dai nazisti. Nei suoi lunghi discorsi Jan si sofferma anche sullo stile da adottare nella poesia, scegliendo lo straniamento formalista che rimanda per l’ennesima volta ad un Brecht mai del tutto abbandonato.“Voglio essere poeta […] Il Coro degli operai in festa per la liberazione della Boemia non si accorge dell’incomunicabilità con i poeti, mentre il protagonista riceve addirittura il premio Stalin e la contestazione degli studenti di Praga contro gli intellettuali di regime. Jan torna nel suo paese e, dopo un dialogo sul sesso con la sorella, riceve la visita dell’Ombra del Padre che gli annuncia l’invasione dei carri armati sovietici a Praga. In un dialogo in quartine rimate il Capitale e la Rivoluzione si contendono Jan, che sarà sotto l’egemonia della Rivoluzione, ma solo grazie alla concessione del Capitale (“Quanto a quest’uomo, / se proprio non vuoi perderlo, / te lo lascio: ebbro / d’erba e di tenebre ”. [59]) In questo difficile testo la terra di Boemia prende le sembianze della campagna del Friuli; Karel, partigiano "avvolto nella bandiera rossa" e barbaramente impiccato dai tedeschi è la rappresentazione teatrale della figura del fratello di Pasolini, Guido, e di tutti i giovani contadini, morti durante la Resistenza. In Bestia da stile sono rappresentati anche il padre e la madre di Pasolini; un padre che compare brevemente e morirà soffocato dai cadaveri di due ebrei in un vagone piombato che sta andando verso i campi di concentramento: Una madre che, inaspettatamente, si esprime in modo sgrammaticato:“Nella mia sollecitudine di padre Nel dramma appaiono, come detto, Il Capitale e La Rivoluzione:Ho cominciato a non parlar Una moltitudine di personaggi, astratti e reali, costellano il dramma più pessimista della produzione pasoliniana; un dramma per il quale lo scrittore prevede una voluminosa Appendice composta di sei frammenti, di ambientazioni varie.IL CAPITALE Davico Bonino si esprime così su Bestia da Stile: “Dramma ad un tempo dell’impegno politico fallito e del fallimento stesso della Poesia […]. Controllato sino al puntiglio è, per contro, lo scavo, aspro, nelle ragioni del fallimento dello ‘stile’, della scrittura, di cui il poeta è, sempre più, bestia da soma.”. [63] Il poeta Jan celebra la sua diversità nella solitaria masturbazione in riva ad un fiume, “attore e testimone” di una recita che fa da lungo prologo alla sua morte, reale sconfitta di una Poesia rimasta solo oggetto del contendere tra la Rivoluzione ed il Capitale. Le illusioni del protagonista di poter riscattare la propria separazione dal mondo con l’arte della scrittura, con la coscienza politica ed infine con lo stile, rappresentano l’evoluzione che fanno soltanto dell’intellettuale un tassello ben ordinato della cultura ufficiale. Il nuovo ritorno al passato (il paese d’origine) e l’allontanamento dai fatti della storia (il ’68), generano in Jan quella nuova coscienza artistica che si incarna nel rifiuto dello stile – ormai strumentalizzato – e nel rilancio contro il “linguaggio / artificiale” di cui si era imbevuto dopo il riconoscimento di ‘poeta civile’ a Mosca. Jan, dopo essere divenuto tessera nel puzzle del Potere, perde la facoltà di “parlare la parola” che rimane invece prerogativa del Coro degli operai, tra l’altro in aperto contrasto con lo stesso protagonista. Il distacco è abissale: la via di fuga per il poeta è di nuovo l’afasia, ennesimo distacco corporale e linguistico dal mondo. Allontanarsi dal Potere e dalla Rivoluzione, gettare il proprio corpo nella lotta, personale, incompresa, diversa. Si può chiudere questo tentativo di analisi del dramma più contorto di Pasolini citando il testo di Casi, che chiude così il paragrafo su Bestia da Stile: “La struttura della tragedia vacilla per mezzo dell’esposizione stessa dei meccanismi della tragedia […] La disgregazione di un elemento fondamentale nella drammaturgia tragica, la parola, avviene con il monologo della Madre […] l’ambigua formazione dell’Appendice, frammentaria e disorganica, rende evidente la contraddizione di fondo tra assunzione della tecnica tragica (dello ‘stile’) e suo rifiuto, ovvero il tema stesso di Bestia da stile ”. [64]
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