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Daniele Andreozzi - Un'Orgia borghese sul palcoscenico: Pasolini nel suo teatro |
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6. 1968: la rappresentazione a Torino
Nel 1968, dopo aver scritto il Manifesto per un nuovo teatro, Pasolini sente la necessità di mettere alla prova le sue teorie: dopo il fallimento del Teatro del Porcospino di Moravia, Maraini e Siciliano - che avevano prospettato la possibile messa in scena di un’opera del nostro autore - i Teatri Stabili di Torino e di Roma sono visti come possibile sede di un centro studi per il teatro diretto da Pasolini stesso. Pasolini, più che ad un teatro inserito in un circuito “alternativo” e di conseguenza limitato, mirava alla collaborazione con enti che potessero avere una vasta risonanza ed influenza sull’opinione pubblica, per potere diffondere al meglio una concezione del teatro completamente nuova, dato che inevitabilmente “bisogna approfittare del tipo di produzione attuale finché non ce ne sarà un’altra” Anche quest’iniziativa non va in porto, ma Pasolini non si rassegna, trascinato dalla sua ossessionante necessità di fare arte: finalmente, il Teatro Stabile di Torino, diretto da Bartolucci, Doglio, Chiarella, Messina, Morteo, propone nella stagione 1968/69 la tragedia Orgia, per la regia di Pier Paolo Pasolini, per la scenografia di Mario Ceroli, con Laura Betti (Donna), Nelide Giammarco (Ragazza), Luigi Mezzanotte (Uomo); le musiche sono di Ennio Morricone, alla tromba c’è Tolmino Marianini. ![]() 6.2 L’allestimento L’allestimento è nel Deposito d’Arte di Torino, scelta che può far pensare a gran parte del teatro d’avanguardia di quegli anni, ambientato in luoghi spesso inusuali per avvicinare il teatro alla “vita”. Il foyer del Deposito è tappezzato da slogans stampati su strisce di carta che vogliono dare preventivamente alcune chiavi di lettura dello spettacolo agli spettatori convenuti, sulla scia delle teorie del Manifesto, ripubblicato peraltro nei Quaderni dello Stabile in occasione della messa in scena: “Lo spazio teatrale è nelle nostre teste”, “L’attore è un critico – Il regista è un critico – Lo spettatore è un critico”, “Gli scandali avvengono fuori da questo luogo: qui noi siamo a compiere un RITO TEATRALE”, “Il teatro può essere come un RITO perché ci sono i corpi”.
La luce è fissa, chiara, alternata da alcuni fari rivolti verso il pubblico tra un episodio e l’altro; l’unica colonna sonora è una marcia funebre, che diventa musica esultante e gioiosa nel finale suicida dell’Uomo. Gli attori che interpretano i personaggi principali sono scelti dall’occhio vigile di Pasolini: Laura Betti è da sempre l’interprete ideale di Pasolini (la “nipotina di Gadda del teatro”), mentre Luigi Mezzanotte viene dalla collaborazione con Carmelo Bene e quindi da circuiti anti-tradizionalisti (a sinistra, una foto di scena di Orgia con Laura Betti e Luigi Mezzanotte). La loro recitazione è per lo più didascalica e assolutamente scevra da qualsiasi coinvolgimento passionale, e lo straniamento generato è inoltre alimentato dall’effetto metallico di alcuni microfoni di scena.
Neanche a dirlo, lo spettacolo non riesce a trasmettere le idee teatrali di Pasolini, generando per lo più voci di dissenso violento e feroci accuse reazionarie. Lo scrittore, in quel caso regista, è considerato il solito provocatore narciso e, per l’occasione, anche reazionario; alcuni critici retrò si scagliano addirittura contro un presunto delirio da “invertiti”, chiedendo anche che il partito Democristiano intervenisse con censure di vario tipo. Critici di maggior competenza argomentativa scendono in campo sulla messa in scena con motivazioni differenti: Roberto De Monticelli afferma che sul palcoscenico la parola del dramma non ha quel peso che possiede quando la si legge su carta, sminuendo l’idea del Teatro di Parola tanto caro a Pasolini; Dursi parla di “dramma inesploso”, ponendo l’accento sull’inefficace senso d’angoscia che pervade la tragedia, senza mai esteriorizzarla a pieno. Più che lo scandalo di una messa in scena che si chiude con il travestimento del protagonista con i panni di una prostituta, risalta una sostanziale incomunicabilità con la critica tutta, ed il solo scandalo presente sembra quello che accompagna Pasolini ovunque operi e che non colpisce la natura del teatro, tanto da rimanere nelle mere cronache piuttosto che nella storia della critica e dell’interpretazione. Lo spunto presente nel Manifesto per un nuovo teatro, che parla di attore-intellettuale, non è colto alla prima concreta verifica, prevalendo, in termini molto restrittivi, la definizione di veicolo vivente del testo, dove il testo è pensato utopicamente come blocco stabile e statico immodificabile e leggibile in un senso solo. In sintesi, un dramma come Orgia non sarà mai non solo recitato ma neppure letto allo stesso modo, e donde nasce il suo ipotetico limite. È in un paio di articoli scritti su Il Giorno che Pasolini esterna il suo modo di vedere le motivazioni di tanta ostilità verso il suo primo esperimento teatrale: nel primo articolo, per quanto riguarda il pubblico, crede che l’errore sia insito nella radice, dato che invece che i destinatari effettivi, che per Pasolini dovevano essere le avanguardie intellettuali della borghesia, i presenti in sala erano i semplici abbonati allo Stabile: “il rapporto non può essere che equivoco”, e non c’è quindi da stupirsi per “i musi lunghi e vagamente nauseati, l’occhio carico di risentimento, una specie di odio personale verso chi li ha costretti a un sacrificio, che si potrebbe letteralmente definire fisico, costituito dall’ascoltare lunghi pezzi semi-incomprensibili, scritti in versi”, anche se alla fine “il pubblico torinese è meravigliosamente educato e rispettoso.” [110] Nell’altro articolo intitolato La rabbia prima poi la fiducia, Pasolini non si allontana di molto dalle impressioni riportate nel primo articolo, in particolare per quel che riguarda le considerazioni sulla critica: essa viene definita un “pubblico deformato” che slealmente ha visto lo spettacolo solo nei primi due giorni, quando gli attori non avevano ancora ben collaudato la nuova recitazione e l’acustica era tutta sperimentale; per cui “chi è venuto per un reale interesse culturale, se non ha visto e udito bene è presumibile che tornerà”. Dopo la prima settimana di repliche si può invece avvertire una variazione nella composizione del pubblico: chi era presente alle prime serate è “chi è più potente: e si sente, per ragioni sociali, in grado di assoluta parità con i produttori dello spettacolo (e questo è un bene), se non addirittura “superiore”, in quanto considera chi fa teatro un suo giullare (…) e la pietra di paragone del proprio giudizio è la propria soddisfazione: che consiste nel consumare qualcosa di atteso.” Chi invece si è recato alle repliche successive, pur essendo parte della stessa borghesia torinese, è un pubblico di professionisti, studenti, operai “caratterizzati dal rispetto verso il lavoro altrui, che gli si presenta come “messaggio” e non come “buffonata”. È insomma la borghesia “timida” amata da Tati…” [111] Con questi destinatari il rapporto c’è stato, anche se con incomprensioni e scandali, ma sempre di rispetto e curiosità; sono quegli esemplari di quella borghesia avanzata che si auspicava nel Manifesto per un nuovo teatro, anche se magari un po’ meno selezionata di quanto Pasolini riteneva necessario.
Castri, regista particolare e assolutamente franco nei giudizi e nei commenti, dichiara da subito che: “Pasolini è un autore che non mi piace, che non capisco e rifiuto… Capita di incontrare dei personaggi che non ti piacciono e dai quali sei attratto”. Quanto al testo di Orgia è definito “sgradevole e cementizio”. [112] La critica teatrale Rita Cirio sottolinea con ironica sottigliezza che, se i risultati scenici sono quelli di Orgia, è bene che Castri continui a mettere in scena soprattutto autori che detesta.
Nella versione proposta da Castri avviene un incontro-scontro tra corpi, in un’atmosfera alla Spoon River, grazie alla curatissima e metaforica scenografia di Maurizio Balò. L’ambiente presenta un cancello dietro il quale si stende un prato cimiteriale tra due rupi alla Doré, con una decina di grandi letti tutti uguali con le coperte rosso-viola e le lenzuola bianchissime, spalliere di legno scuro che pendono sbilenche tipo lapidi; un fondale azzurro fa da cielo e orizzonte, e tutto lo spettacolo si svolge tra queste tombe-giacigli: ancora una volta nella rappresentazione di testi pasoliniani è scelta una dimensione onirica ed evocativa, tesa a rendere figurativamente gli abissi dell’inconscio. L’interpretazione di Stefano Santospago e Laura Marinoni è stata sostanzialmente applaudita dalla critica, e anche chi ha ritenuto il testo di Pasolini inerte e lo sforzo di Castri per animarlo stimabile ma, di fondo, inutile, ha insistito sulla bravura di Santospago, definito “ironico, articolato e malinconico” e della Marinoni “fascinosa”.
Il Teatro di Dioniso, che rappresenta la sua prima opera nel 1990 - “Le Baccanti” di Euripide -, conduce un lavoro sospeso tra tradizione e ricerca alla scoperta di un "teatro sensibile", dove l'emozione e il corpo dell'attore vogliono essere il punto focale del fare teatro. Testi di drammaturgia contemporanea si alternano a messe in scena di classici rivisitati in un continuo e fecondo scambio tra l'ascolto del presente e la voce del mito. Valter Malosti si spiega così: “Conduco un lavoro dove l’attore deve essere una forza viva, vitale che muta ad ogni istante, un flusso interiore “vivente”, urgente, che procede per accumulazione di intuizioni, frammenti di verità, che incarna creature parallele a sé, ma con radici affondate dentro di sé, in una sorta di memoria cromosomica, interiore, biologica. Parola e corpo devono diventare un unicum. Impulsi elementari devono emergere nel lavoro del corpo che può anche sembrare astratto tanto fa esplodere l’oscuro, il nascosto. Le parole devono venir fuori come se fossero tutte unite da qualcosa di biologico, un respiro delle molecole, mai la parola deve cadere in terra, non parole mimate. Anzi un impulso interiore, può rivelarsi in una corsa, una stasi, un gesto. La forma deve rispondere a questa complessità. Deve essere chiara e allo stesso tempo deve svolgersi su più livelli, come una nervatura. Lo spazio deve diventare una specie di campo onirico, dove lottano le mille visioni che formano una interpretazione. (una creazione?). Il teatro è un insieme di punti di vista." [114] Malosti è dunque il punto di riferimento della compagnia, che si consolida in seguito, grazie all'incontro con numerosi artisti tra cui spicca negli ultimi anni la presenza progettuale dell'attrice Michela Cescon. Ciò che afferma Malosti nell’intervento precedentemente citato, altro non è che lo spunto da cui partire per comprendere il motivo per cui è stata scelta Orgia come parte della trilogia di spettacoli (insieme a Nietzsche - una danza sull’abisso di Sonia Antinori e Le Baccanti di Euripide) che la compagnia ha portato in scena in questi ultimi dieci anni. “Parola e corpo devono diventare un unicum”, dice Malosti, magari ricordando a mente quel Manifesto per un nuovo teatro di Pasolini, che tanto critica quel teatro ove il Corpo lascia troppo spazio alla Parola e viceversa. Il ruolo dell’attore come “forza viva”, pulsante e pronto a variare forma, nonché personaggi, all’interno dello spettacolo rappresenta quella tendenza, molto pasoliniana, di dare all’attore un ruolo di importanza vitale, ma sempre in riferimento a ciò che dice ed a ciò che fa sul palcoscenico: “mai la parola deve cadere in terra, non parole mimate”. Partendo da un’idea precisa di teatro, fatto di un sinolo indissolubile di quello che si recita e di come lo si recita, Malosti sceglie, nel settembre del 2002, di tentare l’esperimento-Pasolini.
Di seguito, si riportano
per intero il commento di Valter Malosti sull’opera, ottimo momento
di riflessione su cosa la tragedia più “borghese” di Pasolini regala
a chi la osserva; successivamente si troverà un’analisi linguistico-drammaturgica
di Irina Possamai, studiosa di teatro e ricercatrice per la compagnia di
Malosti; infine, un commento dello scrittore Luca Doninelli, attento osservatore
di teatro e grande appassionato di Pasolini.
Irina Possamai, ricercatrice drammaturgica del Teatro di Dioniso, pone accenti importanti sull’impatto che la tragedia offre al lettore: «Sin dalla prima visione dei fogli di Orgia mi ha emozionato scoprire la presenza di un primo episodio inedito e di alcuni significativi interventi corali. Pasolini dà voce a ben due Cori. Coro I e Coro II dialogano tra loro e fanno capolino tra gli episodi sostituendo il prologo e l'epilogo della versione pubblicata del testo drammatico. Come in Calderòn (Rosaura compare diversa ma unica nei suoi tre risvegli), i tre personaggi di Orgia, l'Uomo, la Donna e la Ragazza possono essere considerati un'unica entità proteiforme, gli arti di un unico corpo, le estensioni di un unico pensiero poetico. "Forse le tre persone rappresentate / sono una persona sola". Pasolini mette in scena la disperata ricerca d'identità dell'uomo contemporaneo che si traduce nell'esperienza del limite e della morte dei personaggi che abitano la pièce. I personaggi di Orgia sono scomposti e decomposti, frammentati, alla deriva, barricati nel cerchio rituale di una profonda solitudine interiore e costretti ad usare il linguaggio della carne come "un enigma" che si esprime. Infine, ecco la penna di Luca Doninelli su “Avvenire”, nel settembre del 2002:
Prima di proporre alcuni spunti conclusivi che possano “quadrare” questo cerchio così complesso sul lavoro teatrale di Pasolini, riportiamo come lavoro di carattere critico-archivistico, alcune recensioni della stampa contemporanea sullo spettacolo messo in scena al Teatro Vascello di Roma nel gennaio 2004 da Malosti & Co., che chi vi scrive ha avuto la fortuna di ammirare.Se la chiave per entrare nello scandalo, fino a restarne offesi, viene dall'intelligenza di Malosti - che sfida, a questo scopo, non solo il fastidio della propria nudità, ma anche il ridicolo del travestimento - è poi Michela Cescon a dare voce poetica al dramma con un'interpretazione che è una nuova tacca sul suo fucile di altissima precisione. Da Il Corriere della Sera, del 14 gennaio: Da Il Corriere di Viterbo, del 14 gennaio 2004, articolo di Giuseppe Rosolina: Critica coerente, dunque, nel definire lo spettacolo di Pasolini in versione Malosti una “ricerca”; come di ricerca è tutto il teatro del regista torinese, così anche nella messa in scena del dramma di Pasolini esiste una metaforica discesa e la risalita dagli inferi, che fa ritornare nel mondo dei personaggi completamente diversi. L’Uomo s’impicca vestito da prostituta, la Donna uccide i figli e si suicida, la Ragazza perde la sua identità di “puttana” uscendo dalla casa dell’Uomo senza i suoi vestiti identificatori. Le immagini di questo Paragrafo si riferiscono allo spettacolo realizzato da Valter Malosti.
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