
|
|
|
di Giuseppe Perico . Capitolo IV. IL SORDO CAOS DELLE COSE LA FENOMENOLOGIA E PASOLINI Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica. (Pasolini, 1966a: 206) Continuiamo
nella nostra analisi, dall’elemento centrale che abbiamo individuato confrontando
le posizioni realiste di Pasolini e Kracauer. Entrambe mettono al centro
della loro riflessione sul cinema il legame stretto che questo linguaggio
ha con la realtà.
Pasolini arriva a far coincidere realtà e cinema perché quest’ultimo è lo specchio del modo di darsi del mondo in azioni e attraverso di esso si analizza la natura del linguaggio più originario della realtà. Kracauer indirettamente giunge a conclusioni che si conciliano con la posizione di Pasolini. Sostiene infatti che il cinema deve essere in massima misura “a servizio di ciò che appare”, deve essere totalmente servo della “forza dell’apparire”. Anche per il teorico tedesco quindi l’essenziale del cinema è che riproduca la realtà nel suo darsi più naturale. Il compito dei cineasti è, secondo questo studioso, quello di non occultare questo mostrarsi della vita, perché è la realtà che conta rivelare, il suo modo di darsi, nella maniera più slegata possibile da imposizioni del soggetto o di altro che ne soffochi la natura profonda. La materia reale di cui parla Kracauer è il modo più diretto di entrare in relazione con le cose, lasciando apparire il dato più originario. Questo, per usare la terminologia di Pasolini, è il “linguaggio delle azioni”, dei gesti. Entrambi questi teorici quindi riconoscono il ruolo decisivo di questo dato reale, delle azioni, dei gesti. Si potrebbe dire che per entrambi il cinema è quello strumento che ci mette di fronte alla realtà in modo diretto e senza filtri, al punto di avere l’impressione di star rivivendo le cose. Ancora
una volta è l’implicazione filosofica sottostante a questa visione
a interessarci. Questo metodo di approccio al reale che il mezzo cinematografico
mette in atto, a differenza di quello della parola, e degli altri modi
di espressione, ci permette di ritornare sul dato più primitivo
con cui si ha a che fare. È il linguaggio delle azioni che può
essere oggetto di riflessione in quanto riprodotto sullo schermo. Gli altri
segni infatti, ritraducendo il mondo, si distanziano dal linguaggio delle
azioni, dal vissuto originario, mentre il cinema ha la peculiarità
di riprodurre questo in maniera fedele. Sono le azioni, o le immagini che
di esse abbiamo, il riferimento ultimo a cui si può giungere nello
sforzo di mettersi di fronte al mondo nel modo più originario. Il
cinema permette di analizzare il linguaggio originario della realtà,
cioè di fare una semiologia della realtà, che secondo il
nostro autore potrebbe essere vicina al modo di analizzare la realtà
da parte del metodo fenomenologico.
Il nostro intento è a questo punto di individuare le possibili affinità e le differenze, tra la visione di Pasolini e il metodo di analisi fenomenologico al quale il nostro autore fa riferimento. Egli in alcun passi dei suoi scritti si domanda infatti se il suo approccio d’indagine non sia vicino a questa corrente filosofica: Se si può dire che la realtà - come rappresentazione di se stessa, ossia come linguaggio - è un cinema in natura, si può dire anche che il cinema, riproducendola, cioè divenendone il linguaggio scritto, evidenzia quello che essa è, ne sottolinea la fenomenologia. (Chi può farlo mi dica se questo discorso può rientrare nell’ambito della ricerca fenomenologica. Se cioè la realtà si può considerare anch’essa in carne ed ossa come l’io di tale ricerca).(Pasolini, 1966c : 137)In un altro scritto, facendo una sorta di elenco di premesse da tenere presente leggendo le sua pagine sull’analisi teorica del cinema, scrive: Non è chi non veda, a questo punto, come la semiologia del linguaggio dell’azione umana verrebbe poi ad essere la più concreta delle filosofie possibili. E non è chi non veda in conseguenza, quanto in comune avrebbe una simile filosofia, dovuta a una descrizione semiologica, con la fenomenologia, con il metodo di Husserl, magari lungo la linea esistenzialistica sartriana. (Pasolini, 1966a : 200) Pasolini
considera il cinema come lo strumento che permette di compiere la semiologia
del linguaggio della realtà, che è linguaggio fatto di azioni,
sostiene quindi che il cinema mostra la fenomenologia della realtà,
intendendo con ciò che esso permette di chiarire i fenomeni, i modi
con cui la realtà si mostra. I fenomeni per Pasolini sarebbero quindi
le azioni, i gesti della realtà e la fenomenologia sarebbe la messa
in chiaro delle azioni con cui la realtà originariamente appare.
Cercheremo di individuare cosa ci sia di “fenomenologico” nell’approccio
di Pasolini e cosa sia dall’altra parte in contraddizione con il metodo
di Husserl.
Si tratta innanzitutto di fare qualche accenno alle caratteristiche della fenomenologia cercando di sintetizzare alcuni concetti utili al nostro discorso. Affronteremo innanzitutto i presupposti e le idee centrali del perché un metodo di analisi possa essere chiamato fenomenologico. La nostra non sarà un’analisi completa dei concetti sviluppati da questa corrente di pensiero perché quello che a noi qui interessa è trattare le questioni centrali utili al confronto con il percorso di Pasolini. In particolare cercheremo di considerare la fenomenologia affrontando le riflessioni di Husserl e di Sartre, dal momento che lo stesso Pasolini fa riferimento esplicitamente a questi due autori.
Percepire il tale o il tal altro reale dato significa percepirlo sullo sfondo della realtà totale come insieme. Tale realtà non costituisce l’oggetto di nessun atto speciale della mia attenzione, ma è compresente come condizione essenziale di esistenza della realtà attualmente percepita. (Sartre, 1976 : 268) Per
comprendere questo aspetto, quello cioè della compresenza di altri
oggetti e della loro importanza per la formazione di un immagine della
percezione o della memoria, anche se questa immagine non era specificamente
nata per rappresentare queste altre realtà che circondano l’oggetto
“protagonista” dell’immagine, si può pensare a cosa avviene quando
si vogliono analizzare dei particolari dell’immagine che abbiamo creato.
Nelle immagini della percezione e della memoria nel momento in cui un soggetto
vuole rappresentarsi meglio dei particolari, non fa altro che tornare all’atto
della percezione presente o passata e vedere il resto dei particolari a
cui prima non aveva fatto caso.
Se ad esempio non mi ricordo di che colore era la palla con cui stamattina ho giocato, recupero nella memoria l’immagine che ho percepito e “guardo” il colore dell’oggetto. Nel caso dell’immaginazione pura quest’operazione non si può compiere, perché l’immagine pensata non può avere nessun “appoggio” esterno, non ha nessun fatto concreto percepito dall’esterno a cui posso ritornare per vedere come stanno le cose nella realtà. Questo tipo d’immagine ha come fonte solo l’immaginazione che l’ha prodotta. In questo caso viene posto un oggetto in immagine che è irraggiungibile. Esso non ha nessun rapporto con gli oggetti che lo circondano, essi non fanno parte dell’immagine, per cui non esiste una realtà concreta o un contesto a cui ritornare per verificare la veridicità di ciò che si è pensato. Questo significa, secondo Sartre, che la coscienza non coglie nulla, o meglio “pone il nulla”. Un avvenimento della vita passata richiamato alla memoria non è posto come un dato assente, ma come un dato presente nel passato. Esso esiste, è accaduto ed è il riferimento preciso e concreto a cui la memoria fa riferimento nel momento in cui lo pensa. Essa si confronta cioè con qualcosa di concreto. Nell’immaginazione pura questo non può avvenire perché l’immagine fantastica non ha relazione con una realtà in cui l’oggetto pensato è inserito. Essa pone qualcosa che non esiste, pone perciò secondo Sartre, il nulla. La condizione essenziale di una coscienza, secondo questo filosofo è che essa ponga una “tesi d’irrealtà”. La coscienza deve poter formare e porre degli oggetti affetti da un certo carattere di nullità, in rapporto alla totalità del reale. Infatti l’oggetto immaginario può venir posto come inesistente o come assente o come esistente altrove oppure non essere posto come esistente. (Sartre, 1976 : 271) In
generale quindi l’immaginazione nega, pone un oggetto senza tener presente
la totalità del reale, ed è questa libertà di poter
negare il mondo la caratteristica e la forza peculiare dell’immaginazione.
Secondo Sartre, la coscienza, se da una parte pone il reale, dall’altra
ha la capacità di distanziarsene, per la libertà di annichilire
il mondo. Secondo Sartre la coscienza non è soffocata dal suo partecipare
al mondo, perché non totalmente coinvolta dalle stesse leggi, tanto
da poter nullificare e distanziare ciò che il mondo offre.
La caratteristica dell’immaginazione che secondo Sartre è quella di nullificare il mondo può avvenire però secondo il filosofo, solo attraverso un atto concreto di relazione con il mondo. È solo a partire dalla costruzione di un mondo nelle immagini della percezione, che l’immaginazione può prendere le distanze e mettere in atto la sua potenza nullificatrice. Costituire il mondo in una sintesi, dargli una forma o un nome, infatti per il filosofo francese, significa nello stesso tempo prenderne distanza. Questo annullamento parte necessariamente da una costituzione del mondo e non è quindi una funzione astratta. La situazione della coscienza che percepisce un’immagine concreta del mondo qui e ora è la condizione della sua opera di nullificazione. Solo la situazione - nel - mondo, colta come realtà concreta e individuale della coscienza, costituisce la motivazione per la costituzione di un oggetto irreale qualsiasi sia ; e la natura di quest’oggetto irreale è circoscritta da tale motivazione [...] Così, benché per la produzione d’irreale, la coscienza possa apparire momentaneamente liberata dal suo “essere nel mondo”, è invece questo “essere nel mondo” quel che costituisce la condizione necessaria dell’immaginazione. (Sartre, 1976 : 275)La libertà costitutiva della coscienza è perciò il suo essere nel mondo che permette di costituire e nello stesso tempo annullare il mondo. La costituzione del mondo in un’immagine non esaurisce il suo senso nella singola rappresentazione, ma si apre ad altro attraverso la sua negazione. La coscienza è l’immaginazione intera, che nel momento in cui costituisce il reale lo supera. La caratteristica dell’immaginazione secondo Sartre, a differenza di Husserl è la capacità di staccarsi dalle cose nel momento in cui vengono poste. Quando viene creata un’immagine cioè, non è importante l’oggetto rappresentato, ma la capacità della coscienza di essere libera. Secondo questa prospettiva perciò in una rappresentazione la coscienza non è rivolta a un oggetto esterno, ma a se stessa come capacità di porre. Ciò vuol dire che il dato esterno non conta se non come strumento per la libertà della coscienza. Sartre partendo dalle posizioni di Hume e accostandosi al metodo di Husserl giunge a conclusioni lontane dalla fenomenologia in cui l’equilibrio e la coessenzialità tra soggetto e oggetto si sbilanciano sfociando in un idealismo. La coscienza immaginativa di Sartre nelle immagini che crea, non manifesta la realtà con cui si relaziona, ma se stessa, la propria libertà. Le rappresentazioni per Sartre, non hanno senso in sé ma solo perché sono processo di manifestazione della potenza nullificatrice, e il loro valore va oltre l’esteticità, verso la libertà che le ha prodotte. L’oblio dell’oggetto a cui giunge Sartre è una sorta di idealismo che considera solo la coscienza, mentre la realtà delle immagini è annullata, perché l’attenzione non è centrata su quest’ultima, ma sulla capacità di produrre, cioè sul “flusso di vita” creatrice della coscienza. Vediamo in questo concetto l’influsso della filosofia di Bergson che lo stesso Sartre esplicitamente cita nei suoi scritti. La coscienza immaginativa sarebbe temporalità libera, non limitata dagli oggetti, flusso temporale creativo, e l’oggetto in immagine non sarebbe nulla di più della coscienza che se ne ha. Anche nell’interpretare l’opera d’arte il filosofo francese parla di irrealtà, per indicare la non importanza dell’oggetto prodotto a favore invece del processo che l’ha creata. L’arte non si esaurirebbe nella rappresentazione, ma sarebbe la coscienza che la produce. La
realtà prodotta fisicamente dall’artista non sarebbe quindi bella,
perché la bellezza sarebbe una qualità soltanto dell’immaginario
che l’ha prodotta. La bellezza coinciderebbe in questo caso con la libertà
e conterrebbe l’annichilazione del mondo. L’opera d’arte esemplifica per
Sartre il ruolo annullante dell’immaginazione nei confronti della realtà,
perché mostra un oggetto reale che si srealizza. Può essere
detta bella in questo caso solo l’energia dell’immaginazione che in essa
si mostra, e non l’oggettività della natura.
È utile per il nostro percorso accennare con queste righe alla posizione di Sartre, per cercare di capire come si confronta con lei il pensiero teorico sul cinema di Pasolini. Il nostro compito è quello di vedere quale ruolo assume ad esempio il soggetto, e l’“io”, nella visione della semiologia della realtà dell’autore italiano. Se cioè nella comprensione del modo di darsi della realtà nel linguaggio delle azioni, sia centrale il ruolo del soggetto come fulcro attorno a cui queste prendono forma, come sarebbe attraverso l’influsso di Husserl, o se il ruolo del soggetto venga soffocato da una forza creatrice e totale, indipendentemente da un soggetto che la riceve, come potrebbe essere la visione di Pasolini se maggiormente influenzata da Sartre.
La macchina da presa non è in grado di penetrare all’interno degli uomini, di fotografarli nel loro magma spirituale. Il cinema è arte esclusivamente comportamentale, “Fenomenologica”. (Cerami, 2001 : XXXV)La fenomenologia tenta di isolare il dato più grezzo con cui qualcosa appare alla coscienza e fare diventare questo elemento l’oggetto della sua analisi. Il cinema secondo Pasolini ha allo stesso modo questa capacità di rappresentare il reale nel suo darsi originario e vi è quindi una sorta di dipendenza e rispetto del cinema verso la realtà come appare nel fenomeno fatta di azioni e gesti. La realtà nel cinema, secondo Pasolini, è fatta apparire in tutta la sua forza espressiva, avendo il mezzo cinematografico la capacità di non “inquinarla” con concetti o sovrastrutture del pensiero. La realtà appare come è in tutta l’ambiguità e enigmaticità che la contraddistingue. L’attenzione è così spostata non tanto sul mezzo cinematografico, ma sulla modalità di costruirsi delle immagini in esso. È interessante quindi vedere il modo di dar forma alle realtà nelle immagini del cinema, cioè analizzare le regole sintattiche che vengono messe in atto, per considerare le affinità presenti con le dinamiche della costruzione delle immagini nella nostra coscienza. Per Pasolini diventa così decisiva la questione della modalità di dare forma alle immagini del cinema, perché scoprendo questa si può mettere allo specchio la coscienza, il modo di apparire della realtà in essa. È questo lo stesso obiettivo della filosofia fenomenologica in particolare rispetto al percorso di Husserl. L’elemento in comune tra le due prospettive quindi potrebbe essere l’attenzione al modo originario di apparire del reale e l’individuazione del dato primordiale con cui avere a che fare. Se per la fenomenologia è importante l’attenzione per il fenomeno, per il dato con cui la realtà appare, è altrettanto essenziale il fatto che questa sensibilità a lasciare essere la realtà per come è, è in funzione di poter meglio analizzare il ruolo della coscienza. Per Husserl la realtà esterna come abbiamo detto, è da una parte l’elemento essenziale senza il quale la coscienza sarebbe possibilità vuota, ma dall’altra è il contenuto dell’intenzionalità della coscienza che è il primo oggetto di studio. Sono le strutture della coscienza l’obiettivo di questa disciplina. La realtà in sé conta perciò per le modalità con cui essa appare alla coscienza. Sono le condizioni di esistenza della realtà l’oggetto di analisi. Pasolini al contrario non pone l’attenzione in primo luogo alla coscienza. Nei suoi scritti questo termine è poco presente. Si parla quasi esclusivamente della realtà che si dà necessariamente come linguaggio di azioni, senza specificare che si tratti di un linguaggio proprio della coscienza. Per il regista italiano le azioni sono per così dire le unità di costruzione con cui la realtà si offre, esse però non si danno necessariamente a una coscienza predisposta per accoglierle. Egli parla infatti di realtà che si mostra necessariamente con un linguaggio, senza però parlare esplicitamente di una coscienza attraverso cui questo linguaggio si dà. Pasolini non pone l’attenzione sul soggetto che incarna e riceve il linguaggio delle azioni, sembra al contrario parlare di un linguaggio delle azioni della realtà che si mostra indipendentemente dal fatto che esista una coscienza che lo accoglie. Questo linguaggio primordiale sarebbe quindi indipendente e autonomo. È questa la prima e principale differenza tra il modo di procedere di Pasolini e il metodo fenomenologico. Come abbiamo visto per la fenomenologia è centrale l’attenzione all’intenzionalità di una coscienza che ordina in sé il mondo. Il darsi originario del mondo che questo metodo cerca di individuare, si mostra sempre a un soggetto che lo recepisce. Questo ruolo centrale dell’interpretante non è invece messo quasi mai in evidenza da Pasolini. Egli parla di un darsi della realtà attraverso il linguaggio dell’azione quasi indipendentemente dal fatto che sia un soggetto in ultima analisi a vivere questa. Il ruolo protagonista della realtà supera l’azione di un soggetto in cui questa si dà e diventa l’unico elemento con cui avere a che fare. Pasolini non compie “epochè” mettendo tra parentesi la realtà, e lasciando apparire le essenze dell’intenzionalità della coscienza che lascia apparire il reale, ma tratta la realtà come “forza in carne ed ossa”. (Pasolini, 1966c : 137) Sia Pasolini che Kracauer non focalizzano l’attenzione sugli atti conoscitivi attraverso cui appare qualcosa, ma sull’apparire della realtà. Non mettono tra parentesi quest’ultima per parlare di essenze, ma parlano al contrario di lasciare apparire la realtà che si dà. Pasolini in un certo senso dà per scontato che ci sia una coscienza che accoglie dei segni, e parla di un linguaggio della realtà quasi fosse qualcosa di autonomo e indipendente. La realtà si dà e si mostra attraverso una lingua, indipendentemente che esista un soggetto ad accoglierla. La fenomenologia al contrario mette al centro la coscienza come fulcro attorno a cui ruotano i fenomeni. In un certo senso la posizione di Pasolini non mette sullo stesso piano soggetto che dà forma alle cose tramite la coscienza, e oggetto come dato esterno che in essa prende forma. Là realtà in sé si pone sottoforma di azione, e il ruolo del soggetto non è esplicitato, ma è dato come per acquisito. Lo studio della fenomenologia ha invece come elemento centrale l’interrogarsi sul ruolo dell’immaginazione della coscienza. L’immaginazione è la parte soggettiva che forma la realtà a seconda del ruolo che nelle diverse fasi della conoscenza essa assume. In Pasolini questo ruolo del soggetto come protagonista attraverso l’immaginazione del darsi del mondo non è presente. L’immaginazione per Pasolini non è considerata come la forza che determina il modo di darsi della realtà. Ciò è dovuto primariamente alla diversa prospettiva da cui le due analisi nascono. La riflessione di Pasolini non è un approccio filosofico allo studio dell’apparire sottoforma di immagini. Il suo intento non è analizzare in primo luogo le fasi della conoscenza e il ruolo della coscienza o dell’immaginazione. La sua è una teoria del cinema che vuole allargarsi a questioni semiologiche e linguistiche più generali che a loro volta vorrebbero essere precedute da una semiologia della realtà. È da questa prospettiva che il suo percorso incontra questioni più specificamente filosofiche che tuttavia non ha la pretesa di risolvere. Il suo è un approccio che incontra questioni proprie della fenomenologia e le sviluppa su un piano autonomo. Le differenze che quindi stiamo riscontrando tra le due prospettive, sono comprensibili e giustificabili per i diversi ambiti da cui le analisi si sviluppano. Nonostante l’analisi di Pasolini non possa essere classificata all’interno di un percorso rigorosamente filosofico, il contributo della sua proposta è ricco di spunti se considerato per il particolare taglio trasversale che incontra diverse prospettive. Il suo è prima di tutto il linguaggio di un artista, di un poeta che quindi non si occupa delle questioni teoriche, se non in minima parte come parziale approfondimento della sua poetica. È da questo punto di vista che ci si dovrebbe quindi accostare agli scritti nei quali egli abbozza una teoria del cinema, senza la pretesa di aver a che fare con un percorso completo, ordinato e scientifico. Con questa premessa il contributo di Pasolini offre notevoli spunti e appare un’originale riflessione sul linguaggio delle immagini della realtà. Se la visione di Pasolini non mette al centro il soggetto, le sue idee potrebbero essere maggiormente avvicinate alla prospettiva di Sartre nel momento in cui questa critica il ruolo dell’“io” come eccessivamente sostanzializzato. Non esistono, nella ricerca che abbiamo fatto, scritti di Pasolini che potrebbero confermare o scartare questa ipotesi. È possibile solo ipotizzare qualche somiglianza di vedute partendo dalle poche battute che Pasolini dedica esplicitamente a questa questione. Sartre, come abbiamo visto, riconduce la bipolarità tra soggetto e oggetto a una sorta di idealismo della coscienza. Pasolini, nella sua riflessione sul linguaggio della realtà, non esplicitando il ruolo del soggetto che incarna il linguaggio, in un certo senso considera la realtà come unica forza che appare necessariamente nel linguaggio delle azioni indipendentemente dal soggetto. In entrambi i casi c’è una tendenza a ricondurre la doppia componente soggettiva e oggettiva a un’unica “forza” creatrice. Per Sartre questa è la capacità annullante della coscienza. Ciò che conta per il filosofo francese è il processo e la facoltà di annullare, di liberarsi dai dati esterni e la caratteristica di essere libera della coscienza. Per Pasolini invece, il ruolo protagonista non è la libertà dell’immaginazione, ma la forza della realtà esterna di darsi attraverso il linguaggio delle azioni indipendentemente dal soggetto.
La realtà non parla con altri che con se stessa. (Pasolini, 1967 : 238)Pier Paolo Pasolini nei suoi scritti, cercando di definire il linguaggio originario dell’azione con il quale la realtà ci appare, parla di “sordo caos delle cose” o “pregrammaticale”, un concetto simile a quello che Husserl chiama “precategoriale”. Dobbiamo notare innanzitutto il diverso percorso che porta Husserl e Pasolini a utilizzare un concetto simile. Il filosofo tedesco giunge a parlare di “precategoriale” nel momento in cui si addentra nel comprendere l’intenzionalità della coscienza, cioè il modo in cui si forma l’immagine di una realtà attraverso il ruolo dell’immaginazione. Pasolini invece parla di “pregrammaticale” per indicare il tipo di linguaggio della realtà nel suo modo di darsi più originario, cioè il linguaggio della azioni. Pasolini attraverso l’analisi dell’immagine cinematografica, si spinge a parlare della realtà come di “cinema in natura”. Secondo questo autore il rivelarsi più originario della realtà va compreso innanzitutto come un’esperienza di gesti (egli però non esplicita mai che queste azioni o questi gesti sono quelli di una coscienza e di un soggetto che li vive). Il modo di rappresentare attraverso concetti o parole sarebbe una modalità particolare di essere del gesto, una sua possibile ma non inevitabile possibilità di esplicitarsi sotto un’altra forma. Sarebbe soprattutto una modalità di trascrivere il mondo più elaborata dell’azione. L’immagine di un’azione riprodotta nel cinema invece rimarrebbe fedele alla semplicità al darsi originario attraverso gesti. Quando Pasolini parla di “fase pregrammaticale” intende appunto differenziare la semplice comprensione del mondo in azioni non elaborate, da quella concettuale. Pasolini parla di “sordo caos delle cose” per indicare il momento in cui il darsi della realtà non è controllato da un linguaggio codificato, ma è la formazione della realtà in azioni indipendente da qualcuno che la accoglie. È normale a questo punto confrontare questa immagine che Pasolini descrive del darsi caotico della realtà, con ciò che Husserl chiama “precategoriale”. Anche il filosofo tedesco parla infatti di una fase di formazione della rappresentazione in cui soggetto e oggetto sono ancora indistinti e la realtà è aperta a più significati, un momento quindi della conoscenza non ancora stabile. In questo caso però la “caoticità” e la non definizione della realtà è, a differenza di Pasolini, un vissuto che riguarda la coscienza dell’uomo, qualcosa che avviene all’interno del soggetto che incarna il rapporto con il mondo. Pasolini al contrario parla di linguaggio rozzo e caotico riferendosi alla realtà indipendentemente dal soggetto che la vive. Per Pasolini la non definizione e non categorizzazione precisa del linguaggio originario delle azioni è dovuta alla forza della materia della natura di darsi in maniera libera da concetti e da linguaggi più codificati dell’uomo. Il modo di formarsi in noi della realtà nei gesti, si differenzierebbe rispetto ad esempio al concetto filosofico, perché quest’ultimo definirebbe nella maniera più precisa possibile un significato. Nell’azione il rapporto con il mondo sarebbe più spontaneo, cioè meno controllato dalla ragione. I significati delle cose in un gesto sarebbero aperti a più possibilità di senso, non rinchiusi in un’unica direzione. In essi sarebbe presente un lato oscuro, non definito, aperto a più possibilità di definizione che la parola in un secondo momento limiterebbe. Il gesto sarebbe aperto a contraddizioni, dolore, ombre, che poi le nostre esigenze chiarificatrici cancellerebbero. Pasolini esemplifica questo rapporto originario gestuale con il mondo paragonandolo al sogno. Come nei sogni anche qui, saremmo di fronte a un rapporto meno controllato dalla coscienza vigile, maggiormente libero di fare associazione e relazioni, non ancora ristretto in un significato univoco, non destinato ad avere un solo significato e un solo tipo di legame con le altre immagini. La caratteristica del linguaggio delle azioni di essere aperto a più sensi appartiene anche al “precategoriale” di Husserl. Vi è però nelle due prospettive, nonostante la somiglianza di alcuni concetti, un’importante differenza da considerare. Il punto di vista della fenomenologia non parla infatti specificamente come fa Pasolini di “azioni” come momento primitivo, riconoscendo in esse degli enti ultimi esterni, a cui fare riferimento. Il percorso affronta la questione in un ambito molto diverso. A noi interessa solo notare alcune somiglianze tra i concetti senza cercare di conciliarli, anzi mostrando come sia difficile vedere una sensibilità fenomenologia nel pensiero di Pasolini. Il principale motivo per cui non è possibile considerare sullo stesso piano Pasolini e Husserl è che il “precategoriale” del filosofo tedesco non sono le azioni della realtà che si dà, ma il formarsi nella coscienza dei possibili sensi di una rappresentazione. Gli atti, le azioni presi in considerazione sono da una parte, per la fenomenologia, quelli della coscienza di un soggetto che sta formando un’immagine della realtà ; dall’altra per Pasolini, sono le azioni di una realtà che per se stessa si mostra indipendentemente da una coscienza : azioni di un soggetto da un lato, e azioni di una realtà esterna dall’altro. Entrambe le prospettive parlano di fasi della formazione della realtà in cui sta prendendo forma una determinazione. La non definizione del linguaggio delle azioni di Pasolini, a nostro parere, è dovuta al fatto che si tratta di un linguaggio non trascritto in un alfabeto pienamente codificato dall’uomo, ma sostanzialmente controllato dalla “forza” della realtà di darsi sottoforma di azioni. Dall’altra parte invece la non definizione della fase precategoriale di Husserl è qualcosa che riguarda in ogni caso un momento della coscienza che sta formando una rappresentazione. Cercheremo ora di fare un esempio su come un’azione possa essere compresa diversamente dalle due prospettive pensando ai gesti di un neonato. Questi sarebbero analizzati in maniera diversa dalla prospettiva fenomenologica rispetto a quella di Pasolini. Nei primi giorni di vita, i gesti di un bambino sono molto essenziali: il succhiare il latte, il pianto, il dormire, il defecare :azioni che rappresentano a modo loro il mondo, che fanno essere la realtà in quella determinata modalità. Ciò che circonda un neonato non è conosciuto attraverso dei concetti, che non ha ancora sviluppato, che sono le categorie con cui un adulto pensa, ma attraverso semplici “gesti” :il mondo per lui è un insieme di azioni. Questo “fare” è il mondo. La differenza nel considerare queste azioni da parte delle due prospettive sta nel fatto che per Pasolini, queste sono azioni di una realtà che attraverso il bambino si mostra in quei gesti, mentre per la fenomenologia queste azioni sono prima di tutto il mondo dal punto di vista della rappresentazione del bambino che le vive. Per Pasolini saremmo di fronte al linguaggio della realtà, per la fenomenologia a segni del modo della coscienza di formare il mondo. Rispetto a questi il “precategoriale” di Husserl sarebbe l’atto di formazione di questi gesti o rappresentazioni. Il metodo filosofico fenomenologico, cercherebbe di capire i primi passi del rappresentarsi del mondo dal punto di vista di una coscienza che li vive. Il soggetto, nei gesti di un neonato, secondo la prospettiva fenomenologica, sta muovendo i primi passi. Il bambino, come quando era nell’utero, si sente tutt'uno con la mamma che lo allatta e non percepisce se stesso come un altro o in ogni caso lo percepisce in maniera diversa rispetto a un adulto. È all’inizio di un cammino che lo porta a distinguere qualcosa di altro da sé. Il tatto, la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto entrano a far parte di questi gesti originali senza ancora essere pienamente sviluppati, e si fondono in un indistinto modo di formarsi e dar forma a sé stessi e al mondo circostante. Poi gli stessi sensi si sviluppano si affinano, la comprensione del mondo si fa più “complessa” e interviene l’uso della parola che fa evolvere in maniera molto diversa il rapporto, la presa di distanza con il mondo. La caratteristica di essere aperta a più significati da parte di un’azione, per Pasolini e per la fenomenologia quindi sarebbe differente. Per il regista italiano il linguaggio delle azioni conserverebbe una non completa definizione, per l’irriducibilità del reale a darsi in maniera netta in un gesto ; per la fenomenologia si tratterebbe di vedere in che senso nel precategoriale che precede la rappresentazione in un’azione, soggetto e oggetto sono in formazione. Possiamo tornare all’esempio dell’azione di un neonato come quella di mangiare, con cui questo si rappresenta il mondo. In questo caso benché il mondo sia rappresentato come “mondo-mangiare”, i significati di esso non si esauriscono in quella determinazione, perché essa è in movimento. Quella rappresentazione infatti sarebbe il segno di altre possibili determinazioni di un dialogo tra soggetto e oggetto nella fase precategoriale che è sempre in movimento. La rappresentazione del mondo nell’azione del nutrirsi, contiene in maniera non sviluppata i futuri significati che il “mondo-mangiare” assumerà. In un certo senso altri significati che il mondo diventerà per il bambino sono concentrati e non sviluppati in quel gesto. Esso è quindi un’azione particolare che determina il senso del mondo in quella maniera e per motivi ben precisi, e nello stesso tempo è aperto a più significati, perché in esso è presente il seme che contiene in potenza i significati che il mondo assumerà. Esso contiene più significati nel senso che in esso sono come concentrati tutti i suoi futuri modi di classificare il mondo che si svilupperanno con il tempo, attraverso un affinamento dei sensi e del pensiero che durerà anni. In quel gesto originario si può però pensare siano già in potenza tutti i successivi sensi e possibilità di sviluppare significati che la relazione con il mondo potrà offrire. Quindi la “precategorialità” e la libertà di non essere totalmente definita in un concetto da parte dell’azione, non significa che essa può assumere qualsiasi significato, ma che la determinazione in cui si compie, dà segni di possibili altri sensi che in essa sono contenuti. Questi sensi non sono quindi qualcosa di già predeterminato, ma hanno la libertà di nascere dal contesto in cui sono inseriti. Usando questo esempio stiamo cercando di chiarire cosa potrebbe significare l’atteggiamento “precategoriale” di una rappresentazione, dal punto di vista della fenomenologia. Il linguaggio delle azioni quindi non è considerato allo stesso modo da Pasolini e dalla fenomenologia. Husserl infatti riferendosi al concetto di “precategoriale” non parla di “linguaggio di azioni”, ma di una fase precedente ad ogni tipo di rappresentazione della coscienza, e in ogni caso gli atti di formazione di un’immagine che con questo concetto egli vuole intendere, sono atti di un soggetto, e non di una realtà in sé così come sembra intenderla Pasolini. Quest’ultimo parla delle azioni come se una macchina da presa riprendesse dall’alto ciò che avviene all’uomo in un “piano-sequenza” infinito. La fenomenologia al contrario come già abbiamo detto, considera il linguaggio delle azioni dell’uomo dal punto di vista del soggetto che le vive. Da una parte avremo quindi un linguaggio di azioni “neutre” di una realtà che si mostra attraverso quei gesti che non appartengono a nessun soggetto, dall’altra, con la fenomenologia, avremo a che fare con azioni che sono i vissuti del soggetto. Tornando all’esempio delle azioni di un neonato, esse sarebbero, per la fenomenologia i modi di rappresentarsi la realtà visti dal punto di vista del soggetto-bambino che li vive, per Pasolini i gesti visti dall’esterno di una realtà che si mostra in quei gesti. Entrambe le prospettive, pur con le differenze che abbiamo descritto, contengono elementi simili soprattutto nel momento in cui cercano d’esplicitare l’irriducibilità del darsi del reale, il in altre parole il fatto che le rappresentazioni siano aperte a più significati, che la ricerca del senso sia in continua evoluzione e non sia definibile per sempre. Pasolini si sofferma su questo rapporto primordiale con il mondo, fatto di gesti non codificati in un alfabeto, riconducibili ad archetipi, a modi originari. Il cinema farebbe riferimento ad immagini che si costruiscono su una realtà fatta di questi gesti. L’autore cinematografico avrebbe a che fare con questo materiale primitivo, con questo dovrebbe lavorare in primo luogo, fissando dei gesti, creando delle forme (che non sono codificate perché della gestualità manca un alfabeto) e in un secondo momento aggiungendo a queste forme la qualità espressiva individuale. Il materiale del cinema sono i gesti precategoriali, onirici, è su questo materiale si costruisce il film. Rispetto al linguaggio verbale, con il linguaggio delle azioni siamo quindi a un livello di comprensione più grezzo, più vicino al reale perché meno distanziato dai concetti, dalle convenzioni e dalle abitudini. Queste nello stesso momento in cui ordinano il mondo e ci permettono di comprenderlo, di stabilizzarlo in alcune forme, dall’altro ci fanno inevitabilmente allontanare da un rapporto più diretto, anche se più indistinto con il reale. Pasolini riconosce nel cinema un rapporto privilegiato con la realtà attraverso immagini che si avvicinano nel modo più vicino possibile, anche se rozzo, con il reale. È su questo rapporto originario gestuale che il cinema costruisce il suo linguaggio e il suo lessico, pur non potendo inventare un alfabeto definito, altrimenti dovendo pagare il prezzo di perdere il rapporto vicino alla “materialità” del reale. Riproducendo i gesti primitivi con cui il mondo comunica, il cinema trasmette anche senza filtri, quello che Pasolini chiama “dolore” intrinseco alla natura delle cose. Il cinema (non quello commerciale) può, utilizzando le immagini materiali, indistinte, non rassicuranti, mostrare le contraddizioni, il reale nel suo lato oscuro, grezzo, non definito e profondo, pieno dei possibili sensi che può assumere. Per l’autore italiano il cinema, riproducendo le azioni caotiche primordiali, non fa altro che metterle di fronte a uno specchio e aiutare nella comprensione della loro presenza. Esso rimane quindi per sua natura chiamato a svelare questo rapporto di formazione di senso originario. Porta a termine questo compito per la sua peculiarità di creare immagini molto simili a quelle della realtà. Nel cinema (nell’idea di cinema puro così come lo definisce Pasolini, che non si concretizza mai in un film in cui il montaggio compie la presa di distanza dalla realtà) non avviene infatti una decodificazione delle immagini attraverso concetti o intenzionalità più elaborate, ma un semplice rimando delle azioni così come naturalmente appaiono nella realtà. Le immagini primordiali sono ritrascritte conservando l’immediatezza empirica, la materialità, la non definizione e l’apertura ai possibili modi di evoluzione. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Le immagini si danno con la loro immediatezza empirica, lo sguardo riflessivo sospende tale immediatezza e chiarifica, struttura, distingue, mette ordine [...] può tornare al senso qualitativo originario del darsi dell’immagine [...] cogliendo i percorsi del possibile. (Franzini, 2001:6)
|
|
di Giuseppe Perico I testi di Giuseppe Perico
sono depositati. Non ne è consentita quindi alcuna riproduzione.
|