La saggistica

IL CINEMA COME LINGUA SCRITTA DELLA REALTÀ
di Giuseppe Perico
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Capitolo III. L’UNITÀ MINIMA
DELLA LINGUA CINEMATOGRAFICA
Naturalmente i cinèmi sono delle immagini primordiali, delle monadi visive inesistenti, o quasi, in realtà. L’immagine nasce dalla coordinazione dei cinèmi. (Pasolini, 1965 : 191)

III.1. Il “cinèma” secondo Pasolini.

Cercheremo ora di approfondire questo concetto centrale per tutta la teoria del cinema di Pasolini. Egli chiama “cinèma” l’unità non ulteriormente scomponibile in cui è divisibile il linguaggio delle immagini, la cellula più piccola di cui si compone un’immagine, una inquadratura, una sequenza ecc. Il nostro autore giunge a coniare questo nuovo termine seguendo il metodo della linguistica, cercando quindi nei segni cinematografici lo stesso tipo di suddivisione del linguaggio della lingua parlata.
Occorre innanzi tutto dire che Pasolini non limita l’uso di questo termine per indicare un solo concetto specifico. Si possono infatti individuare nei suoi scritti almeno due possibili modi di intenderlo, che non sono in contraddizione, ma pongono l’attenzione su due aspetti diversi del segno-immagine.

In primo luogo questo termine viene usato in un articolo nel quale viene abbozzata una critica sul modo di considerare il particolare genere letterario della sceneggiatura (Pasolini, 1965 : 188).
Secondo il nostro autore infatti davanti a una sceneggiatura è essenziale tenere presente che la caratteristica determinante delle parole usate è di rimandare al significato non direttamente, ma attraverso le immagini, alle azioni del cinema che vengono descritte. Sono le scene del film i veri simboli che rimandano al significato e non le parole che le richiamano.
Dall’analisi del segno-parola della sceneggiatura Pasolini allarga il discorso considerando ogni tipo di segno ed applica a questo una triplice suddivisione. Ogni segno può essere visto come una realtà complessa nella quale si possono distinguere tre diverse componenti: un “grafema” cioè l’elemento scritto, come le lettere che formano una parola; “un fonema”, cioè il suono, come quello delle sillabe della stessa parola pronunciate da qualcuno; “un cinèma”, cioè l’elemento o segno visivo, come l’immagine visiva immediatamente collegata a quella parola. Queste tre componenti sono indivisibili e ci mostrano tre diverse modalità d’essere di un segno.
Nelle parole di una sceneggiatura, ad esempio, la componente del segno più importante è il “cinèma” perché queste presuppongono per loro natura, un’immagine che le rappresenti. In un certo senso è l’immagine il segno decisivo, rispetto al quale la parola della sceneggiatura è solo uno strumento tecnico utile per farvi riferimento. La sceneggiatura non può essere pensata senza l’immagine visiva che la completa.
Pasolini usa questa suddivisione e gli stessi termini per considerare il ruolo di un segno in generale, il quale è sempre visto come formato da queste tre possibilità espressive. A seconda dei casi sarà quindi determinante una delle tre componenti. Il segno è uno e trino, un segno composto da tre segni. Esso può rimandare a un significato direttamente, cioè senza appoggiarsi a nessuna in particolare delle sue funzioni interne. In questo caso si parla di “segno-significato”, questa è la via che Pasolini chiama “normale”. In altri casi esso può in un certo senso appoggiarsi a una delle parti di cui è composto, attraverso la quale si rinvia al significato in maniera più specifica per le modalità del mezzo linguistico utilizzato. Si parla ad esempio di “segno-fonema” quando non si rimanda al significato direttamente, ma ci si affida in particolare alla componente fonetica, sonora, e attraverso di essa si rimanda al significato: questa è la via chiamata “anormale”. È nella poesia ad esempio che avviene questo, dove la parola scritta, rimanda al significato costruendosi sul “segno-fonema”, sul suono con cui è pronunciata. Il suono della parola cioè, nel linguaggio della poesia, diventa la parte del segno decisiva nel rimando al significato. Considerando il linguaggio cinematografico, il segno in questo caso fonderà la sua funzione di rimando a dei significati, privilegiando la componente che abbiamo definito “cinèma”. È la parte visiva, quella determinate nel cinema. Pasolini sottolinea come i segni-immagine non debbano essere compresi come i significati del segno, cioè i concetti a cui essi fanno riferimento, o le emozioni che mettono in moto, ma vanno pensati come le tracce concrete che permettono il rimando ai significati, sono cioè la parte materiale della ricerca del senso. (20) Nei segni del linguaggio cinematografico la componente visiva, il cinèma, diventa quindi l’elemento del segno predominante, tanto importante da creare una nuova lingua formata da regole proprie. È attraverso altri testi che Pasolini torna sul concetto “cinèma” e ne approfondisce la natura, dando sfumature di significato diverse. Nello scritto intitolato “la lingua scritta dell’azione” (Pasolini, 1966a) viene infatti introdotto il termine partendo da un diverso interrogativo. La questione centrale che Pasolini tratta è dibattere intorno alla possibilità di considerare il cinema una lingua con una grammatica propria, discutendo e confrontandosi con la teoria di Metz espressa in “Le cinéma: langue ou langage?” (Metz, 1965). In particolare il nostro autore vuole controbattere l’idea per cui il cinema non sarebbe una lingua perché in esso non si presenterebbe il fenomeno della “doppia articolazione” che secondo Martinet, a cui Metz fa riferimento, è un elemento indispensabile per definire un lingua con una grammatica propria. Pasolini in primo luogo si domanda se non si possa accettare anche «l’esistenza scandalosa di una lingua senza doppia articolazione», inoltre mostra come in un certo senso anche nel cinema è individuabile una sorta di doppia articolazione. In questo contesto reintroduce il termine “cinèma”.
Per spiegare cosa si intende con “doppia articolazione” usando come esempio le lingue parlate, si può dire che questo meccanismo si verifica nel momento in cui si riconosce come materiale di prima articolazione un “monema” con significato autonomo come nel caso della parola “maestro”. I materiali di seconda articolazione sono in questo caso, le consonanti e le vocali, le parti più piccole che formano quella cellula di significato. Questa doppia divisione e scomposizione della parola secondo Metz, non sarebbe applicabile al cinema. In questo caso sarebbe improbabile individuare delle cellule significanti paragonabili a delle parole, le quali a loro volta dovrebbero essere scomponibili in elementi di seconda articolazione. Infatti la cellula ultima in cui è scomponibile un film sarebbe l’inquadratura la quale non potrebbe ulteriormente essere scomposta in piccole unità che la compongono come sono le lettere in una parola, per questo non si potrebbe parlare di lingua delle immagini, ma di linguaggio.
Pasolini ribatte mostrando come non sia vero che l’unità minima in cui è scomponibile il linguaggio filmico sia l’immagine intesa come inquadratura, ammesso che si possa stabilire precisamente cosa si intende con questo termine, l’unità minima sono invece i “vari oggetti reali che compongono un’inquadratura” cioè i cinèmi. Questo è il nome che il nostro autore utilizza per denominare le cellule in cui è scomponibile il linguaggio delle immagini. Non è facile intendere cosa siano questa parti, e pensarle come cellule singole di costruzione di un’immagine-segno per un significato. Secondo Pasolini non esiste un’immagine, benché particolare, composta da un solo oggetto. Esso in natura è sempre affiancato ad altre componenti. In un’inquadratura, anche in un dettaglio, sono sempre riscontrabili delle parti, degli oggetti in cui essa è scomponibile. L’inquadratura di un uomo è composta dalla sua figura, dalla strada sulla quale cammina, dallo sfondo dei palazzi, dalle macchine ecc. Anche un primissimo piano può essere visto come composto dagli elementi del viso, occhi, naso, bocca, che diventano gli oggetti minimi in cui è divisibile l’immagine.
Non posso dire che un inquadratura sia l’unità minima del mio discorso cinematografico : perché se io escludo o l’uno o l’altro degli oggetti reali dell’inquadratura, la cambio in quanto significante. (Pasolini, 1966a : 202)
Sono gli oggetti della realtà le componenti di un’immagine. È possibile, comprendendo o escludendo questi oggetti, ottenere unità significanti diverse.
A questo punto è interessante notare come Pasolini descriva la natura di queste cellule ultime. Esse, infatti, sono molto diverse dalle più piccole unità in cui è suddivisibile una parola orale, cioè i fonemi, o una parola scritta, cioè i grafemi. In un certo senso si può dire che gli oggetti di un’inquadratura siano più autonomi e indipendenti. Si può infatti decidere di includere o escludere in una immagine determinati oggetti della realtà, ma essi permangono, sono reali e non comprendono in sé l’arbitrarietà di cui sono costruiti gli altri simboli. La lingua delle immagini è quindi fatta dalla realtà in questo senso, perché le sue unità ultime in cui è scomponibile sono gli oggetti stessi, non traducibili in un altro sistema di segni come per le lingue parlate. Il cinema per esprimersi usa la realtà stessa nella naturalezza in cui appare senza codificarla in un altro alfabeto. Il significato di un’immagine è trasmesso dalla complessità delle sue componenti. Queste hanno però la caratteristica di coincidere con gli oggetti della realtà, con la materialità non scomponponibile che essi sono. In questa caratteristica delle immagini sta la peculiarità espressiva del cinema, secondo Pasolini, vale a dire mettersi di fronte alla realtà per se stessa, senza allontanarsene come inevitabilmente succede attraverso una traduzione in un altro codice. È la materialità dell’immagine cinematografica la caratteristica essenziale di questo mezzo espressivo. Su questo concetto costruirà la sua teoria del cinema lo studioso tedesco Kracauer di cui tra breve tratteremo.
Pretendere di esprimerci cinematograficamente senza usare gli oggetti, le forme, gli atti della realtà, includendoli o incorporandoli nella nostra lingua, sarebbe altrettanto assurdo e inconcepibile, che pretendere di esprimerci linguisticamente senza usare le consonanti e le vocali (i materiali della seconda articolazione). (Pasolini, 1966a : 202)
Proseguendo nel cercare di individuare le caratteristiche di queste cellule ultime, notiamo come esse abbiano, per Pasolini, la caratteristica della “obbligatorietà”. Un’immagine si compone infatti solo da oggetti che esistono in realtà. Si tratta solo di mostrarli o meno, di costruire con alcuni di essi un’immagine e non di inventare qualcosa dal nulla. Si è in un certo senso “obbligati” a usare i segni che esistono, cioè gli oggetti della realtà, includendoli o eliminandoli da un’inquadratura (21). Altra caratteristica dei cinèmi è di essere “infiniti”. I fonemi della lingua sono invece pochi, anche se con essi si possono costruire allo stesso modo infinite parole. L’alfabeto delle immagini è invece fatto da infiniti elementi quanti sono gli oggetti che ne fanno parte. Ogni oggetto è una “lettera” dell’alfabeto, e siccome non esistono due oggetti uguali, non ci saranno lettere uguali, ma infinite. Come i “fonemi” sono poi “intraducibili”. Anche per gli oggetti-cinèmi si può, in maniera diversa, parlare di intraducibilità, o meglio indifferenza, perché si tratta di “pezzi bruti della realtà”, utilizzati e considerati per la loro materialità, che non rimanda ancora a significati, se non nel momento in cui gli oggetti sono presi in considerazione.
Altra caratteristica di questi oggetti, in riferimento in particolare al loro modo di essere percepiti, per la quale secondo Pasolini sarebbe ancora necessario parlare di lingua per il cinema, è quella di essere anch’essi come per ogni lingua, “lineari”. Ciò significa che si svolgono nel tempo costruendo una “catena di immagini”. Anche se i “cinèmi” compaiono insieme e non in successione allo sguardo, tuttavia esiste una successione di percezione dei diversi oggetti che compongono il quadro: prima colgo la figura in mezzo a una strada, poi lo sfondo, le automobili ecc.
Infine i cinèmi sono “l’alfabeto” di una lingua universale che è uguale per tutte le culture, a seconda della realtà con cui si ha a che fare:
La lingua del cinema è uno strumento di comunicazione secondo il quale si analizza - in maniera identica nelle diverse comunità - l’esperienza umana, in unità riproduttrici [...] dotate di un’espressione audiovisiva, i monemi (o inquadrature) ; l’espressione audiovisiva si articola a sua volta in unità distintive e successive, i cinèmi, o oggetti, forme o atti della realtà, che permangono, riprodotti nel sistema linguistico, - i quali sono discreti, illimitati, e unici per tutti gli uomini a qualsiasi nazionalità questi appartengano. (Pasolini, 1966a : 204)
Nel momento in cui  definisce l’elemento più piccolo del linguaggio delle immagini, Pasolini giunge quindi a considerare gli oggetti della realtà come elemento originario. Ora nel nostro confronto tra l’impostazione Pasoliniana e la fenomenologia, che poi verrà sviluppato per esteso, è interessante fin da ora notare alcune differenze. Se da una parte infatti per Pasolini l’elemento ultimo in cui è scomponibile il modo di darsi della realtà sono i suoi oggetti, per la fenomenologia il dato ultimo a cui riferirsi è il vissuto del soggetto. Nella prospettiva di Pasolini gli oggetti della realtà che insieme formano un’immagine o un’azione non hanno bisogno di alcun soggetto che incarni il loro essere, per la fenomenologia questo è invece indispensabile. Su queste considerazioni torneremo ampiamente più avanti, ora cercheremo di approfondire le implicazioni che emergono dall’aver introdotto il concetto di “cinèma”.


III.2. La materialità dell’immagine

Proseguiamo nel percorso di confronto con i concetti elaborati da Pasolini, con l’intento anche di individuare le implicazioni filosofiche sottostanti. Nel far questo è importante comprendere il percorso di Pasolini all’interno della riflessione teorica sul cinema che tra gli anni cinquanta e settanta ha privilegiato la visione realista. È interessante quindi leggere accanto agli scritti di Pasolini, quelli degli altri autori che in questi anni elaborano teorie vicine al realismo cinematografico; noi lo faremo prendendo in considerazione la teoria del cinema di Kracauer.
Le prospettive degli scrittori comunemente definiti per le loro teorie realisti, (oltre a Kracauer e Pasolini fondamentale è i contributo di Bazin) pur nella diversità delle impostazioni metodologiche di analisi, e nella non diretta sinergia di sforzi messi in comune, sono interessanti per noi nel momento in cui rivelano al loro interno implicazioni filosofiche comuni. (22)
Definendo l’unità ultima in cui è scomponibile l’immagine il nostro autore parla degli oggetti reali. Essi sono il dato base, intraducibile e ultimo. Egli parla di “indifferenza naturale” per sottolineare l’intraducibilità degli oggetti, per indicare che possono in questo contesto, essere pensati come oggetti indifferenti al di là del significato che hanno. Il cinema per comunicare, anziché usare l’arbitrarietà delle lettere dell’alfabeto, usa la “brutalità” degli oggetti della realtà. La peculiarità del mezzo sta in questa non trasformazione del dato base, ma nell’accettazione della realtà e nell’utilizzo di essa per dire qualcosa. La realtà non è tradotta in un altro linguaggio, è utilizzata così com’è per esprimersi. Questo porta a una serie di conseguenze che caratterizzano la forza comunicativa del linguaggio cinematografico. Esso per così dire, non prende le distanze dalla realtà, ma le rimane necessariamente vincolato, esso dice la realtà con la realtà stessa, mantenendo anche in parte l’ambiguità del reale, la sua caoticità, l’enigmaticità delle azioni poco definibili.
Si può a questo punto confrontare il modo di considerare gli oggetti della realtà o “cinèmi” con ciò che Kracauer chiama “forza materiale” della realtà nel cinema. Quest’autore, come vedremo, pensa che il cinema abbia la capacità di lasciare apparire la realtà nella sua forza materiale intraducibile. Parlare, come fa Pasolini, degli oggetti della realtà che nel cinema non sono traducibili in un altro codice ma comunicano attraverso essi stessi è molto in sintonia con l’analisi del teorico tedesco. La passività del cinema che rimane aperto di fronte alla realtà che ha davanti e non la trasforma in altri segni, così come ne parla Kracauer si concilia d’altra parte con quanto sostiene Pasolini.
Per questo teorico tedesco il cinema è essenzialmente fotografico, perché deve essere una finestra passiva sul reale, deve lasciar apparire la realtà in tutta la sua forza materiale senza aggiungervi niente di personale. Questa idea di cinema si può collegare alla comprensione linguistica di Pasolini in quanto, anche per quest’ultimo il segno dell’immagine è composto in ultima istanza dagli oggetti reali o cinèmi, che la lingua delle immagini utilizza passivamente senza modificare, mantenendo la loro natura di oggetti. Il cinema dal punto di vista dell’analisi linguistica dei suoi segni, così come è elaborata da Pasolini, è costruito in ultima istanza da oggetti reali e quindi da materiali intraducibili, composti in un immagine.
I due studiosi affrontano il linguaggio del cinema partendo da due differenti prospettive. Pasolini definisce il cinema analizzando la natura dei segni-immagine di cui è composto. Kracauer cerca invece di stabilire cosa è il cinema facendo riferimento al mezzo con il quale esso si produce. Da una parte abbiamo l’analisi del segno immagine che il cinema è, dall’altra la definizione della peculiarità del cinema attraverso l’analisi del mezzo essenzialmente fotografico. Affrontando la questione da due prospettive metodologiche differenti, entrambi giungono a una visione realista del linguaggio filmico. La lingua delle immagini è composta in ultima istanza secondo Pasolini dagli oggetti o atti della realtà intraducibili ; per Kracauer, la peculiarità del mezzo cinematografico è di lasciar apparire la realtà così com’è con la forza espressiva che da sola essa ci mostra. Secondo il percorso di Pasolini, il linguaggio delle immagini è costruito su sezioni di realtà, su oggetti che formano un immagine, che appaiono nella loro spontanea manifestazione. Questo concetto si concilia perfettamente con la natura del cinema secondo l’analisi di Kracauer, per cui un film dovrebbe rispettare la natura fotografica o passiva del suo mezzo e quindi anche quella dei suoi segni-oggetti reali, facendo in modo di lasciarli essere nella loro naturalità e materialità espressiva.
Apriamo a questo punto una parentesi per chiarire il pensiero del teorico tedesco, che attraverso la propria visione realista del cinema, approfondisce l’idea, comune a Pasolini, di un linguaggio delle immagini che non si distanzia dal reale, ma per sua natura dovrebbe rimanere a servizio della realtà.


III.3. La prospettiva teorica di Kracauer

Abbiamo imparato a scuola la storia della Gorgone Medusa dal volto così orribile, coi denti enormi e la lingua sporgente, che bastava la sua vista per tramutare in pietre uomini e animali. Quando Atena istigò Perseo a uccidere il mostro, lo avvertì di non guardarlo mai direttamente in faccia, ma soltanto riflesso nello scudo lucente ch’ella gli aveva donato. Seguendo il suo consiglio, Perseo tagliò la testa della medusa con la falce, datagli da Ermete. (Kracauer, 1960 : 435)
Kracauer alla fine del testo tradotto in italiano con il titolo Film ritorno alla realtà fisica usa questo mito per riassumere ciò che secondo lui è il cinema. L’uomo non è in grado di vedere la realtà faccia a faccia; la verità è qualcosa di troppo potente per i suoi occhi. L’unico modo per farlo è vederla riflessa. Lo scudo di Atena rappresenta così lo schermo del cinema che ci mostra la realtà in modo mediato. (Allo stesso modo si potrebbe citare il mito della caverna di Platone, dove la luce è troppo forte per essere vista direttamente. Gli uomini vedono le ombre delle cose riflesse sulla parete di fondo del luogo in cui si trovano incatenati, “come fosse uno schermo”).
La funzione del cinema è di essere una finestra sulla realtà, lo specchio riflettente che ci mette alla giusta distanza per poter osservare la vita. La peculiarità del cinema è, nello specifico, per Siegfried Kracauer, di essere mediatrice della “realtà materiale”, “realtà veramente esistente”, o “realtà fotografica” a seconda di come la chiama il nostro autore. Con questi termini Egli vuole indicare la fisicità (registrabile dalla macchina da presa) la parte visibile e concreta della vita che vediamo con gli occhi, spoglia di giudizi. Secondo Kracauer, di tutti i mezzi esistenti, la macchina da presa soltanto rispecchia la natura, la fa apparire in tutta la forza della sua materialità, spoglia di ideologie; quando questo strumento è usato per altri fini, o quando altre componenti che strutturano un film non lasciano il primo posto allo sguardo sulla materia, il cinema si allontana dalla sua vera natura. Il titolo all’edizione italiana dello studio teorico sul cinema di Kracauer, è una definizione ridotta all’osso di cosa è un film. L’intento di questo autore è proprio quello di individuare il principio essenziale che fa essere un film quello che è, con la sua peculiare forza e forma espressiva, la caratteristica che un film non può non avere per essere autentico, e che lo distingue dalle altre produzioni artistiche.
In Film: ritorno alla realtà fisica l’autore decide, per determinare la vera natura del cinema, di partire stabilendo la natura del “mezzo” con il quale un film si fa, vale a dire la macchina da presa. L’essenza del cinema è l’essenza del suo mezzo, del suo strumento espressivo. Kracauer attraverso un’approfondita analisi degli elementi che compongono un’opera, come la fotografia, i dialoghi, il sonoro, il soggetto ecc., mostra come vi siano elementi necessariamente subordinati ad altri. Sopra di tutti c’è la fotografia. Il film autentico è cinema fotografico. La convinzione dell’autore tedesco è che il cinema sia essenzialmente uno sviluppo della fotografia. Per entrambe queste arti, il campo d’azione, l’elemento essenziale cui dare espressione è “il mondo visibile”. Il cinema è veramente tale quando registra e rivela la realtà fisica.
Tutti i “mezzi” secondo le proprie caratteristiche sono attratti verso le cose per le quali la loro natura è portata. Il cinema è chiamato a rappresentare
lo scorrere della vita materiale, anche nei suoi aspetti più effimeri, gli elementi più superficiali, quelli in altre parole che stanno davanti agli occhi, e non sono elaborati in concetti dall’intelletto. (Kracauer, 1960 : 47)
Si tratta di un diverso modo di atteggiarsi di fronte alla realtà, rispetto alle altre forme artistiche. Queste, infatti, secondo l’autore tedesco, in un certo senso elaborano il “materiale” della natura, della vita, trasformandolo secondo il loro obiettivo comunicativo e artistico. In un certo senso l’elemento creativo prende il sopravvento sull’elemento materiale, che diventa “solamente” lo spunto da cui partire, ma che è poi profondamente trasformato. La natura, l’essenza del cinema è invece quella di lasciar parlare il materiale grezzo, lasciandolo intatto. L’abilità dei suoi creatori è di saper guardare la natura.
Constatato che il cinema è figlio della fotografia, Kracauer per prima cosa analizza quest’arte e in particolare il suo mezzo. Si avvale, nel far questo, delle concezioni che della fotografia si sono avute nel corso della sua evoluzione. Sin dalle sue origini la fotografia porta con sé, in sintesi, due diverse correnti di pensiero, che ne interpretano la natura. Per i realisti la fotografia è riconosciuta come la riproduzione della natura con una fedeltà “uguale alla natura stessa”. Questi vedevano il fotografo come decisamente non libero, rispetto all’artista, di disporre le forme esistenti e le loro relazioni spaziali. Per i fotografi artisti invece, essenziale, non solo per la pittura, ma anche per la fotografia, è la forza creativa dell’artista, che dà forma alla materia.
Kracauer prende decisamente posizione nella disputa a favore dei realisti. Lo fa senza però escludere l’elemento artistico e creativo. Questo, infatti, è riabilitato all’interno della giusta considerazione della fotografia come tecnica che deve restare fedele ai limiti del suo particolare mezzo di espressione. Un’opera contraria alla sostanza del suo mezzo è difficilmente accettabile. Kracauer per esemplificare cosa intende per atteggiamento fotografico, in tutto il suo testo, fa molte volte riferimento a Proust, precisamente al testo intitolato Le côté de Guermantes dove il narratore entra nel salotto della nonna senza essere visto, e la osserva in modo distaccato. Qui lo sguardo del protagonista è paragonato a quello del fotografo che guarda, senza essere coinvolto, la persona cara, concentrandosi sull’esteriorità, lasciando da parte il turbine di sentimenti con cui di solito percepisce le fattezze della nonna e di cui non può liberarsi. L’occhio del narratore che qui è come un estraneo, un osservatore esterno, è uguale a quello del fotografo. Il vero fotografo è chiamato a vivere la stessa situazione. La materialità di ciò che sta davanti agli occhi deve avere il sopravvento. L’abilità sta proprio nella sensibilità di lasciarsi impressionare da ciò che sta davanti, con tutta la ricchezza che questo porta con sé, senza sottomettere le immagini a un fine creativo imposto a priori.
Se l’obiettività del reale è sicuramente impossibile da ottenere, l’aspetto soggettivo e creativo lo si ritrova nella scelta del soggetto, dell’inquadratura, dell’obiettivo ecc., tutto questo perché la natura difficilmente si concede, se il fotografo non sa assorbirla con la tensione di tutti i suoi sensi. Ciò che conta, dice sempre Kracauer, è la giusta mescolanza della fedeltà al reale e degli sforzi creativi, sottomessi però sempre alla prima.
Riassumendo, la vera fotografia sarà, secondo il nostro autore, quella con la maggiore affinità con la realtà immediata, che lascia trasparire la ricchezza della materialità della natura, senza imprigionarla. Sarà quindi povera di artifici che impediscono di mostrarci la natura quale esiste indipendentemente da noi ; cercherà di porre l’accento sui fatti casuali, che sono i soggetti per essa più adatti; avrà il carattere di escludere ogni idea di completezza, evocando l’assenza di limiti, facendo percepire l’infinito,  rappresentando ad esempio, frammenti piuttosto che interi; infine avrà affinità con l’indefinito, per lasciare il materiale che riproduce grezzo, con la sua forza comunicativa. Il cinema nasce dalla combinazione della fotografia istantanea, elemento prioritario assoluto, con altri elementi come il montaggio e il sonoro. Le caratteristiche della fotografia che sono state descritte in precedenza, valgono anche per il cinema, che però le utilizza in maniera diversa sfruttando anche le possibilità di ritrarre la realtà in movimento. Anche nel cinema si possono individuare due tendenze e cioè quella a favore del “realismo” e quella a favore della “creatività”. Sin dalle origini ad esempio i Lumière nelle loro produzioni descrivevano la vita quotidiana in stile più fotografico a differenza di Méliès che sostituisce alla realtà il puro gusto della fantasia nelle sue incantevoli invenzioni fiabesche.
Kracauer stabilisce il giusto modo, secondo la propria visione, di intendere il cinema, attraverso il medesimo criterio che usa per la fotografia. L’atteggiamento del regista è quindi definito dall’autore “cinematografico”, quando riconosce il principio estetico fondamentale e cioè la tendenza a registrare nel modo più chiaro la realtà materiale, la vita che appare esternamente. Può far questo mostrando ad esempio aspetti che nella nostra percezione comunemente trascuriamo. La macchina da presa ha la possibilità di mostrare l’esteriorità di fenomeni che altrimenti non sarebbero rappresentabili come ad esempio: il movimento, il micro e il macroscopico, i fenomeni fuggevoli o quelli che per abitudine non consideriamo più.
Né i suoni, né i dialoghi sono peculiari al film. I messaggi verbali, per adattarsi alla vera natura del film debbono nascere assieme alle immagini, essere anch’essi “al loro servizio”. L’importanza data alle affermazioni verbali aumenta l’inclinazione del mezzo verso altre forme espressive, e fa allontanare l’opera dalla vita fotografica. Inoltre il linguaggio parlato porta con sé significati e immagini verbali, che possono avere vita propria rispetto alla realtà fotografica, minacciando di soffocare il significato della immagini. Il linguaggio parlato può anche essere trattato anziché che come mezzo di comunicazione, come manifestazione della natura. In un certo senso è questo un trattamento fotografico anche nei confronti del suono delle parole, osservate per la materialità dei loro suoni, più che per i significati che portano con sé. Le parole trattate in questo modo non si sovrappongono alle immagini, ma sono loro completamento. Questi complessi di voci appartengono al mondo fisico che ci circonda come le componenti visibili, e come queste possono essere captate dalla macchina da presa nel loro carattere transitorio e casuale. 
L’esempio della regia di Rossellini in un film come Stromboli (nell'immagine a destra un fotogramma del film di Roberto Rossellini) può essere indicativa del giusto modo di atteggiarsi di fronte a una storia da raccontare con uno sguardo fotografico. Si pensi in particolare alla lunga sequenza della tonnara, in cui il fascino e la forza materiale delle immagini ci porta attraverso la fisicità dell’immagine a contenuti più spirituali che queste suscitano. La tonnara è un modo straordinariamente espressivo per dire con le immagini della natura, e senza ulteriore esplicitazione, lo stato d’animo della protagonista, lasciandolo peraltro indefinito, così come il film in genere dovrebbe riuscire a fare.
La macchina da presa permette di fare esperienza del mondo in modo nuovo e di tornare alla “realtà fisica”. Se le altre arti, secondo il nostro autore, usando il materiale grezzo della natura, lo trasformano per le proprie esigenze, la loro funzione non è quella di riflettere la realtà, ma di darne un’interpretazione.
Il cineasta ha qualcosa del fantasioso lettore o dell’esploratore animato da un’insaziabile curiosità... è uno che si mette a raccontare una storia, ma nel riprenderla, è a tal punto sopraffatto dal desiderio di comprenderne tutta la realtà fisica, che s’avventura sempre più profondamente nella giungla dei fenomeni materiali in cui rischia di perdersi irrimediabilmente quando non riesca a ritornare alla via maestra. (Kracauer, 1960 : 432)

III.4. Il realismo di Kracauer e Pasolini

Con Pasolini e Kracauer siamo di fronte a due interpretazioni del realismo cinematografico. Cerchiamo ora di individuare affinità e differenze rispetto al modo di interpretare il linguaggio cinematografico che emergono dai loro scritti.
L’impostazione di Kracauer vuole stabilire la natura del cinema partendo dalle possibilità del suo mezzo. In un certo senso la sua appare a prima vista una visione molto rigida del cinema. Egli è molto “severo” nell’escludere alcuni modi di essere del cinema che non corrispondono alla propria ideologia. Verrebbe da domandarsi se sia lecito classificare a priori cosa possa produrre un mezzo e cosa no. Ci si chiede se sia corretto fissare in questo modo dei paletti alle modalità di utilizzo di uno strumento. Un mezzo, uno strumento, una facoltà non sono infatti qualcosa che evolve nel tempo e da cui possono scaturire usi che in un primo momento sembravano inaspettati ? Una nuova modalità di utilizzo di una facoltà, che prima era nascosta e ancora in incubazione, può aprire prospettive nuove. Un nuovo uso fa essere l’oggetto che nasce qualcosa di nuovo e in continua evoluzione e definizione. Nel caso del mezzo cinematografico, sono i modi del suo utilizzo che fanno essere il cinema. Davanti a un mezzo possono esserci diversi modi di sfruttarne le possibilità, tutti ugualmente possibili, che interpretano la natura del mezzo in modo differente. Perché, viene da domandarsi seguendo Kracauer, irrigidire le possibilità del mezzo alla pur importante qualità fotografica passiva? (23)
In realtà lo sforzo di analisi del teorico tedesco lascia aperti molti modi di vivere l’essenza del cinema che riaprono le possibilità di interpretare e fare il cinema a infiniti modi. Il cinema è certamente legato al suo mezzo, ma questo non ha dei confini definiti, ha continuamente bisogno di essere reinterpretato, rivissuto e nel far questo la sua essenza muta. Ogni tentativo di fare un film è la creazione di un suo nuovo modo d’essere, un nuovo modo di darsi della sua essenza, che quindi cambia con il tempo e con le culture. Ogni film è una proposta aperta alla volontà di scoprire le potenzialità di questo mezzo di comunicazione. Con le esemplificazioni che Kracauer compie attraverso i film (che sono soprattutto i film delle origini), egli non è mai rigido, ma elastico, per la convinzione che ci sono tanti modi di realizzare concretamente un principio formale. Egli nel suo studio teorico, cerca un punto di riferimento, un principio guida di analisi. Questo “imperativo categorico” cioè “essere ciò che il mezzo ti permette di essere”, si può esprimere concretamente in mille modi. Al di là del metodo di analisi con cui Kracauer giunge a inquadrare il cinema come fotografico, nelle sue pagine si percepisce l’attenzione nel cercare di approfondire cosa abbia di eccezionale il cinema nel porsi di fronte al reale. Kracauer ci fa capire come sia centrale e essenziale la capacità di saper guardare, di trovare nella fisicità della realtà, tutta la ricchezza e il fascino dei misteri dell’esistenza. Questi ci si mostrano in tutta la loro indefinitezza e infinitezza proprio attraverso la genialità della sensibilità dell’artista cinematografico, che è tanto libero e aperto da saper cogliere, concentrate in alcune porzioni di realtà, la verità che dice qualcosa di sé senza precise parole.
La prospettiva di Kracauer è interessante per noi perché in essa individuiamo una sensibilità di fondo comune a Pasolini. Questa comune visione è legata al modo di intendere il rapporto tra lingua e realtà, che accomuna i due pensatori.
Kracauer analizza il mezzo cinematografico mostrando come al di là degli usi distorti che di esso si possono fare, fondamentalmente abbia la caratteristica di mostrare la realtà come appare nella propria fisicità e materialità. Tutto ciò che distrae da questo compito è da considerare come dannoso al cinema. Ciò che a noi interessa è notare come si struttura in questa visione il rapporto tra linguaggio e realtà. Il teorico tedesco mette nettamente in secondo piano il ruolo del soggetto in questa apparizione delle immagini. La realtà non deve avere ostacoli nel rimanere impressa sulla pellicola. L’essenza del cinema è proprio quella di non limitare questa purezza di trasmissione, di relazione, ma di renderla il più pulita possibile. Notiamo che c’è un atteggiamento quasi di venerazione o contemplazione nei confronti del reale. La realtà si dà, o dovrebbe darsi sulla pellicola in un modo molto diretto, senza traduzioni e filtri. Lo stesso regista deve, secondo Kracauer, ritirarsi e far sentire il meno possibile la sua presenta per lasciare invece parlare la materia. È quest’ultima la protagonista. Il cinema secondo questa visione appare così molto vicino alla realtà. La distanza che è riscontrabile in maniera netta tra segno e realtà negli altri linguaggi, nel cinema invece, secondo la visione di Kracauer, si riduce enormemente. È questa una caratteristica centrale del cinema che entra in sintonia con il percorso di Pasolini. Anche seguendo la sua analisi linguistica del segno cinematografico appare questa comprensione di esso come linguaggio che rompe la distanza tra segno e realtà. Pasolini compie un confronto tra lingua orale-scritta e lingua delle immagini e nel far questo stabilisce la peculiarità di quest’ultima. Parla addirittura della realtà come “cinema in natura” come a ribadire la profonda vicinanza linguistica tra i due fenomeni.
Sia Kracauer sia Pasolini fanno della caratteristica del cinema di ridurre al minimo la distanza tra segni che parlano della realtà e realtà stessa, il concetto centrale della loro visione. È la realtà stessa la lingua del film senza intermediazioni. Il linguaggio della realtà è quello del cinema. Questa passività di fondo, da parte del cinema, che lascia essere le cose per come appaiono è una modalità di relazionarsi alle cose interessante anche per la metodologia filosofica che vi si può individuare. Il cinema è quel metodo di comunicare che lascia apparire le cose per quello che sono, che utilizza come segni le cose stesse e le pone come allo specchio. Ciò significa dare priorità all’immagine reale, a come la realtà si dà originariamente a noi, cioè sottoforma di gesti e azioni. È la realtà nella sua originarientà di comunicazione, l’oggetto ultimo dello sguardo cinematografico. Questo atteggiamento potrebbe essere definito fenomenolgico nel momento in cui si accosta al reale lasciandolo essere per come appare alla coscienza. Questo legame con l’atteggiamento fenomenologico sarà il tema centrale di un capitolo successivo. Già fin da ora è però importante notare affinità e anche differenze tra i metodi di analisi. Da una parte l’interpretazione del cinema di questi due autori si può definire fenomenologica nel senso che questo linguaggio lascia essere la realtà così come appare in immagini alla nostra coscienza. Dall’altra parte occorre sottolineare la poca attenzione di Pasolini e soprattutto Kracauer alla centralità del soggetto o della coscienza che percepisce. Questo elemento, come poi vedremo, è fondamentale nella prospettiva metodologica di Husserl e della fenomenologia. La coscienza del soggetto, la sua facoltà unificatrice, è il luogo centrale in cui appare, o meglio lasciar apparire la realtà spoglia di ideologia. C’è quindi nel modo di essere del linguaggio cinematografico una vicinanza alla fenomenologia, perché meglio di altri lascia essere le cose per quello che sono alla coscienza, senza imporre concetti. Dall’altra il cinema, soprattutto nella prospettiva di Kracauer, sembra non esplicitare la centralità del soggetto nella registrazione dei dati. Anzi in un certo senso si potrebbe anche pensare a un ruolo meccanico del mezzo che può staccarsi dal soggetto e registrare la realtà così com’è indipendentemente dal ruolo della coscienza ineliminabile. La prospettiva del teorico tedesco non esclude il ruolo del soggetto nella registrazione delle immagini, ma soprattutto in alcuni passaggi sembra volergli imporre un ruolo secondario, molto passivo rispetto invece al dato esterno. E il dialogo tra realtà e soggetto che sembra essere sbilanciato nella sua visione a favore del dato esterno che impone la sua natura indipendentemente dal ruolo unificatore della coscienza. Come vedremo, per la fenomenologia è centrale invece l’analisi della intenzionalità del soggetto che percepisce.
La visione del cinema realista ha in sé questa sorta di rispetto di fronte al dato che appare. Di fronte ad esso il cinema è chiamato a registrare la materialità che sta di fronte, evitando qualsiasi sovraimposizione concettuale, lasciando essere le cose per quello che sono. L’oggetto del cinema è la realtà che mantiene tutta la sua enigmaticità.
Tornando a Pasolini, se il cinema si costruisce attraverso immagini della realtà, sarà a questo punto centrale conoscere la semiologia della realtà, la quale coincide con quella del cinema. Il ruolo della coscienza unificatrice non è messo in primo piano né in Pasolini, né in Kracauer. Allo stesso modo la loro interpretazione del reale pone l’attenzione sull’ambiguità del dato reale, sulla sua non definizione, e quindi indirettamente la loro visione richiama in questione il soggetto che con il vissuto è chiamato a stare di fronte alla realtà così come appare ed essere l’interlocutore attorno a cui questa prende forma.

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IL CINEMA COME LINGUA SCRITTA DELLA REALTÀ
di Giuseppe Perico

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