La saggistica

IL CINEMA COME LINGUA SCRITTA DELLA REALTÀ
di Giuseppe Perico
.
Introduzione
Questa ricerca linguistica del cinema, mi importa, più che in se stessa, per le implicazioni filosofiche che richiede (magari anche se io le vedo non in quanto filosofo, ma in quanto poeta impaziente del suo specifico lavoro...) (Pasolini, 1966a: 206)
Questa tesi si occupa degli scritti di Pier Paolo Pasolini dedicati alla teoria del cinema e in particolare al loro rapporto con la fenomenologia.
Pasolini, nel suo percorso artistico, dopo un primo periodo di tempo nel quale utilizza principalmente il linguaggio della scrittura, scopre nel mezzo cinematografico lo strumento che meglio gli permette di esprimersi. Il cinema soddisfa infatti la sua esigenza di trovare un modo per immergersi nel reale e raccontare la vita senza allontanarsi da essa, e “svelare la realtà con la realtà stessa”.
Nel momento in cui compie questa importante scelta espressiva, in alcuni scritti Pasolini si impegna anche in uno studio più approfondito sulle qualità intrinseche del linguaggio delle immagini ed elabora quindi alcuni interessanti concetti dall’analisi semiologica del linguaggio cinematografico, che in questo lavoro cercheremo di chiarire.
In alcuni passaggi di questo suo approfondimento sostiene che la sua impostazione possa essere affiancata al metodo d’analisi della fenomenologia. L’intento del nostro lavoro quindi è anche quello di esplorare le basi filosofiche che questo autore frequenta, verificando la possibile coincidenza tra il suo modo di procedere e le caratteristiche del metodo fenomenologico al quale esplicitamente egli si richiama.
Un importante aspetto da tenere presente affrontando queste tematiche riguarda lo stile e il modo di affrontare lo studio semiologico del cinema di Pasolini. Nei saggi di questo autore che noi prenderemo in considerazione, anche per la forma espositiva usata, quella cioè di brevi saggi indirizzati a riviste specializzate o preparati per convegni, è poco presente la preoccupazione di dare riferimenti precisi e sistematici agli autori presi come modello e di elaborare uno studio completo, scientifico e sistematico.
L’approccio di Pasolini è molto personale, attento soprattutto a ipotizzare nuovi modi di leggere l’oggetto di studio dell’immagine cinematografica e poco preoccupato di mostrare la base teorica di riferimento o di entrare nello specifico in alcune questioni solo accennate. Anche il richiamo alla fenomenologia che egli compie risulta solo abbozzato e poco giustificato.
Attraverso il confronto tra gli scritti di Pasolini e quelli di alcuni esponenti della fenomenologia (Husserl e Sartre) l’obiettivo quindi è quello di mostrare affinità e differenze tra le due impostazioni e verificare le somiglianze che Pasolini sostiene ci siano tra la suo metodo di analisi e quello della fenomenologia
Nonostante il fatto che Pasolini non appartenga alla cerchia dei semiologi, e nemmeno a quella dei teorici del cinema più sistematici, tanto meno tra i filosofi, la sua analisi del linguaggio cinematografico pone interessanti spunti di approfondimento, tanto più se si pensa che è solo l’esplicitazione di un lavoro artistico concreto che ha prodotto diverse opere filmiche.
Nel primo capitolo l’intento è innanzitutto di capire come e perché Pier Paolo Pasolini affronti l’analisi del linguaggio cinematografico, in particolare dichiarando le caratteristiche dei testi nei quali l’autore ne parla, mostrandone la frammentarietà. L’analisi di Pasolini non soddisfa le esigenze di un semiologo rigoroso che, come vedremo ad esempio parlando di Umberto Eco, confrontandosi con il suo lavoro non può che sottolineare le contraddizioni; le considerazioni di Pasolini possono tuttavia essere accolte come le intuizioni di un poeta che svela la profondità degli strumenti linguistici che utilizza. Il cinema, infatti, diventa per Pasolini il linguaggio che più di ogni altro permette di dire il reale senza staccarsi da esso, e diventa quindi il mezzo più adatto per soddisfare la sua ricerca di un modo autentico per raccontare la vita.
Pasolini parla del linguaggio cinematografico affrontando la questione da diversi punti di vista a seconda degli scritti presi in esame. In alcuni interventi, utilizzando gli strumenti della linguistica e della semiologia, egli intende prima di tutto classificare il segno cinematografico originario non ulteriormente scomponibile. In questo caso, come vedremo nel paragrafo intitolato “il cinema come semiologia della realtà”, egli tratta l’immagine cinematografica paragonandola al segno della lingua scritto-parlata. L’obiettivo è perciò quello di individuare le cellule ultime del linguaggio delle immagini, cioè il “segno-immagine” non ulteriormente scomponibile.
Pasolini constata le sostanziali differenze tra il linguaggio della lingua e delle immagini, riconoscendo la difficoltà nell’individuare nel linguaggio del cinema la stessa classificazione della lingua parlata che è suddivisa in frasi, parole e lettere. Nel paragrafo dedicato alla grammatica del cinema si tratta invece dei diversi strumenti e procedimenti attraverso cui il linguaggio della realtà viene trascritto nel cinema.
L’analisi di quello che il nostro autore chiama “linguaggio delle azioni” offre un primo spunto di confronto e di verifica delle possibili coincidenze tra Pasolini e fenomenologia. La volontà di Pasolini di analizzare il cinema, intendendolo come specchio che permette di guardare la realtà nel suo darsi più originario e privo di elaborazioni, è una sensibilità che accomuna Pasolini ad alcuni autori della fenomenologia. Questi ultimi, infatti, volendo considerare la realtà nel suo darsi più originario e cercando il dato più vero a cui fare riferimento, parlano del “vissuto” del soggetto.
Anche Pasolini vuole individuare il linguaggio originario e ultimo attraverso cui la realtà si mostra. In entrambi i casi c’è questa volontà a spogliare i segni con cui la realtà si dà per giungere al dato non ulteriormente scomponibile. Si tratta in questo quarto paragrafo di notare le differenze che esistono tra il concetto di “linguaggio delle azioni” di Pasolini e la prospettiva fenomenologica che mette al centro il “vissuto” del soggetto. La principale differenza tra le due prospettive è che secondo Pasolini il linguaggio delle azioni con cui la realtà si mostra non è caratterizzato dal ruolo del soggetto che lo vive. Secondo il nostro autore, la realtà si mostra in “unità-azione” indipendentemente da un soggetto che incarna questo linguaggio.
Per comprendere meglio le tematiche che Pasolini affronta è indispensabile comprendere il contesto nel quale egli compie la sua ricerca. I convegni di Pesaro del 1965, 1966 e 1967 sono i luoghi in cui egli espone la sua teoria ed è interessante vedere quali siano le problematiche linguistiche sollevate dagli autori che partecipano al dibattito in quegli anni. Pasolini è il principale catalizzatore dei discorsi e scatena un interessante dibattito sull’analisi del linguaggio filmico.
Attraverso l’analisi di alcune problematiche affrontate da autori come Metz ed Eco, questa parte contribuisce a comprendere le questioni linguistiche e filosofiche che interessano gli studi di quel periodo e nello stesso tempo a scontrarsi con le prese di posizioni dell’autore italiano.
Attraverso lo studio semiologico di Christian Metz noteremo in particolare come il modo di pensare il “linguaggio della realtà” di Pasolini sia profondamente condizionato dal metodo e dai concetti della linguistica e della semiologia. Le considerazioni dell’autore italiano riflettono l’impostazione di Metz quando si parla della non arbitrarietà del segno dell’immagine rispetto a quello della lingua orale e scritta e quando viene individuata la particolare forza comunicativa “logopatica” delle immagini in movimento con cui le emozioni vengono trasmesse direttamente e non attraverso elaborazioni concettuali.
L’influsso di Metz permette a Pasolini di strutturare la sua idea di “linguaggio originario delle azioni”. Essendo il nostro intento quello di confrontare questa ricerca di Pasolini del dato più originario con cui la realtà si mostra, con l’analogo obiettivo della fenomenologia di individuare il vissuto del soggetto come elemento originario di codificazione del reale, si tratta di vedere se e come l’influsso della semiologia di Metz in Pasolini sia conciliabile con la fenomenologia. Vedremo come sia centrale la mancata consapevolezza da parte di Pasolini di affiancare due impostazioni, cioè quella della linguistica e della fenomenologia, che leggono il linguaggio delle immagini da due ambiti metodologici con premesse non sovrapponibili.
Con Umberto Eco sarà interessante approfondire una parte delle critiche che l’analisi di Pasolini suscita. Il problema centrale sembra essere quello della non sistematicità dell’analisi pasoliniana. Egli infatti si avvicina ad esempio allo studio semiologico dell’immagine, ne prende in prestito i concetti, ma subito dopo non rispetta le regole metodologiche che quel contesto richiederebbe.
Pasolini si sente molto libero nello sfruttare le discipline che incontra sul suo percorso, per estrapolare dei concetti o delle idee che condivide. Dopodiché non rimane fedele all’impostazione, ma intraprende un discorso personale, reinventando a modo suo il senso di quei concetti. Analizzando i suoi scritti da un severo punto di vista semiologico, rigoroso nel rispettare i fondamenti della disciplina, come fa ad esempio Umberto Eco, si vedono quindi le contraddizioni e gli errori di metodo presenti.
In questa peculiarità e “lacuna” del pensiero del regista italiano sta anche però la sua grandezza. La sua creatività di artista quale egli era, non lo fa ragionare in modo rigoroso su un aspetto come farebbe un serio semiologo, ma lo porta su altre strade. La sua non è quindi una teoria del cinema, ma un abbozzo di analisi, una riflessione a margine del suo ruolo di artista e intellettuale. Nei suoi scritti si trovano passaggi illuminanti, anche se non ordinati e approfonditi, che ci danno in poche righe un’idea della ricchezza espressiva del cinema.
Nel suo lavoro teorico si comprende perché egli trovi nel cinema il linguaggio più adatto per esprimersi, il linguaggio più sincero : le immagini permettono, secondo Pasolini, di avvicinarsi alla realtà fino a immergersi in essa, anziché rimanere distaccati in un linguaggio di segni arbitrari. Il linguaggio delle immagini secondo Pasolini, riducendo fino a farla scomparire la distanza tra segno simbolico e realtà, non evoca il mondo, ma esprime la realtà con la realtà. Il cinema diventa per il nostro autore un canale privilegiato per esprimere il suo amore per la realtà in cui immergersi senza interruzioni.
È il concetto di “cinèma” quello attorno a cui si può analizzare la novità del discorso di Pasolini. Egli intende, nella sua analisi semiologica delle immagini, individuare l’unità ultima in cui è scomponibile la lingua. I “cinèmi” sono gli oggetti della realtà che l’immagine riproduce e che non può non considerare. Con il montaggio si comprendono o meno queste unità alfabetiche e si costruisce con esse un discorso senza però “inventare” e utilizzare un codice “ex novo”, come succede per la lingua delle parole, ma utilizzando invece la realtà stessa. Questo concetto permetterà di affrontare quindi il tema della “materialità” del cinema.
Un film, pur riproducendo la realtà, non se ne distacca come le altre lingue. Si può dire che la materialità degli oggetti rimane il fondamento unitario intraducibile delle immagini. Il cinema rimane in un certo senso passivo di fronte alla realtà che ha davanti e non la trasforma in altri segni, utilizza al contrario ciò che appare sottoforma di immagini come alfabeto per comunicare.
Nel terzo capitolo della tesi è l’approccio teorico realista che approfondiremo. In particolare è l’analisi di Kracauer ad essere interessante per affrontare la tematica del ruolo della realtà nel linguaggio umano. Nella prospettiva dello studioso tedesco si trovano molti elementi in comune con Pasolini, come ad esempio il modo di intendere il rapporto tra lingua e realtà.
Kracauer mette nettamente in secondo piano il ruolo del soggetto in questa apparizione delle immagini. La realtà non deve avere ostacoli nel rimanere impressa sulla pellicola. L’essenza del cinema è proprio quella di non limitare questa purezza di trasmissione, di relazione, ma di renderla il più pulita possibile. È questa una caratteristica centrale del cinema che entra in sintonia con il percorso di Pasolini. Anche seguendo la sua analisi linguistica del segno cinematografico, appare questa comprensione di esso come linguaggio che rompe la distanza tra segno e realtà.
L’analisi degli scritti teorici di Pasolini infine porterà ad occuparci dei modelli filosofici a cui il regista italiano fa riferimento. In particolare si tratterà di comprendere perché Pasolini affianchi il suo metodo di analisi a quello della fenomenologia. Si cercherà quindi di trovare analogie e differenze tra le due prospettive. In entrambi i casi vi è un’attenzione a lasciar essere la realtà per come appare nel suo modo più originario, primordiale e spoglio da pregiudizi. La fenomenologia tenta di isolare il “fenomeno originario”, il dato più grezzo con cui qualcosa appare alla coscienza e fare diventare questo elemento l’oggetto della sua analisi. Il cinema secondo Pasolini ha allo stesso modo questa capacità di rappresentare il reale nel suo darsi originario e vi è una sorta di dipendenza e rispetto del cinema verso la realtà come appare nel fenomeno con le sue determinazioni. Nel cinema, secondo la visione di Pasolini, vengono messe al centro le espressioni del mondo come appaiono, cioè le azioni, i gesti la materialità del mondo.
Saranno quindi messe in evidenza le diversità e inconciliabilità tra l’analisi fenomenologica del darsi della realtà nella coscienza, e l’individuazione del “linguaggio delle azioni” di Pasolini per la diversa importanza data al ruolo del soggetto. Per la fenomenologia, ogni linguaggio con cui la realtà si mostra si incarna inevitabilmente nel vissuto di un soggetto che dal suo punto di vista vive il reale. L’analisi dei segni, quindi, in questo metodo di studio mira ad analizzare le condizioni di rappresentabilità della realtà della coscienza. Pasolini al contrario parla di linguaggio delle azioni della realtà quasi fosse una forma di rappresentazione indipendente da una coscienza che lo incarna. Il “linguaggio delle azioni” di Pasolini sembra infatti principalmente guidato dalla forza di darsi della realtà in questo originario modo.

TORNA ALL'INDICE



IL CINEMA COME LINGUA SCRITTA DELLA REALTÀ
di Giuseppe Perico

I testi di Giuseppe Perico sono depositati. Non ne è consentita quindi alcuna riproduzione.
Per qualsiasi comunicazione, richiesta o informazione, si prega di prendere contatto con l'autore
© 2005 - Tutti i diritti riservati


Vai al sommario di "Pagine corsare"