Dell’incontro
con il cinema di Pasolini conservo con affetto e nostalgia un vivido ricordo.
Un piccolo cinematografo d’essai ahimè scomparso, il De Amicis di
Milano, fu galeotto.
È stato nel grembo
accogliente di una sala semivuota, fuori la città urlante e frenetica,
che le visioni perturbanti [1]
del «poeta di Casarsa» hanno cominciato ad abitare il mio immaginario
provocando stupore [2] e sollecitando
riflessioni.
Subito avvertii, perché
di sensazione si trattò prima che di ragionata elaborazione, la
pervasività dell’elemento della violenza, stilisticamente declinato
con somma ispirazione artistica, ma pur sempre “forte”, brutale, selvaggio.
Constatai successivamente
come la composita ed eterogenea opera cinematografica di Pasolini fosse
anche caratterizzata dalla costante centralità di vittime, personaggi
destinati a fare le spese di quella ostinata se non inestirpabile e “necessaria”
violenza, appunto, che sembra connaturata nel genere umano.
Detto in altri termini: nei
film di Pasolini c’è sempre qualcuno che muore sopraffatto. Dai
sottoproletari di borgata ai borghesi, passando per figure dei miti greci,
su su fino a Cristo, il cinema di Pasolini sembra compulsivamente tornare
ogni volta sulla violenza presente nelle diverse organizzazioni sociali
senza distinzione di luogo o di epoca.
Accanto ad una predilezione
di natura irrazionale, sorse in me la curiosità, il desiderio di
indagare e conoscere l’intimo significato delle vicende descritte [3],
il pensiero dell’autore in esse contenuto. A questo intento il caso volle
che accanto e quasi contemporaneamente a quella del cinema di Pasolini
avessi l’opportunità di fare un’altra importante personale “scoperta”:
quella della costruzione teorica di René Girard.
Procedendo nella lettura
dell’opera girardiana mi sono accorto sempre più della presenza
in essa di elementi decisamente inerenti alle tematiche pasoliniane.
È
stato così che ho deciso di compiere un’analisi che, evitando il
più possibile di ridurre o piegare Pasolini a Girard o viceversa,
ne permettesse invece un confronto, un dialogo che illuminasse a vicenda
i rispettivi sguardi e contributi teorici.
Dalla teoria di René
Girard occorre infatti in qualche modo cautelarsi, così “ambiziosa”
nel suo voler essere una spiegazione pressoché unica di quell’enigma
che è l’uomo. Enigma su cui non ha certo mancato di interrogarsi
anche Pasolini [4], sebbene lontano
dalla ricerca di un fondamento unico ed universale. Anzi, possiamo dire
che quella di Pasolini fosse un’indagine compiuta in larga parte su se
stesso, sulla propria realtà interiore, intrapsichica, nel corso
della quale, in virtù del suo profondo sentimento di esclusione
[5] arrivò a lambire temi
che trovano posto nella teoria del capro espiatorio di René Girard.
Pasolini si sente vittima
e questa sua condizione lo porta a soffermarsi proprio su figure e meccanismi
vittimari e, seppure indirettamente, sul ruolo di questi nella società.
È su questi temi che
ho cercato di soffermarmi nella mia analisi, convinto dell’importanza di
fare luce su aspetti della condizione umana poco consolatori su cui non
sempre si ama soffermarsi.
Pier Paolo Pasolini ha attraversato
il Novecento incarnando in modo esemplare la figura dell’intellettuale
votato all’impegno, alla critica della cultura e della società del
suo tempo e diventandone un simbolo.
Irriducibilmente contro il
potere, estraneo alle sue logiche [6],
si è trovato spesso nel corso della sua vita in contrasto con gli
apparati della comunicazione di massa e, anche a causa di ciò, isolato
all’interno della cerchia dei letterati, degli altri intellettuali, del
mondo della cultura, e più in generale della società. Senza
scendere ad alcun compromesso ha continuato a comunicare la propria verità
fino all’ultimo senza banalizzare il proprio messaggio pur vivendo l’angoscia
e il timore di non poter essere capito [7].
Senza mai ammorbidire i toni delle sue denunce con l’intento di incontrare
il favore di un più vasto pubblico.
Il critico Alfonso Berardinelli
evidenzia come l’intellettuale si dibatta in un dilemma che lo porta ad
optare o per una verità inefficace, cioè difficilmente comunicabile,
o per una verità, sì comunicabile, ma che risulta depotenziata,
compromessa e inquinata dallo sforzo di tradurla secondo i canoni dei mass
media che dipendono dal potere e dalle leggi del mercato.
Carla Benedetti riassume
in questi termini il paradosso rilevato da Alfonso Berardinelli:
L’intellettuale
che vuole impegnarsi si troverebbe infatti imprigionato tra due esigenze
contraddittorie: da un lato la «devozione al vero», dall’altra
la necessità di comunicare il più largamente possibile quella
verità, e quindi di conquistarsi un pubblico [8].
La stessa Carla Benedetti evidenzia
come questo tipo di paradosso sia affine a ciò che nel buddismo
zen viene chiamato koan.
Come notato da Gregory Bateson
[9], il koan pone l’individuo
di fronte ad un doppio vincolo (double bind) che determina, qualunque
scelta si faccia, un esito negativo e conduce dunque ad una situazione
di stallo.
Il koan, a cui sono
sottoposti i discepoli dei maestri buddhisti, insegna come questo risulti
bloccante soltanto nel momento in cui se ne accettano le premesse. Se queste
vengono messe in discussione, aggirate, se le regole del gioco vengono
reinventate allora si apre una via d’uscita.
Così Pasolini ha agito
nel corso di tutta la sua vita sforzandosi di andare oltre il comune disorso
corrente nel tentativo di sottrarsi da un lato alla rassegnata rinuncia
e dall’altro al comodo opportunismo.
Si vada per un attimo alla
scena di Teorema in cui il figlio dell’industriale, dopo l’incontro
con l’Ospite misterioso decide di dedicarsi alla pittura:
Bisogna cercare
di inventare nuove tecniche… che siano irriconoscibili, che non assomiglino
a nessuna operazione precedente […] Costruirsi un mondo proprio, con cui
non siano possibili i confronti… per cui non esistano precedenti misure
di giudizio… che devono essere nuove, come la tecnica [10].
Non occorre ricordare come Pasolini
non abbia mai smesso di servirsi di sempre nuovi codici espressivi per
comunicare la propria “verità”. È stato poeta, narratore,
drammaturgo e cineasta oltre che uno dei più lucidi critici della
cultura in Italia dal dopoguerra.
Il segreto della sua forza
sta forse in questo dinamismo in grado di «sbloccare i contesti,
tracciare linee di fuga, muovere verso qualcosa di radicalmente “altro”»
[11].
Le continue metamorfosi di
Pasolini rivelano una tenace volontà di sfuggire alle accomodanti
classificazioni della cultura borghese e di non essere relegato entro l’ordine
dei discorsi regolamentati dal potere. Nelle diverse forme di espressione
praticate, superando le convenzionalità dei modelli poetici, romanzeschi,
drammaturgici, cinematografici e giornalistici, Pasolini ha introdotto
una serie di scandalose e paradossali anomalie con le quali contrastare
i vincoli imprigionanti surrettiziamente imposti dal «nuovo potere».
Accanto al rigetto delle
specificità delle diverse sfere artistiche e del conseguente obbligo
di essere una «bestia da stile» [12],
va sottolineato come Pasolini, nel suo percorso costellato di numerosi
atti di fertile trasgressione, non abbia mai smesso di mettersi in discussione,
esercitando una coraggiosa quanto dolorosa autocritica. Rifuggendo il miope
ottimismo di una verità definitivamente conquistata, suscettibile
di sclerotizzarsi e divenire fonte di una placida acquiescenza, lo scandaloso
intellettuale ha saputo affrontare la tensione e la precarietà di
una inesausta ricerca condotta all’insegna dell’onestà. Come acutamente
rileva Aldo Carotenuto, quella di Pasolini è «una verità
itinerante che vuole essere continuamente verificata» [13].
Pasolini non ha soltanto
eluso la pragmatica borghese ma è anche andato oltre la prassi dialettica
marxista, rifiutandone il momento della sintesi secondo una prospettiva
che mantiene aperto e vivo il conflitto tra forze ed elementi contrapposti:
«Io sono contro Hegel (esistenzialmente – empirismo eretico). Tesi?
Antitesi? Sintesi? Mi sembra troppo comodo. La mia dialettica non è
più ternaria ma binaria. Ci sono solo opposizioni, inconciliabili»
[14].
Animato dall’ansia di contrastare
gli effetti devastanti del totalitarismo neocapitalistico, cercando alternative
all’«ordine orrendo», Pasolini non si è lasciato sedurre
da alcuna rassicurante previsione ottimistica, rifuggendo ogni vacua speranza,
e ha continuato ad esercitare fino all’ultimo uno sforzo critico che ha
richiesto molte rinunce e difficoltà.
L’«impegno» costante
con cui l’eclettico intellettuale è riuscito a sfidare l’opinione
pubblica e a sfatare i luoghi comuni, si è riverberato in un peculiare
tipo di pratica artistica in cui opera e autore si sovrappongono, tanto
da divenire inscindibili; lungi dal richiamarsi, direttamente o meno, a
un estetismo di impronta dannunziana, come pure da alcuni è stato
affermato, tale prassi sembra apparentarsi con l’odierna arte performativa,
in cui la presenza e l’azione dell’artista restano inseparabili dalla
sua opera [15]. L’esposizione
e il coinvolgimento diretto risultano inoltre ancor più lampanti
negli interventi giornalistici con cui l’autore degli Scritti corsari
e delle Lettere luterane ha esercitato una accorata critica al mondo
contemporaneo, arrivando davvero a “gettare il proprio corpo nella lotta”,
come recita il verso di una sua poesia del 1966 [16].
Le
invettive di Pasolini erano legate a una pratica discorsiva “rischiosa”
che Carla Benedetti accosta alla parresia della Grecia antica [17].
Con questo termine, il cui significato etimologico è «dire
tutto», da pan e rhema, veniva indicata la coraggiosa denuncia di
una verità in un contesto in cui esprimere quest’ultima poteva essere
pericoloso. Il parlante è coinvolto personalmente ma non si tira
indietro di fronte alle possibili minacce a cui si espone parlando, convinto
che la verità vada detta nonostante possa essere contraria all’opinione
della maggioranza o scalfisca l’immagine e il potere del tiranno.
Michel Foucault, in Discorso
e verità nella Grecia antica, ha analizzato la figura del parresiastes.
Quest’ultimo «sceglie il parlar franco invece della persuasione,
la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio
di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione,
e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale»
[18].
Il fatto stesso di correre
un rischio nel parlare conferisce al discorso del parresiastes la
forza della verità. Secondo lo studioso francese, infatti, la verità
non è legata all’oggettività dei fatti ma è piuttosto
qualcosa che si costruisce di volta in volta, il prodotto di una contesa
all’interno di una relazione di potere.
Come un moderno parresiastes,
Pasolini ha strenuamente lottato fino all’ultimo per la costruzione di
una verità alternativa a quella dominante, manifestando in modo
diretto ciò che pensava e assumendosi i rischi che ciò comportava.
L’eco della sua invettiva forse più celebre risuona ancora alle
nostre orecchie. «Io so» [19].
Un’eterna bestemmia contro il potere.