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1.1 Prologo
La frequentazione di quella
che Lino Micciché ha definito in una sua penetrante monografia [21]
la «città del cinema» – intendendo con questa brillante
metafora non soltanto Cinecittà ma in senso lato il luogo
delle leggi (dettate dalla ragione industriale) e delle regole (cinematografiche)
che presiedono la concreta realizzazione di un film – ha inizio per Pasolini
a partire dal 1954. A questa data è infatti possibile far risalire
la sua prima esperienza come sceneggiatore: per dar vita al film La
donna del fiume diretto da Mario Soldati, Giorgio Bassani, lo sceneggiatore
principale, chiese a Pasolini di contribuire a dare spessore ad alcuni
personaggi da bassifondi che comparivano nella storia, inaugurando così
una lunga stagione di fortunate collaborazioni (non solo sceneggiature
ma anche soggetti e dialoghi) proprio con alcuni degli abitanti di quella
singolare “città” [22].
Votato ai numi della letteratura,
scrivere per il cinema fu inizialmente soltanto un modo per uscire
dalla povertà in cui si trovò costretto durante i suoi primi
anni a Roma, diventando col tempo una vera e propria professione con cui
sopperire alle necessità finanziarie che nemmeno i primi successi
letterari riuscivano a soddisfare. Un ritardo nella corresponsione di un
assegno da parte del suo editore era fonte di incertezze e di ansie e con
le seguenti parole, in una lettera del 28 settembre 1956, Pasolini si rivolse
a Garzanti:
Lei capisce che
in queste condizioni si lavora di malavoglia, e ci si abbandona più
facilmente alle tentazioni, specie cinematografiche: economicamente io
vivo in uno stato di incertezza e di orgasmo, cerchi di capirlo: vivo alla
giornata, e se il cinema mi offre qualche possibilità, come rinunciarci?
[23]
Pasolini si rivelò un
ottimo sceneggiatore, molto richiesto nella scena cinematografica della
capitale e sebbene la sua attività per il cinema dovesse giovargli
soprattutto ad “accozzare la cena col desinare”, nondimeno vi trasse sempre
crescenti motivi di soddisfazione personale e di interesse artistico.
A distanza di anni scrisse:
Il lavoro di uno
scrittore per il cinema può essere bellissimo: anzi io, in linea
astratta, lo considero bellissimo. Purtroppo si lavora in mezzo a gente
ignorante, stupida, che non sa quello che vuole. Uno scrittore sceneggiatore
non dovrebbe neppure sapere che esiste una produzione: dovrebbe lavorare
col regista e basta… [24]
L’iniziale pregiudizio nei confronti
del “fare cinema” si stemperò in una più mirata critica verso
le logiche affaristiche di un mondo la cui morale paragonava a quella
«della giungla» [25].
Il lavoro di scrittore che
svolse per il cinema durante tutta la seconda metà degli anni Cinquanta,
unito all’occasionale frequentazione dei set gli valsero come lento apprendistato
per il suo futuro dietro la macchina da presa. Questa circostanza dovrebbe
ridimensionare il mito che lo vede girare il suo primo film nel 1960 senza
nessuna esperienza, come d’incanto.
Certo è che quando
decise di intraprendere l’attività di regista non aveva frequentato
alcuna scuola di cinematografia e non aveva cognizioni tecniche di nessun
tipo.
Se volessimo fare
riferimento alla prospettiva delineata da James Hillman nel suo Il codice
dell’anima, potremmo vedere nella facilità con cui Pasolini seppe
padroneggiare in poco tempo gli strumenti del mestiere di regista un esempio
di vocazione di un destino che è manifestazione di un daimon
[26].
Attenendoci a più prosaiche
considerazioni biografiche, non dovremmo invece trascurare alcuni dati
significativi per lo sviluppo del regista Pasolini. A cominciare dalle
prime frequentazioni, ancora bambino, dei cinema parrocchiali del Friuli
«dove vide gli ultimi film d’avventura del muto e i primi del sonoro»
[27]. Allora cominciò
quel lungo e solo in parte inconsapevole processo di assimilazione che,
sempre sostenuto da un fervido interesse, avrebbe portato Pasolini a girare
il suo primo film «con una grande preparazione intima, una grande
carica di passione cinematografica e di modo di sentire idealmente l’immagine
cinematografica» [28].
Durante gli anni dell’università
a Bologna, Pasolini potè assistere alle più recenti produzioni
cinematografiche, formando così il proprio modo di vedere le cose
attraverso le opere di grandi autori quali Dreyer, Chaplin, Ejzenštejn,
che svolsero un ruolo determinante nella sua maturazione artistica.
Lo sguardo sulla realtà
di Pasolini si consolidò vieppiù sotto l’influenza di Roberto
Longhi, riverito maestro di storia dell’arte che, oltre ad instillare la
«passione figurativa» per i capolavori di Masaccio e Masolino,
rafforzò nel giovane Pier Paolo anche quella per il cinema, il nuovo
genere di affreschi di cui il carismatico professore era un entusiasta
cultore [29].
L’istituzione di circoli
cinematografici in seno ai GUF fu un ulteriore stimolo per Pasolini, che
aderì a quello bolognese considerandolo un’opportunità di
feconde scoperte, seppure sotto l’egida del partito fascista.
L’amore per il cinema, lontano
dall’essere un colpo di fulmine relativamente tardivo e subordinato all’esperienza
letteraria, fu dunque un elemento determinante della formazione del futuro
regista.
A conferma di ciò,
valgano le parole che nel 1964 lo stesso Pasolini rivolse ad un gruppo
di studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma:
Accattone
appare come la mia prima opera cinematografica a chi non conosca completamente
la mia biografia dall’interno come la conosco io. Può essere sorprendente
che io di punto in bianco abbia fatto un film come Accattone, ma
io in realtà, quando avevo la vostra età e studiavo a Bologna,
amavo moltissimo il cinema e avevo già in testa di venire proprio
qui al Centro Sperimentale. Poi invece è venuta la guerra e ho dovuto
rinunciarvi. La mia passione per il cinema è uno degli elementi
di formazione culturale biografica più importanti e quindi è
tutta una vita che io penso, in fondo, al cinema […] [30].
Ulteriore elemento di analisi,
il riflesso del retaggio cinematografico giovanile di Pasolini lo si può
cogliere nella tendenza ad un peculiare sguardo che caratterizza le sue
prose romane degli anni Cinquanta. Lontane dall’affabulazione, vi è
in esse una tensione descrittiva fortemente icastica il cui esito espressivo
corrisponde ad un incessante succedersi di immagini con cadenze da sceneggiatura.
Nei diversi racconti si alternano
così “campi lunghi” e “ravvicinati”, “piani d’insieme” e “dettagli”
che delineano uno stile decisamente cinematografico, con pochi analoghi
nel panorama letterario dell’epoca.
Nella sua lucidissima autoconsapevolezza
non priva di narcisismo, ancora una volta Pasolini stesso fu il miglior
esegeta della propria opera:
[…] alcuni racconti
del ’50 […] avevano degli elementi quasi da sceneggiatura cinematografica:
parlavo infatti di carrellate, di panoramiche, ecc. E poi anche in Ragazzi
di vita, che scritto nel ’51, è uscito nel ’55, molte scene,
quale per esempio quella dei ragazzi che fanno il bagno nell’Aniene insieme
con dei cani, come mi è stato fatto notare anche dai miei amici,
sono scene visive, figurativamente cinematografiche [31].
Proprio in Ragazzi di vita
e in seguito in Una vita violenta, la tecnica narrativa da racconto
pre-cinematografico delle prime prose romane raggiunge la sua massima espressione.
Nei due romanzi si ricorre con una sorta di disposizione naturale ai cosiddetti
“movimenti di macchina” del cinema «dove i camera-car sui mezzi pubblici
in movimento, i Totali e le Panoramiche sulle piazze e i crocicchi della
borgata, i carrelli a seguire e/o a precedere personaggi in movimento,
come pure tutti i “ravvicinati” tesi a descrivere personaggi, situazioni
ed eventi emergono di pagina in pagina» [32].
Le prose pasoliniane degli
anni Cinquanta mostrano quanto la vocazione descrittivo-narrativa dell’autore
avesse dentro sé, in nuce, uno sguardo cinematografico che spiega
bene la facilità e il felice esito del suo approdo a quella particolare
forma letteraria che è la sceneggiatura.
La decisione di Pasolini
di intraprendere il cammino della regia cinematografica può dunque
essere interpretato come la risposta ad «una sorta di bisogno»
[33] che già traspare
dalla pagina scritta di racconti e romanzi nella sua protensione a farsi
«struttura che vuol essere altra struttura» [34].
Un bisogno su cui mi soffermerò diffusamente in seguito e che indico
ora solo sinteticamente: quello di possedere la realtà.
In questa prospettiva, si
può comprendere come la contiguità, innegabile, dei primi
film di Pasolini con i suoi precedenti romanzi non vada inquadrata nel
senso di una iniziale ispirazione letteraria a cui fa seguito, subordinatamente
a questa, la sua “traduzione” cinematografica.
Mi preme insistere sul fatto
che «l’ispirazione cinematografica di Pasolini si è costituita
[…] attraverso un doppio passaggio, dal cinema alla letteratura, per poi
ritornare al cinema» [35].
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1.2 Empirismo eretico
Quando decide di dedicarsi
alla cinematografia, Pasolini si interroga, nel contempo, sulle ragioni
principali della sua svolta. Inizialmente pensa che “fare del cinema” rientri
nella sua esperienza letteraria e costituisca semplicemente l’impiego di
una tecnica nuova, l’ennesima di una già vasta produzione caratterizzata
proprio da numerosi cambiamenti di tecniche letterarie. Col tempo, matura
invece la consapevolezza che il cinema non sia soltanto una tecnica
letteraria «quasi appartenente alla stessa lingua con cui si scrive»
[36] ma, esso stesso, «una
vera e propria lingua con caratteristiche sue proprie» [37].
La lingua del cinema, nella riflessione di Pasolini, non si configura come
un sistema di segni simbolici e, dunque, non procede per evocazione e astrazione,
come fa invece, per esempio, la lingua scritto-parlata. Il cinema come
lingua esprime la realtà con la realtà, senza ricorrere all’adozione
di un sistema simbolico e arbitrario, cioè la riproduce prima
ancora di rappresentarla. A Pasolini appare dischiusa la possibilità,
attraverso il cinema, di rimanere immerso nella realtà, oggetto
del suo «allucinato, infantile e pragmatico amore» [38],
superando quel rapporto di scissione e discontinuità da essa
a cui l’utilizzo delle altre lingue costringe.
Rivolgendosi al cinema, dunque,
Pasolini ritiene di poter restare sempre al livello della realtà,
in una relazione di continuità con essa che gli consenta di abbracciarne
con spirito gioioso e vitalistico tutta la complessità. L’amore
di Pasolini per il cinema è un riflesso di quella sua «specie
di ideologia personale» [39]
che è gusto di essere sempre dentro alle cose, in mezzo agli uomini,
nel «pragma puro della vita» [40].
Come ebbe a dire in uno dei suoi scritti: «Facendo il cinema io vivevo
finalmente secondo la mia filosofia. Ecco tutto» [41].
Assecondando la propria vocazione
all’insegnamento, lo stesso Pasolini pensa di divulgare le proprie considerazioni
sul cinema come lingua progettando un breve film, in cui è Totò,
nella parte di un buffo maestro, a spiegarle in modo tanto brillante e
poetico quanto comprensibile ai più, metaforicamente incarnati dallo
svogliato studente Ninetto Davoli [42].
Il cinema è
una lingua – canta Totò – una lingua che costringe ad allargare
la nozione di lingua. Non è un sistema simbolico, arbitrario e convenzionale.
Non possiede una tastiera artificiale su cui suonare i segni come campanelli
di Pavlov: segni che evocano la realtà, come appunto un campanello
evoca al topolino il formaggio e gli fa venire l’acquolina in bocca. Il
cinema non evoca la realtà, come la pittura; non mima la realtà,
come il teatro. Il cinema riproduce la realtà: immagine e suono!
Riproducendo la realtà, che cosa fa il cinema? Il cinema esprime
la realtà con la realtà. […] Non esco comunque dal cerchio
della realtà. Esprimo la realtà – e cioè mi distacco
da lei – ma la esprimo con la realtà stessa.
La lezione si conclude e il
finale dell’episodio è una gioiosa immersione nella realtà-cinema:
Così, tutti
felici, Totò e Ninetto, escono dalla scuola, e vanno a realizzare
la teoria per le strade, per le piazze, tra la gente. E il cinema è
questo! Non è altro che stare lì, nella realtà! Tu
ti rappresenti a me e io mi rappresento a te!
Nonostante traspaia come l’elaborazione
di Pasolini sia una poetica connotata sentimentalmente, più che
una sistematica teorizzazione, il nostro interesse si deve concentrare
non tanto sul suo grado di verità, sfuggente a qualunque confronto
teoretico, quanto sulla sua forza suggestiva. Occorre dunque evitare
una valutazione degli scritti linguistico-semiologici secondo una rigida
prospettiva scientifica.
L’immagine di cinema che
Pasolini suggerisce è quella di «un infinito piano-sequenza,
come è appunto la realtà ai nostri occhi e alle nostre orecchie,
per tutto il tempo in cui siamo in grado di vedere e di sentire (un infinito
piano-sequenza soggettivo che finisce con la fine della nostra vita): e
questo piano-sequenza, poi, non è altro che la riproduzione […]
del linguaggio della realtà: in altre parole è la riproduzione
del presente» [43].
In questa prospettiva il
cinema diviene un ideale punto di vista soggettivo che riproduce il fluire
ininterrotto della realtà, la quale si esprime da sola con la sua
sola presenza. «Ora, che cos’è la presenza? È... è
qualcosa che parla da se stessa… È un linguaggio. La realtà
è un linguaggio […] Il cinema è la lingua scritta di
tale realtà come linguaggio» ]44]
Di quel linguaggio che è
la realtà, le cose sono le unità minime, elementi di un tutto
in continuo movimento, un «insieme di “res” che si dispongono e si
evolvono, eternamente in moto, nel tempo come «azioni» sia
pur elementari» [45].
Le cose “parlano” con il loro semplice mostrarsi e il cinema le ripropone
come segni iconici nella loro identità e specificità.
Pasolini, accanto al linguaggio
della realtà naturale, non manca di prendere in considerazione anche
il linguaggio della realtà umana. Anche la presenza di un essere
umano è una realtà che parla dando informazioni su se stessa.
A differenza delle cose lo fa però articolando la propria espressione
in una serie di linguaggi ulteriori rispetto a quello della mera presenza
fisica: attraverso, cioè, quelli del comportamento e della lingua
scritto-parlata. L’insieme di questi linguaggi viene poi riassunto in quello
che Pasolini definisce linguaggio dell’azione.
[…] esiste prima
di tutto un linguaggio dell’azione […] Il primo linguaggio degli uomini
mi sembra dunque il loro agire. […] In realtà noi il cinema lo facciamo
vivendo, cioè esistendo praticamente, cioè agendo. L’intera
vita, nel complesso delle sue azioni, è un cinema naturale e vivente
[…] [46].
Le riflessioni di Pasolini sono
spiazzanti: il rapporto tra cinema e realtà viene ribaltato ed è
quest’ultima a divenire, infine, del cinema in natura. «In qualsiasi
momento, la realtà è “cinema in natura”: manca soltanto una
macchina da presa per riprodurla, cioè scriverla attraverso la riproduzione
di ciò che essa è» [47].
Il cinema come infinito piano-sequenza
fa parlare la realtà per quello che essa è, corrisponde ad
un narrare “ontologicamente” senza farsi portatore di alcuna “idea” della
realtà e delle cose.
Della realtà «la
lingua cinematografica sarebbe l’equivalente scritto o riprodotto, che
ne rispetterebbe la totalità, è vero, ma anche il mistero
ontologico, l’indifferenziazione naturale ecc.: una specie di memoria riproduttiva
senza interpretazione» [48].
Se è vero che facendo
il cinema si può entrare nella realtà, immergersi in essa,
per Pasolini questa possibilità mantiene una radicale frattura fra
la realtà del presente e quella del passato. Solo quest’ultima può
preservarsi dai disastrosi effetti dello «sviluppo» neocapitalistico
e così il narrare ontologico del cinema, fuggendo dall’«ordine
orrendo», ricrea qualcosa che è scomparso. Il cinema
dovrebbe esprimere le cose attraverso le cose ma quelle che si vorrebbero
esprimere non ci sono più, si tratti di uomini, di sentimenti o
di cose.
Tuttavia, perché la
realtà si traduca in racconto e non rimanga una virtuale somma di
infinite possibilità esistenziali ed espressive occorre compiere
un’operazione di scelta all’interno del piano sequenza infinito che attribuisca
un senso ed una interpretazione. Dal cinema si passa al film; ma come il
possibile
diventa un potuto? Occorre interrompere il continuum del possibile,
il piano-sequenza infinito, abbandonando la sua in(de)finitezza e facendo
emergere un film, e con esso un senso. Il cinema, che non rinuncia a mantenere
tutti gli aspetti molteplici e contrastanti della realtà, corrisponde
ad un lato dell’ideologia personale di Pasolini: quello relativo al
trionfo dell’esserci, cioè ad un’affermazione illimitata di
pura vita che corrisponde ad una proiezione dei propri desideri e si confonde
col sogno, dove è possibile sfuggire il confronto con ciò
che è compiuto, limitato, espresso. A questo lato se ne contrappone
uno opposto che è dolorosa coscienza di ciò che si realizza
e che Pasolini stesso definisce come la propria nostalgia del tempo
presente.
Ogni immagine di
questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato
contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento
di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere
di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare,
con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto
faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo [49].
Pasolini si pone su un piano
di distacco e comincia subito ad osservare la realtà nel momento
stesso del suo svolgimento, ovvero a «vedere tutta la vita da oltre
il punto della morte» [50].
Il passaggio dal cinema al
film si realizza attraverso l’operazione del montaggio che trasforma l’incessante
riproduzione della realtà presente, catturata dal cinema in quanto
infinito piano-sequenza, in un discorso definito.
Dal momento in cui
interviene il montaggio, cioè quando si passa dal cinema al film
[…], succede che il presente diventa passato […]: un passato che, per ragioni
immanenti al mezzo cinematografico, e non per scelta estetica, ha sempre
i modi del presente (è cioè un presente storico) [51].
Il tempo del film non è
più quello della realtà, viene abolito come continuità.
Da ciò deriva la metaforica associazione tra la morte e il montaggio.
Il montaggio opera sull’infinito
piano sequenza del cinema, scegliendo dei tratti significativi e valevoli
e collocandoli fuori dal tempo, come la morte fa con la vita.
Le considerazioni di Pasolini
evidenziano l’importanza di un nucleo tematico profondo relativo al passare
del tempo inteso come aspetto qualificante della realtà e, con
essa, dunque, del cinema e dei film.
La sovrapposizione tra cinema
e realtà che Pasolini coglie e teorizza nei suoi scritti corrisponde
ad una loro coincidenza sul piano del tempo, del suo fluire: quello del
cinema e quello della realtà hanno gli stessi ritmi. «In
quanto tale, il linguaggio cinematografico è quanto di più
naturalistico si possa immaginare: dato che esso, teoricamente, esprime
la realtà con la realtà, in modo incessante, cioè
seguendo il tempo stesso della realtà» [52].
Accade, tuttavia, che, nel
passaggio dal cinema al film, l’operazione di estrarre parti dall’infinito
piano sequenza per creare una narrazione finita dotata di senso
compiuto
alteri il senso del tempo, il suo ritmo. Isolando una qualsiasi parte dall’infinito
piano-sequenza il suo tempo, il suo ritmo e con essi il suo significato
viene mutato rispetto alla corrispondente realtà. Così, se
nel fare un film si vogliono ridare gli stessi significati presenti all’interno
dell’infinito piano sequenza occorre operare sul tempo e sul ritmo appunto,
attraverso la sintesi del montaggio.
L’identificazione del cinema
con la realtà, asserita da Pasolini nei suoi scritti, comporta che
non ci siano differenze tra il tempo della vita e il tempo del cinema,
inteso come riproduzione della vita stessa e come suo infinito piano-sequenza.
Esprimendo la realtà con la realtà il cinema ne segue anche
il ritmo temporale. Tuttavia, il passaggio dal cinema al film determina
una sostanziale alterazione del tempo naturale della realtà di cui
viene abolita la continuità.
Estraendo dall’infinito piano-sequenza
un suo frammento, se ne interrompe la relazione con l’incessante succedersi
di cose e azioni potenzialmente riproducibili. Ciò comporta un cambiamento
del significato della parte isolata rispetto a quello della corrispondente
realtà.
Ciò che in
cinque minuti della mia vita mi accade e mi appare, diventerebbe, proiettato
su uno schermo, qualcosa di assolutamente privo di interesse: di una irrilevanza
assoluta. Ciò non mi si manifesta nella realtà perché
il mio corpo è vivente, e quei cinque minuti sono i cinque minuti
del soliloquio vitale della realtà con se stessa [53].
Il frammento estratto dal continuum
della realtà rivela l’insignificanza della vita come mero succedersi
di eventi comunicando «che la proposizione fondamentale che qualcosa
di insignificante esprime è: “Io sono” , oppure “C’è”, oppure
semplicemente “Essere”» [54].
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1.3 Luce ed ombra
Elemento centrale nell’esperienza
pasoliniana del tempo è il senso della caducità, provato
in tutta la sua drammatica portata durante gli anni della giovinezza. E’
in questo periodo che Pasolini matura infatti la dolorosa consapevolezza
di essere giunto al culmine di quella fase della vita più gravida
di possibilità esistenziali, purtroppo irrecuperabile.
In una delle sue lettere,
così scrive il giovane Pasolini all’amico Franco Farolfi:
Tutta la vita è
cambiata, non siamo più adolescenti; ormai questi nostri volti,
questi nostri gesti sono quelli definitivi – i nostri, tra gli infiniti
che avremmo potuto e sperato di avere. […] Non posso rassegnarmi ad essere
giunto […] Io non posso vivere perché non riesco e non riuscirò
ad abituarmi a pensare che anche per me c’è un tempo, una morte
[55].
Il brusco confronto con il carattere
finito dell’esistenza non diviene tuttavia motivo di disperate derive nichiliste
o di abbandono e rifugio in consolatorie prospettive oltremondane. Il sentimento
di fugacità della vita che matura in Pasolini si traduce, anzi,
in un’esaltazione dell’esperienza della realtà, in accordo con quanto
teorizzato da Freud secondo il quale la caducità del bello non svilisce
il valore di quanto è più fragile ma lo accresce, rendendolo
eterno.
Vi è un espressione
del lessico autobiografico pasoliniano che è disperata vitalità,
la quale esprime al contempo il carattere consapevolmente tragico dell’esistenza
ed il tentativo del suo superamento nella passione per la vita, come compagni
ideali del Sisifo di Camus [56].
Avvertito con sgomento in
giovane età, il senso di caducità appare sottendere la parabola
esistenziale di Pasolini facendo capolino anche nella sua ultima opera
letteraria, Petrolio.
Il senso di caducità,
interno anche alle esperienze future, fa sì che tali esperienze
si presentino come già passate (in quanto lo sono idealmente, per
loro natura). Cosicché il mistero dell’esperienza esistenziale è
un mistero per eccellenza del Passato: non solo del Passato come esso ci
appare nel Presente (mistero dei padri), ma anche del Passato come esso
ci appare nel Futuro (mistero dei figli). La continuità
dell’elemento della caducità si identifica con la continuità
del Passato, e del suo mistero corporale. Tale continuità invade
tutta la vita, è il suo registro continuo [57].
All’inesorabilità del
passare del tempo e al buio verso cui tutto risucchia, Pasolini, tuttavia,
contrappone la propria costante fuga verso la luce, grazie alla quale è
possibile il cinema. Tra ombra e luce, come i fotogrammi di un film che
si rincorrono nel proiettore.
Il sole, in tutta l’opera
dell’autore, è un elemento fondamentale la cui analisi può
condurre ad importanti considerazioni [58].
Nei suoi film, per esempio,
ricorrono ossessivamente mezzogiorni torridi e il regista fa uso in più
occasioni del “controluce”.
Scrive James Hillman:
[…] forse dobbiamo
considerare il culmine meridiano, lo zenit del giorno, come il punto più
alto della potenza naturale, che costella sia la forza vitale sia il suo
opposto, la necessaria caduta da quell’altezza. È il misterioso
momento in cui io e la mia ombra siamo uno. Il mezzogiorno come la mezzanotte
è un momento di transizione e, come la mezzanotte, l’alba e il tramonto,
una radice di orientamento primordiale per quello che potremmo chiamare
l’orologio simbolico. Questi sono i momenti in cui il tempo si arresta,
in cui l’ordinata processione dei momenti si disgrega. […] In questi momenti
il tempo viene percorso da qualcosa di straordinario, qualcosa che è
oltre l’ordine abituale [59].