.
2. Violenza e mito
Considerato in termini
generali, il mito può essere visto come il prodotto di una specifica
attitudine dello spirito umano: raccontare e raccontarsi a se stessi e
agli altri.
In una prospettiva antropologica
che vede l’uomo come essere incompleto – e che, nell’ambito della cultura
greca, rimanda essa stessa ad un mito, quello di Prometeo (presentato da
Esiodo in Opere e giorni e da Platone nel Protagora) – quella
della parola (discorso, narrazione) è una dimensione narrativa nella
quale uomini e donne non possono non vivere.
L’uomo, in quanto essere
mancante, ha bisogno di storie in cui credere che diano un senso al caos
dell’esperienza [60]; momento
di massimo disordine ed esperienza indicibile di questo caos è la
morte, locus ignoto, fonte di precarietà e paura che necessita di
un’attribuzione di senso.
Proprio le storie assolvono
il compito di dare all’insensato un senso liberando dalla paura e sgravando
dall’insicurezza.
Scopo della funzione mitopoietica
è quello di conferire stabilità al mondo garantendo ordine
e prevedibilità dell’esperienza. Il mito dà forma al mondo
a prescindere dal contenuto, ciò che conta è la funzione
creatrice, denominatore comune sia delle società più arcaiche
che delle società più avanzate, le quali non possono fare
a meno di narrazioni in grado di orientare le vite, dando coerenza, compiutezza,
scopo, sicurezza. A questo riguardo interviene l’analisi di E. Cassirer
[61], tesa a rilevare come in
epoche recenti l’attività mitificante, lungi dall’eclissarsi, sia
stata fertile nella costruzione di miti politici. Ma anche senza scomodare
le cosiddette grandi narrazioni lyotardiane (anche quelle, comunque, finite)
basta pensare alla persistenza di miti nel e del quotidiano, che irrompono
da piccoli o grandi schermi, per rendersi conto di quanto umana, molto
umana sia la necessità di storie.
.
2.1 Girard e il mito
Accanto alle riflessioni
intorno al perché si racconta, da che ci si è interrogati
circa la natura del mito, sono state offerte anche innumerevoli interpretazioni
su cosa si racconta nei miti stessi.
Ancora oggi, l’urgenza di
fare luce sull’essenza del mito è lungi dall’essersi sopita, sebbene
siano mutate le prospettive d’analisi che, a partire dal secolo scorso
e appellandosi ad una lettura scientifica, hanno implicato una progressiva
presa di distanze da una ipotizzata dimensione storica del mito.
L’avvento di una cosiddetta
“scienza del mito”, oltre a far emergere la funzione culturale del mito
e nuovi metodi di lettura, rileva anche un rapporto antitetico con la storia,
per cui il fondamento della realtà garantito dal mito si configura
come metastorico. L’antitesi tra il tempo mitico delle origini e il tempo
storico è stata sostenuta in particolare da Mircea Eliade, sul piano
fenomenologico. «[…] mito e storia sono antitetici: il mito impedisce
la coscienza culturale del divenire storico e lo priva di qualsiasi valore;
il mito costituisce propriamente l’abolizione della storia» [62].
Il concetto di mito acquista senso proprio in opposizione a quello di storia
e una mitologia realizza e organizza dunque valori metastorici, cioè
sottratti appunto alla storia.
Le recenti conquiste intellettuali
che avrebbero portato ad una comprensione scientifica del mito, pur mettendo
in ombra diverse teorie precedenti, non hanno in ogni caso dissuaso René
Girard dal compiere una ricerca che, a partire dallo studio concreto del
materiale mitologico, proprio alla storia si è riferita nell’indagare
le radici del mito. Nella prospettiva girardiana, si può rispondere
alla domanda su che cosa sia un mito proprio riferendosi alla storia. Va
sottolineato come il suo tentativo di razionalizzazione non rappresenti
una novità. Essa anzi, in un certo senso, si riallaccia idealmente
con il cosiddetto evemerismo.
Questa teoria deve il suo
nome a Evemero da Messina e a sua volta si inserisce nel solco di quella
corrente di pensiero greca che ha inizio con gli antichi logografi, convinti
assertori della possibilità di trarre dalle tradizioni mitiche delle
città notizie storiche.
L’evemerismo interpretava
i miti e le religioni in chiave razionalistica, scorgendo nei primi i ricordi,
sapientemente elaborati con estro narrativo fantastico, di antichissime
vicende propriamente storiche e nelle seconde il culto di dèi che
in realtà furono personaggi realmente esistiti divinizzati dai posteri
per le loro imprese.
L’evemerismo, nella cultura
greca, rappresentò un modo di dare una “giustificazione” alla vasta
produzione mitologica e alla considerazione che veniva prestata ad essa.
Ciò era avvertito come un’esigenza soprattutto per la considerazione
del mythos come non-verità rispetto invece alla verità
del logos, contrappostagli dalla speculazione del tempo [63].
Era dunque avvertita la necessità di razionalizzare, di ridurre
alla logica i miti, cercando dunque di ricavare la verità da quelle
che erano considerate forme menzognere.
Studioso
controcorrente, noncurante delle critiche di coloro che considerano superato
oltre che non scientifico un certo tipo di interpretazioni, René
Girard argomenta che il mito è il racconto di un evento originario,
ripetutosi innumerevoli volte e consolidatosi progressivamente fino a diventare
un meccanismo sociale: un assassinio collettivo di cui il mito dissimula
la natura mimetica e persecutoria, trasponendolo nella sfera del sacro.
Le radici dell’ordine simbolico
e sociale degli uomini affondano in una violenza da cui subito si cerca
di prendere le distanze, in modo peraltro inconsapevole, ma proprio per
questo efficace ai fini del suo misconoscimento. Il mito, per mezzo
delle parole, racconta il terribile attraverso il meraviglioso.
René Girard basa la
propria argomentazione su una pluriennale ricerca condotta sui testi che,
senza rinunciare ad un immanentismo di fondo, si guarda dall’assolutizzarne
i postulati – come fa invece lo strutturalismo – e consente l’apertura
e l’ancoraggio ad un referente extratestuale, chiave di volta della sua
ipotesi: il linciaggio riconciliatore. La ricerca porta Girard alla scoperta
di assassinii collettivi all’ombra delle comunità arcaiche preumane,
un linciaggio fondatore, il tributo di sangue di una vittima innocente
che ha consentito di arrestare la spirale di odio e violenza che minacciava
la sopravvivenza della comunità. Al mito si è affidato appunto
la memoria dell’evento della straordinaria capacità della vittima
espiatoria di garantire la salvezza della comunità. La vittima diviene
il protagonista celato dei miti – figura ambivalente, terribile e mostruosa
prima, salvifica poi – soggetto ad un processo di distorsione che affida
il racconto alle parole dei persecutori portando alla sacralizzazione della
vittima.
Sotto forme trasfigurate
e occultate, Girard individua alcuni stereotipi della persecuzione, i quali
si rivelano banalizzando per così dire il mito, sottraendolo al
«rispetto cerimonioso che caratterizza gli ellenisti di fronte alla
versione greca del mito» [64],
operando un cambiamento di scenario che lo depuri da un esotismo fuorviante.
A sostegno delle proprie argomentazioni, Girard espone le vicende contenute
nel mito di Edipo, ridotto alle sue forme elementari, ambientandole in
una non precisata modernità occidentale e dimostrando come nella
nuova veste il testo riveli il fenomeno della persecuzione.
Se i miei lettori
non sono ancora convinti, li convincerò presto con un esperimento
semplicissimo. Truccherò rozzamente la storia di Edipo; la priverò
del suo abito greco per abbigliarla all’Occidentale. Così facendo
il mito scenderà di uno o due gradini nella scala sociale. Non preciso
né il luogo né la data dell’avvenimento ipotizzato. La buona
volontà del lettore farà il resto [65].
La nuova veste della vicenda
orienta la sensibilità del lettore contemporaneo verso un’interpretazione
scevra di scetticismo e sicura della realtà degli accadimenti narrati,
i quali rivelano la loro parentela con i cosiddetti testi di persecuzione,
attraverso la cui rete di conoscenze storiche si è stati in grado
di pervenire ad una verità, meglio, ad un sapere, sconosciuto agli
stessi autori dei testi.
Per testi di persecuzione
Girard intende i «resoconti di violenze reali, spesso collettive,
redatti nella prospettiva dei persecutori e quindi intaccati da distorsioni
caratteristiche» [66].
In particolare, analizza una serie di documenti relativi alle persecuzioni
antisemite medievali in concomitanza con il diffondersi di epidemie di
peste nera – caratteristico degli anni tra il XIV e il XV secolo – così
come ai registri dell’Inquisizione relativi ai processi di stregoneria.
L’interpretazione universalmente
accettata dei testi di persecuzione storici viene “ereticamente” applicata
da Girard ai miti, i quali sono però caratterizzati da una dimensione
essenziale, quella del sacro, che li contraddistingue dai documenti
storici propriamente detti. Anche nei miti può dunque essere messo
in evidenza uno schema che giustappone una serie di stereotipi persecutori:
1) la descrizione
di una crisi sociale e culturale, ovvero la descrizione di una indifferenziazione
generalizzata - primo stereotipo; 2) certi crimini «indifferenziatori»
- secondo stereotipo; 3) se gli autori designati di questi crimini posseggano
segni di selezione vittimaria, tratti paradossali di indifferenziazione-
terzo stereotipo. Vi è poi un quarto stereotipo che è la
violenza stessa [67].
I singoli stereotipi che definiscono
lo schema persecutorio saranno evidenziati nel corso dell’analisi relativa
ai film di Pasolini. Per ora basti ricordare come la presenza degli stereotipi
succitati in una testimonianza orale o scritta consenta di dedurre la presenza
di una persecuzione disvelando: la realtà delle violenze e della
crisi; la designazione delle vittime in base non già ad un diretto
coinvolgimento nei crimini di cui sono accusate ma in quanto portatrici
di segni vittimari o perché, complice il pregiudizio, in qualche
modo accostate alla crisi; come sulle vittime venga fatta ricadere la responsabilità
della crisi decretandone in seguito l’uccisione o l’allontanamento dalla
comunità per ristabilire l’ordine turbato.
Occorre invece ora porre
l’accento sulla dimensione del sacro che, come si è detto, è
precipua dei miti. Affidandoci nuovamente alle parole di Girard, e prendendo
le mosse da un concetto generale, possiamo dire che il sacro sia
[…] tutto quel che
domina l’uomo con tanto maggior sicurezza quanto più l’uomo si crede
capace di dominarlo. Quindi, tra l’altro, ma secondariamente, il sacro
sono le tempeste, gli incendi di foreste, le epidemie che decimano una
popolazione. Ma è anche e soprattutto, pur se in maniera più
velata, la violenza degli uomini stessi, la violenza posta come esterna
all’uomo e confusa oramai con tutte le altre forze che gravano sull’uomo
dal di fuori. E’ la violenza che costituisce il vero cuore e l’anima segreta
del sacro [68].
L’umanità è agli
albori, si trova assediata da terribili forze e sperimenta atterrita e
sgomenta gli esiti del processo che ha portato la violenza distruttrice
in seno alla comunità, sull’orlo dell’autodistruzione, a polarizzarsi
su di una vittima, divenuta simbolo di tutti i mali. Insieme con la violenza
cessa anche la paura e ci si trova raccolti intorno alla vittima pervasi
da un profondo senso di pace. Colui che fino a pochi attimi prima è
stato percepito come un essere malefico contro cui sfogare gli odi e gli
antagonismi della collettività assurge infine al ruolo di apportatore
benefico di salvezza e di pace. Il carattere ambivalente della vittima
compendia in sé l’oscillazione tra i due poli emotivi di paura e
di pace (la cui radice etimologica che significa fissare esprime
bene il ripristino dell’ordine precedentemente disgregantesi).
Lo scioglimento della crisi
non fa del resto che confermare la colpevolezza della vittima e dunque
l’estraneità, meglio, la passività della comunità
nei confronti della ridda di violenza scatenatasi senza alcun apparente
motivo al suo interno. Gli uomini si percepiscono in balia degli eventi,
alla mercé di qualcosa di cui non riescono a dar conto se non conferendo
un significato simbolico all’essere al tempo stesso potente e terribile
e soccorrevole che lo traspone in una dimensione altra, insondabile, da
non avvicinare, una sorta di buco nero delle coscienze primitive, la sfera
del sacro appunto.
Il mito, racconto del ricordo
dei presenti al linciaggio, rimane dunque viziato da una rappresentazione
che occulta la violenza collettiva del tutti contro uno e al suo
interno “opaco” appaiono soltanto le immagini trasfigurate di vittime espiatorie.
.
2.2 Pasolini e il mito
All’interno della vasta e
composita opera di Pasolini si possono evidenziare alcuni temi ricorrenti
che hanno attraversato il lungo arco della sua attività. Tra questi,
mito antico e tragedia greca si configurano come costanti tematiche di
indubbio rilievo che hanno informato il pensiero, per certi versi frammentario
e non sistematico, di un intellettuale spesso provocatoriamente ambiguo
«che ha elevato la contraddizione a cifra idiosincratica, rivendicandone
il diritto contro ogni dogma ideologico» [69].
Il catalogo delle opere direttamente
ispirate alla grecità ed al mito costituisce già un’eloquente
indicazione dell’importanza attribuita da Pasolini a queste “ossessioni”
(riprendendo un termine a lui caro): dalla traduzione in friulano di tre
frammenti di Saffo (anteriori al 1949) a quella dell’Orestiade commissionatagli
da Vittorio Gassman; dal Pilade teatrale ai film
Edipo re,
Teorema [70],
Appunti
per un’Orestiade africana, Medea; fino all’originale rielaborazione
delle Argonautiche contenuta in Petrolio.
Accanto a questo corpus della
produzione di Pasolini si deve inoltre ricordare quanto la sua cultura,
oltre che su solide basi “classiche” – gettate sin dai primi anni di scuola
–, poggiasse su un vorace interesse e su una profonda conoscenza degli
aspetti antropologici del mito e delle ricerche di Mircea Eliade, Lucien
Lévy-Bruhl e James G. Frazer.
A che cosa attribuire questa
potente attrazione verso il mondo greco e le culture arcaiche in generale,
sensibile soprattutto ai richiami dei loro aspetti barbarici, prerazionali,
atemporali (ciclici)?
La piena comprensione di
questo rapporto non può trascurare alcune importanti considerazioni
in merito alla vita dell’autore, in particolare alla sua infanzia e agli
anni della sua formazione nella campagna friulana.
Anzi, riteniamo convenga
partire proprio dal dato biografico, al fine di mettere in luce la progressività
di un’attenzione sempre più rivolta verso il passato.
Un passato inteso non tanto
– o comunque non solo – in senso nostalgico, quanto, soprattutto, in senso
“fisico”, per come a Pasolini appare diversamente in comunione con quella
realtà,
considerata sacra, che l’autore vuole interamente possedere.
Un passato, cioè,
aperto al dialogo con la natura, «avvertita quale immanente totalità»
[71].
.
2.2a Il «mistero
contadino»
Durante il periodo che va
dal 1922 (anno della sua nascita) al 1937, il piccolo Pier Paolo crebbe
costretto a continui spostamenti legati alla carriera di ufficiale del
padre.
I traslochi si susseguivano
con un ritmo quasi annuale creando inevitabili problemi di adattamento:
le amicizie durature dei primi anni di scuola furono precluse e Pier Paolo
venne ricondotto «nel fondo del dramma familiare»
[72].
I litigi fra i genitori erano
infatti frequenti e andarono ad alimentare nella madre Susanna un attaccamento
morboso verso il primogenito con cui compensare la crescente distanza affettiva
dal marito. Pier Paolo aderì allo smisurato amore materno entrando
in conflitto col padre, secondo il classico schema freudiano del complesso
di Edipo. Il rapporto esclusivo tra Susanna ed il figlio andò tuttavia
al di là dell’ordinario, con effetti profondi sulla psiche del bambino.
In un’immagine dai contorni
melodrammatici è così condensato questo rapporto:
Susanna e il suo
primogenito erano destinati a essere assieme, e da soli. Per ingenuità,
innocenza e inconsapevolezza dei «rischi», il modo in cui lo
colmava d’ogni cosa somigliava a quello in cui Giocasta carezzava il suo
Edipo. Lui era il piccolo eroe che l’avrebbe consolata dopo le tirate del
marito; era il piccolo Edipo non nella casa di Atreo, ma in quella dei
Colus [73].
In mezzo a tanto disordine,
Casarsa, paese natio di Susanna e meta fissa delle vacanze estive, rimase
un luogo in cui Pier Paolo poteva ritrovare ritmi naturali che allentavano
la sua ansia e la sua instabilità, a contatto con la realtà
contadina della vita dei campi.
Durante l’inverno del 1928-29,
l’arresto del padre per debiti di gioco si tradusse nell’occasione di trascorrere
un intero anno a Casarsa. Il periodo lasciò impressioni profonde
che arricchirono il nucleo dell’anima di Pier Paolo, radicandosi nella
memoria.
Il mondo tanto amato delle
radici materne, della bellezza campestre, della purezza e innocenza contadine
rimasero impressi come «qualcosa di moralmente più alto»
[74].
Dopo il lungo soggiorno del
’29, si susseguirono i trasferimenti (Sacile, Idria, Cremona) ma ogni estate
veniva rinnovato il legame tra Pier Paolo e Casarsa.
Durante gli anni in cui la
bellezza della pianura casarsese gli si disvelava come un’epifania naturale
[75], Pier Paolo fu preso dalla
passione letteraria. Agli iniziali romanzi di Salgari subentrarono i poemi
omerici, I Lusiadi e tutto Carducci: da un lato mitologia ed epica,
dall’altro un’Italia agreste e barbara.
Il mondo di Casarsa
e il mondo letterario arrivarono a fondersi sempre più. Così
i paesi del bacino del Tagliamento assunsero proporzioni mitiche diventando
ideali Corinto, Tebe, Sparta (un simile parallelo è palesato in
Medea in cui le scene iniziali relative a Jolco e alla casa lacustre
del Centauro vennero girate presso la Laguna di Grado)
Erano già presenti
in nuce molti degli elementi che portarono Pasolini a legare mondo contadino
e mito.
La passione per la mitologia
greco-romana gli suggerì anche una precoce riflessione intorno al
rapporto tra realtà e immaginazione, su cui in seguito non avrebbe
mai smesso di interrogarsi. La scoperta della storia dello scudo di Achille,
in cui Omero considera la natura della rappresentazione, fu motivo di fecondo
stupore [76]. Già adulto,
così Pasolini ricorda: «a me allora si proponeva il fatto
della rappresentazione come qualcosa di terribile e di primordiale, appunto
perché in uno stato di purezza» [77].
Per
tutti gli anni ’30, ogni estate i Pasolini fecero ritorno a Casarsa, dove
seppero mantenere un rapporto diretto, vivo, con quella realtà e
con coloro che di essa facevano parte.
Pier Paolo, che nel frattempo
aveva manifestato la propria vocazione per la poesia, diede forma alla
propria sensibilità lirica a partire proprio dagli aspetti naturalistici
della campagna circostante e da elementi tratti dalla quotidianità
della vita paesana; soprattutto era attratto dalle diverse sfumature delle
parlate locali. Durante interminabili escursioni in bicicletta, Pier Paolo
andava esplorando un Friuli che scopriva attraversato da svariati dialetti
sostanzialmente polarizzati attorno ad un friulano parlato «di cà
da l’aga»” e ad uno parlato «al di là da l’aga»,
cioè al di qua e al di là del Tagliamento.
Intrapresi gli studi universitari,
il “giovin poeta” poté trasformare l’iniziale entusiasmo per la
parlata di Casarsa in studio serio, secondo i canoni della filologia romanza.
Tuttavia, se le chiacchierate estive con i contadini di Casarsa diventarono
così anche un’occasione per studiarne con attenzione il linguaggio,
l’intenzione era quella di utilizzarlo per le proprie poesie.
Il giovane Pasolini avvertì
quella sorta di dialetto greco dal sapore arcaico come un primo strumento
di conoscenza della realtà del mondo contadino, realtà verso
cui provava un intenso amore [78].
Inoltre, rimase sedotto dal fatto che il friulano di Casarsa fosse privo
di un’attestazione scritta, essendosi tramandato di generazione in generazione
solo oralmente. Appariva dischiusa la possibiltà di impiegare, rendendola
graficamente per la prima volta, «una lingua pura, vergine di ogni
consumo ed elaborazione letteraria, attinta nel suo stato nascente dentro
la grande selva delle lingue nate dal latino volgare: barbarica e cristiana»
[79].
La prevalente attenzione
accordata al suono piuttosto che al senso nei suoi componimenti giovanili
suggerisce come Pasolini ambisse ad un linguaggio poetico senza tempo e
senza luogo.
I versi raccolti in seguito
in Poesie a Casarsa non sono tuttavia indecifrabili e descrivono
un mondo ideale di innocenza naturale affidandosi anche al carattere fortemente
evocativo di «parole pur comuni» in grado di «suggerire
le immagini originarie» [80].
L’intima necessità
che sembra muovere Pasolini è quella di «entrare in rapporto
con l’aspetto più immediato, più primitivo, più originale
(nel senso di “più vicino alle origini”) del mondo in cui vive»
[81].
Il friulano di Poesie
a Casarsa è la lingua materna, di un Friuli che era per Pasolini
terra mitica delle origini, della sua fanciullezza e della possibilità
di espressione del suo eros.
Alla ricerca dell’immediato,
del primigenio, del primitivo si può dunque far corrispondere una
nostalgia, un lutto per la propria infanzia perduta (di fanciullo amato
dalla madre) e un «desiderio di fusione-dissoluzione nel corpo materno»
[82].
Pasolini scrisse circa il
suo impiego giovanile del dialetto friulano in uno dei saggi di Passione
e ideologia.
Con lucidissima coscienza
critica disse di sé:
Comunque egli si
trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua,
ma materna, non sua ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e
violenza, torbidamente e candidamente: il suo regresso da una lingua a
un’altra - anteriore e infinitamente più pura – era un regresso
lungo i gradi dell’essere.
Ma era questo il suo unico
modo di conoscenza: se alle origini della sua sensualità c’era un
impedimento a una forma di conoscenza diretta dall’interno all’esterno,
dal basso all’alto – l’effusione, il calore puro e accecante dell’adolescenza;
se uno schermo era caduto tra lui e il mondo verso cui provava una così
violenta, infantile curiosità.
Non potendo impadronirsene
per le vie psicologicamente normali del razionale, non poteva che reimmergersi
in esso: tornare indietro: rifare quel cammino in un punto del quale la
sua fase di felicità coincideva con ‘incantevole paesaggio casarsese,
con una vita rustica, resa epica da una carica accorante di nostalgia.
Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno
a una lingua più vicina al mondo [83].
Attraverso, appunto, una lingua
più vicina al mondo, Pasolini cercava «una nuova fisicità
verbale» [84], desiderando
raggiungere un rapporto il più possibile autentico con il reale,
fino a possederlo.
Sul finire del 1942, l’incombente
minaccia della guerra spinse i Pasolini (Susanna con i figli) a lasciare
Bologna per rifugiarsi nella casa di Casarsa. L’isolamento nel «monastero
friulano» [85] si protrasse
ben oltre la fine del conflitto, cioè fino al 1950 quando, in seguito
a una denuncia per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico,
Pier Paolo fuggì con la madre a Roma.
Durante questo lungo arco di
tempo, il Friuli divenne in modo definitivo per Pasolini terra di elezione
esclusiva, culturalmente vergine e perciò tanto più interessante.
Pur facendo da sfondo a eventi
anche drammatici come la perdita del fratello partigiano, Guido, o ai travagli
legati alla sua omosessualità, per Pasolini l’innocente mondo contadino
friulano rimarrà sempre il luogo più dolce della terra e
a lui più caro. Il “centro” ideale della sua soggettività
a cui continuamente tornare non tanto per evitare uno sradicamento esistenziale
quanto per cogliere il “mistero” ontologico del reale.
“Centro” e “mistero” sono
termini chiave di alcuni versi de La religione del mio tempo, scritta
fra il 1957 e il 1959, in cui Pasolini rievocò con struggente lirismo
i giorni felici della sua gioventù friulana.
[…]
Pascal e i Canti del
Popolo Greco
tenevo stretti in mano,
ardente, come se
il mistero contadino, quieto
e sordo nell’estate del
quarantatre,
tra il borgo, le viti e
il greto
del Tagliamento, fosse al
centro
della terra e del cielo;
e lì, gola, cuore
e ventre
squarciati sul lontano sentiero
delle Fonde, consumavo le
ore
del più bel tempo
umano, l’intero
mio giorno di gioventù,
in amori
la cui dolcezza ancora mi
fa piangere…
[…] [86]
Il mistero contadino è
il silenzioso richiamo di un mondo mitico ancora legato a valori ancestrali,
«in una relazione di intima contiguità con la natura»
[87], ed è ciò
che il dire poetico di Pasolini non riusciva a definire.
All’appello di quel “segreto”
primordiale, che aveva avvertito nella quiete della campagna friulana,
Pasolini seppe attribuire un nome solo in seguito alla fondamentale scoperta
delle teorie di Mircea Eliade: quello di ierofania, cioè
manifestazione del sacro.
Malgrado il conforto di una
razionalizzazione in grado di attribuire senso all’esperienza di quell’«estate
del quarantatrè», tuttavia Pasolini non cessò mai di
cercare un linguaggio capace di “catturare” la realtà, considerata
dunque qualcosa di sacro, in una ricerca tanto dolorosa quanto ineludibile
che lo vedrà inesausto sperimentatore di sempre nuove tecniche espressive.
L’impossibilità di
decodificare la realtà, appropriandosi della poeticità già
inscritta in essa, attraverso il solo logos (cioè attraverso
il razionalismo pseudoilluminista della sua società) fu ciò
che riorientò vasta parte della sua peculiare produzione artistica,
insieme esperienza filosofica, successiva. Questa, pur senza mai abbandonare
del tutto le letture razionali del mondo (in primis quelle marxista e freudiana),
fece infatti sempre più riferimento al linguaggio del mythos (ossia
a ciò che si colloca al di fuori dei valori della razionalità
e della storia).
Di questa sfiducia nel logos
furono manifestazione il crescente scetticismo di Pasolini verso il potere
della comunicazione verbale e il concomitante interesse per i linguaggi
non verbali: gestualità, ritualità e codice figurativo.
All’interno di questo quadro,
la conversione al cinema costituì un momento capitale dell’itinerario
creativo di Pasolini. Nel tentativo di superare i limiti posti dalla convenzionalità
del linguaggio verbale, egli trovò infatti nel cinema «la
sua idea di linguaggio del mito e del sacro» [88].
Il disperato tentativo di
un rapporto autentico con l’infinità del reale e di un suo possesso,
che a livello psichico assunse i caratteri di un regresso verso l’illimitata
oscurità del grembo materno, è ben sintetizzata dalle parole
di un autorevole critico:
La presunzione,
quasi diabolica, di sfidare tutto il già fatto e ripartire sempre
da zero assume i connotati di una vera e propria “mania delle origini”.
Il delirio d’onnipotenza, anche qui, ha il suo inesorabile risvolto in
una constatazione d’impotenza [89].
Con la consapevolezza della
propria nostalgia per lo stadio libidinale preedipico, Pasolini stesso
ha lasciato testimonianza della sua necessità di retrocedere a un
passato sempre più remoto in un brano del suo Pilade teatrale:
E invece tutto torna
indietro.
La più grande attrazione
di ognuno di noi
è verso il Passato,
perché
è l’unica cosa
che noi conosciamo ed
amiamo veramente.
Tanto che confondiamo con
esso la vita.
È il ventre di nostra
madre la nostra mèta.
La ragione di Atena che
non conosce il ventre
materno, né le perversioni
che nascono dalla nostalgia,
né la fatica mortale
dell’affrontare ogni azione,
è scesa, è
vero, nel tuo spirito
e l’ha fatto strumento di
sé:
ma il tuo spirito torna
indietro.
È riguadagnato etrnamente
da ciò che ha perduto [90].
L’incessante ricerca di un livello
“prima della storia” orientò così Pasolini verso la ri-creazione
del linguaggio atemporale del mito, un linguaggio primario in cui si inscrive
quel Friuli contadino da lui sempre amato, mondo mitico ancorato a valori
ancestrali e assimilato liricamente ad una Grecia barbarica, viscerale
e prerazionale. Come più avanti verrà approfondito, il rapporto
tra mondo greco (col linguaggio del mito che gli sta alle spalle) e mondo
contadino è imperniato sul concetto di ciclicità.
A partire dagli
elementi sin qui esposti è possibile pervenire ad una schematizzazione
in forma di opposizioni binarie che vede contrapposti: da un lato, il mondo
(amato) della madre, Casarsa, il dialetto friulano dei contadini, assieme
al Passato ed al mito; dall’altro, il mondo (odiato) del padre, la vita
urbana, l’italiano convenzionale della borghesia, la civiltà industriale,
l’illuminismo [91].
.
2.2b L’esperienza pasoliniana
del tempo: una concezione ciclica
Tra le numerose accuse rivolte
da una parte della critica nei confronti di Pasolini, una delle più
insistenti fu quella di essere nostalgico e reazionario. Vi era in essa
un sostanziale fraintendimento del particolare rapporto col passato del
poeta. Di tale fraintendimento, lo stesso Pasolini suggerì un’immagine
caricaturale, di feroce e beffarda ironia intellettuale, in una scena del
suo film La ricotta.
Una troupe cinematografica
sta girando nella campagna romana alcune sequenze relative alla crocifissione
di Cristo. È l’ora della pausa ed un untuoso giornalista avvicina
il regista del film in lavorazione per intervistarlo. Quest’ultimo gli
concede quattro domande a cui risponde in modo tanto conciso quanto sprezzantemente
sarcastico. Il cronista, deferente e complimentoso, sta per andarsene quando
viene richiamato dal regista che gli recita i versi di una poesia.
Io sono una forza
del Passato.
Solo nella tradizione è
il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle
Chiese,
dalle pale d’altare, dai
borghi
dimenticati sugli Appennini
e sulle Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come
un pazzo,
per l’Appia come un cane
senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le
mattine
su Roma, sulla Ciociaria,
sul mondo,
come i primi atti della
Dopostoria,
cui io assisto per privilegio
d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche
età
sepolta. Mostruoso è
chi è nato
dalle viscere di una donna
morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni
moderno
a cercare fratelli che non
sono più [92].
Al termine della lettura, il
giornalista è attonito e quando il regista gli chiede se ha capito
qualcosa, non sa esprimere che uno stolido «Beh!», palesando
di non avere capito niente.
La scena si conclude poi
con una sfuriata del regista, che è un atto d’accusa contro la “medietà”
dell’uomo moderno asservita al sistema capitalista, ma a noi interessa
fermarci a quel vuoto monosillabo pronunciato a commento dei versi pasoliniani
dal «volgare» giornalista. Al pari di quest’ultimo, furono
in molti a non capire il senso di quei versi in cui Pasolini espresse il
radicale sentimento che lo legava ad un’Italia contadina che andava scomparendo,
inghiottita dall’«ordine orrendo» del neocapitalismo omologante
e consumistico.
Quasi appuntandosi esclusivamente
su quel potente incipit «Io sono una forza del passato», una
larga parte della critica non smise mai di vedere in Pasolini un difensore
del passato tout court senza riuscire a cogliere l’atteggiamento doloroso
di chi «dall’orlo estremo di qualche età sepolta» assiste
ai «primi atti della Dopostoria».
A nulla valsero i numerosi
chiarimenti in merito al suo rapporto con il passato se, ancora, poco più
di un anno prima di morire, Pasolini dovette tornare estesamente sull’argomento
difendendosi da perniciose illazioni che lo travisavano. Stupisce ancora
oggi l’accanimento con cui si rimproverarono al poeta il suo provocatorio
antimodernismo e la sua nostalgia arcaicista, arrivando ad accusarlo ora
di un immorale passatismo ora del rimpianto per un’idilliaca Arcadia
felix.
In un articolo del luglio
1974 apparso su «Paese Sera» [93],
Pasolini non poté esimersi dall’oppugnare i malevoli giudizi di
due commentatori:
Caro Calvino, Maurizio
Ferrara dice che io rimpiango un’«età dell’oro», tu
dici che rimpiango l’«Italietta»: tutti dicono che rimpiango
qualcosa, facendo di questo rimpianto un valore negativo e quindi un facile
bersaglio.
Altro era in realtà l’oggetto
del vituperato rimpianto di Pasolini, ossia l’«illimitato mondo contadino
prenazionale e preindustriale» sopravvissuto fino all’avvento della
cosiddetta civiltà dei consumi.
Il lamento di Pasolini sulla
fine di quel mondo non fu però una mera evocazione nostalgica dell’idillio
che coincise con la sua giovinezza, trascorsa in un Friuli elevato a paradigma
della civiltà contadina.
Gli accorati interventi dell’intellettuale
“corsaro” mantennero sempre il rigore e la lucidità di una lungimirante
analisi in grado di cogliere tutta la profondità e il carattere
di rottura epocale del mutamento storico in corso.
Dalla lettura di un brano
relativo ad un suo articolo del febbraio 1974 [94]
si può comprendere con quanta intensità fu vissuta da Pasolini
la progressiva scomparsa dell’universo contadino:
Di fronte al presente,
cioè alla civiltà dei consumi e alla sua reale violenza
dittatoriale, che distrugge in concreto ogni libertà (proprio
mentre mette in pratica, e realmente, una morale tollerante), omologando
una civiltà così profondamente differenziata com’è
la civiltà italiana, e quindi imponendo un modello umano irreale
(alienante) al posto dei molti modelli umani reali – tutto questo ha causato
in me un trauma violento (anche perché i mutamenti storici, trasformando
hic
et nunc la gente, mi riguardano personalmente e addirittura fisicamente
[…]).
Un «trauma violento»,
dunque. Accentuato dall’isolamento culturale in cui venne a trovarsi
Pasolini, escluso da coloro che non seppero, o non vollero, cogliere il
suo grido di allarme. Vissuto con l’angoscia e la disperazione di non poter
essere compreso.
Quella testimoniata da Pasolini,
coi toni di un’accanita denuncia, è una «rivoluzione antropologica»
foriera di eventi che «rappresentano un momento di decisiva rottura,
di sbandamento, di superamento e, il più delle volte, di abbandono
di comportamenti che il corso ciclico del tempo aveva definito come rituali»
[95].
Va scomparendo, nell’agonia del mondo contadino, la vita quotidiana regolata
dal ritmo delle stagioni.
Nel muovere i suoi atti d’accusa,
Pasolini contrappose, dunque, due orizzonti temporali ideologicamente in
conflitto tra loro.
Da un lato, il tempo naturale
del mondo contadino, scandito da un fluire ciclico e ripetitivo, in sintonia
con i ritmi stagionali e biologici.
Dall’altro, il tempo dettato
dallo “sviluppo” capitalistico, in cui «un ingranaggio cronometrico
regola ormai il vivere dell’individuo nella società complessa, subordinando
i ritmi individuali e biologici ai ritmi dettati dalle macchine e dagli
indici di produttività, dai mass-media e dagli stessi modelli di
consumo» [96].
Pur non smettendo mai di
utilizzare le categorie analitiche del marxismo, Pasolini, nel corso degli
anni si distaccò progressivamente da un’idea lineare del tempo,
teleologica, aderendo piuttosto a modelli culturali e antropologici che
si ricollegano a una concezione del tempo propria della tradizione del
mondo classico pagano (greca, ellenistica e greco-romana) e di cui il mondo
contadino era ancora permeato.
Disilluso dalla fede laica
nel progresso rivolse la sua attenzione verso l’eredità di una civiltà
arcaica estranea alle logiche del mondo borghese.
L’idea del domani,
come quella dell’ieri, sono le sole presenti nella testa di noi borghesi.
Il domani come realizzazione dei nostri sogni di successo (per cui siamo
tanto economi, parsimoniosi, attenti a non comprometterci, prudenti, calcolatori,
giudiziosi e vigliacchi), l’ieri come fondazione delle istituzioni, delle
tradizioni e degli establishments che ci servon come punto di partenza
per raggiungere le nostre belle mete [97].
Fu in un “altrove” mitico che
Pasolini credette, contrassegnato da una diversa concezione del tempo i
cui presupposti si ricollegavano al paradigma classico del Kyclos
o cerchio. Ecco, dunque, posti sul medesimo piano una Grecia prerazionale
e barbarica, il mondo contadino di cui trovava esempio nell’Italia preindustriale
e le diverse culture del Terzo mondo.
Di questa peculiare prospettiva
Pasolini lasciò traccia in numerose sue opere in cui si accordano
un aspetto formale relativo alla struttura circolare della storia ed un
aspetto sostanziale circa la sua visione ciclica della Storia. Vanno citati
i film Edipo re, Che cosa sono le nuvole?, Uccellacci
e uccellini. In quest’ultimo, «geniale apologo sulla crisi dell’ideologia»
[98], trova espressione proprio
la sfiducia nella religione del progresso nell’immagine di una strada deserta
che ritorna sempre su se stessa in un percorso senza meta.
L’interesse di Pasolini verso
il mondo arcaico dei miti lo porta a scoprire le teorie di Mircea Eliade,
che vanno ad arricchire la sua già vasta cultura, confermando in
maniera autorevole e scientifica alcune sue personali intuizioni.
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