2.3 Edipo re
Con Edipo re, Pasolini
inizia il proprio percorso nel territorio del mito, alla ricerca di un’ideale
innocenza perduta, una purezza assoluta non ancora contaminata dalla razionalità
borghese. Tra la fine degli anni Sessanta e il decennio successivo, il
regista intraprende un’esplorazione volta a riscoprire un supposto eden
delle civiltà arcaiche. In fuga da un presente che giudica sempre
più insostenibile, e cercando di superare la propria impasse ideologica
in un ritorno alle origini rigenerante, Pasolini orienta il proprio cinema
verso il mito. In modo inattuale Pasolini volge il suo sguardo a un’umanità
ancora fuori dalla Storia, ancora non ossessionata dal tarlo del futuro.
La ricerca pasoliniana rivela
un carattere ambivalente: da una parte il mito viene interrogato, per scoprire
le radici e le ragioni dell’oggi, dall’altra si cerca in esso un rifugio.
Per Pasolini, il confronto
con la figura di Edipo è un’occasione ideale per addentrarsi nello
spazio del mito e, allo stesso tempo, per mettersi a nudo pubblicamente,
illudendosi di avere elaborato in modo definitivo il proprio complesso
di Edipo.
Edipo re è
il film in cui il regista più scopertamente mette in scena le proprie
private ossessioni.
Il bambino del prologo
sono io, suo padre è mio padre, ufficiale di fanteria, e la madre,
una maestra, è mia madre. Racconto la mia vita, mitizzata naturalmente,
resa epica dalla leggenda di Edipo. Ma, essendo il più autobiografico
dei miei film, Edipo è quello che considero con più
obiettività e distacco, giacché, se è vero che racconto
un’esperienza personale, è anche vero però che è un’esperienza
conclusa che non mi interessa praticamente più [99].
Il film di Pasolini, pur rappresentando
abbastanza fedelmente la tragedia sofoclea, non si limita a riproporne
la messa in scena cinematografica. Infatti, quella relativa al dramma greco,
è solo una delle parti che costituiscono il film e vi si innesta
come momento conclusivo che vede il rapido precipitare degli eventi e i
serrati dibattiti rivelatori tra Edipo e Tiresia, Creonte e il pastore.
Anche Pasolini recita una parte nel film; il regista ha il ruolo del sacerdote
di Zeus che si reca alla reggia di Edipo per implorare quest’ultimo di
liberare la città dalla peste, ed è lui stesso, con la sua
partecipazione, a segnare il momento preciso di raccordo con l’Edipo
re di Sofocle.
Il regista, aggiungendo alla
tragedia il suo antefatto, solo adombrato in essa, rimonta le vicende di
Edipo, conferendo loro la linearità di una biografia. Il film risulta
dunque costituito da una parte centrale che racconta l’intera storia di
Edipo, incorniciata da un prologo e da un epilogo di ambientazione contemporanea.
Viene a crearsi in questo modo un contrappunto fra mito e storia ricco
di implicazioni simboliche con espliciti rimandi e rispecchiamenti tra
passato arcaico e presente moderno. Nelle intenzioni del regista, questa
parte del film dovrebbe essere percepita come un sogno anche se come rileva
acutamente Massimo Fusillo la cornice contemporanea è quella dai
toni più allucinati ed onirici [100].
Quello del sogno è
un tema centrale in Pasolini che in questo caso riporta all’interpretazione
freudiana del mito. L’ambientazione della parte mitica è agli antipodi
rispetto alla visione neoclassica della Grecia antica, improntata
all’apollinea bellezza winckelmanniana. Per conferire un’atmosfera barbarica
vengono contaminati elementi provenienti da culture arcaiche ed esotiche
(africana, azteca, giapponese) che danno all’insieme un carattere ctonio.
In ogni caso, il regista
riesce compiutamente a portare il mito al di fuori degli angusti confini
di un passato ormai slegato dal presente e a presentare un film che parla
dell’oggi.
Il ruolo principale è
affidato a Franco Citti, la cui ultima partecipazione ad un film di Pasolini
risale a Mamma Roma. Edipo assume così i tratti di un arcaico
Accattone, uno sbandato tutto passione e istintualità, lontano dalla
figura di intellettuale alla ricerca della verità che numerose interpretazioni
hanno sovrapposto al personaggio mitico.
Pasolini, scegliendo Franco
Citti per il ruolo di Edipo, esalta la fisicità pura di questo personaggio.
Ciò che accomuna Edipo ad Accattone è ben sintetizzato dalle
parole di Barth David Schwartz:
[…] entrambi si
trovano a dover affrontare le regole della società, le sfidano e
ne patiscono le conseguenze. Entrambi sono in qualche modo forzati a vivere
– ad attuare – un destino che è stato loro assegnato prima della
nascita, in un universo sociale che non offre in apparenza alcuna libertà
di scelta [101].
L’Edipo di Pasolini è
impetuoso, violento, impulsivo, soggetto a forze che sfuggono alla sua
comprensione e al suo controllo.
Edipo, al pari di Accattone
è anche un uomo sempre in cammino lungo strade che sembrano non
portare mai da nessuna parte, strade che sembrano girare su loro stesse.
Le stesse strade percorse anche dalla coppia Totò-Ninetto Davoli.
La morte è l’unica
meta che pone termine all’incessante peregrinare di queste figure. Così
Edipo tornerà a morire sul prato in cui veniva allattato dalla madre.
.
2.3a L’accecamento
L’elemento
tematico che maggiormente qualifica l’Edipo re pasoliniano è
costituito dall’accecamento, da intendersi nel senso dinamico del farsi
cieco e non già nella condizione statica dell’essere cieco. Più
volte, nel corso di tutto il film, Edipo si copre gli occhi, cercando in
questo modo di sfuggire a ciò che è doloroso e orribile.
L’accecamento definitivo di Edipo è l’approdo di un percorso che
condanna l’eroe tragico a “vedere di più”, dopo “avere visto” e
aver voluto “non vedere più”. L’iniziale fuga dalla realtà
e dalla terribile verità che a questa si accompagna, si conclude
con una completa immersione in essa che, sola, ne rende possibile la piena
conoscenza. Paradossalmente, perdere la vista porta a vedere di più.
Prima di affrontare la Sfinge,
Edipo si imbatte nel profeta Tiresia che, presso un assolato spiazzo al
di fuori delle mura cittadine, sta suonando il flauto. Colto da un misterioso
senso di devozione, Edipo si inginocchia spontaneamente al suo cospetto,
prima ancora che il messaggero gliene riveli l’identità. Edipo è
affascinato dalla figura di Tiresia e in essa sembra rispecchiarsi, quasi
prefigurando il suo destino che lo porterà a divenire cieco e poeta,
e a trascorrere i giorni nella sua solitudine di diverso.
Attraverso l’interposizione
di due didascalie il regista permette di sondare il pensiero di Edipo.
Nella prima didascalia, Edipo sembra muovere un implicito rimprovero all’indolenza
di Tiresia di fronte alla sciagura che si è abbattuta sulla città:
«Gli altri, i tuoi concittadini e fratelli, soffrono, piangono, cercano
insieme la salvezza… E tu stai qui, solo e cieco, e canti…» [102].
La seconda didascalia, però,
completa la frase iniziale rivelando come il supposto stupore di Edipo
sia in realtà desiderio di poter essere come il poeta e indovino,
modello di una raggiunta pace interiore: «Come vorrei essere
te! Tu canti quel che è al di là del destino» [103].
Nel corso del film, l’iniziale
atteggiamento di riverenza quasi spirituale di Edipo nei confronti di Tiresia,
si trasforma in un odio e in una ferocia oltraggiosi, mettendo in luce,
ancora una volta, il carattere ambivalente di Edipo, attratto e respinto
dalla verità.
Per tutto il corso del serrato
dibattito che porterà al progressivo disvelamento della verità
si fronteggiano: da un lato, Tiresia, con la sua cecità esteriore
e la sua visione interiore; dall’altro, Edipo, che vede solo l’ingannevole
realtà come appare ai suoi occhi.
Che Tiresia, l’indovino
che conosce la volontà degli dei e l’avvenire degli uomini, e che
Edipo, alla fine della tragedia, quando conosce la verità, siano
entrambi ciechi è un simbolo. La loro cecità fisica esprime
la rottura – indissolubilmente legata alla conoscenza della verità
– con il mondo, nel quale possono vivere solo coloro che sono realmente
ciechi perché […] se hanno intatti occhi corporei non vedono la
verità e vivono nell’illusione [104].
.
2.3b Pasolini e Freud
La matrice freudiana è
preponderante all’interno dell’Edipo re pasoliniano anche se il
regista afferma di essersi ispirato alle teorie del padre della psicanalisi
come potrebbe fare un dilettante. I riferimenti a Freud si palesano in
alcuni momenti del film e in particolare nell’episodio della Sfinge. Nella
versione pasoliniana del mito, Edipo non risolve alcun enigma ma ricaccia
il mostruoso animale nel baratro da cui è arrivato. È evidente
in questa scena l’intento di rappresentare la rimozione da parte di Edipo
della verità circa il suo carattere parricida e incestuoso.
Nel film viene eliminato il
dato mitico dell’enigma della Sfinge e con ciò Pasolini contesta
indirettamente la vanità della ragione illuministica che pretende
di poter risolvere tutti gli enigmi ma non riesce a dar conto di ciò
che è misterioso. Edipo si libera di questa figura mitica, rifiutandosi
di confrontarsi con essa e ricacciandola nell’abisso.
SFINGE
C’è un enigma nella tua vita. Qual è?
EDIPO
Non lo so. Non voglio saperlo
SFINGE
È inutile figlio.
EDIPO
Non voglio vederti. Non voglio vederti. Non voglio sentirti.
SFINGE
È inutile, è inutile. L’abisso in cui mi spingi è
dentro di te [105].
Secondo Massimo Fusillo
più che essere
un simbolo dell’inconscio, la Sfinge di Pasolini incarna un’istanza razionale,
quasi un Super-Io, che va eliminata prima di giungere alla trasgressione
massima dell’incesto. Edipo non è più quindi l’eroe che conquista
la regina con le armi dell’intelletto, sciogliendo per primo l’enigma sull’Uomo,
ma un uomo che rifiuta l’attività razionale: che non vuole conoscere
l’enigma primario dell’esistenza, il proprio abisso interiore [106].
Sulla scorta dell’interpretazione
freudiana del mito, le pulsioni inconsce hanno carattere preminente e agiscono
con violenza sull’Edipo pasoliniano rendendolo impulsivo, irriflessivo
e selvaggio. Nel film, l’interpretazione freudiana, più o meno ortodossa,
non interessa solo la lettura della tragedia sofoclea ma anche la rappresentazione
dell’esperienza familiare del regista. Il personale complesso di Edipo
dell’autore è messo in scena nel prologo del film. Pasolini descrive
la nascita e la prima infanzia di Edipo soffermandosi sull’attaccamento
morboso al corpo della madre, preludio dell’innoramento edipico. Il regista,
attraverso il frequente impiego di soggettive, cerca di riprodurre il punto
di vista del neonato, davanti ai cui occhi si dischiude per la prima volta
la realtà, una realtà ancora priva di ordine, non strutturata,
frammentaria.
È un girotondo,
una corsa matta e lieve, vista da lui, dal bambino, che vede la realtà
a pezzi: braccia che lo prendono, gambe che corrono intorno. […]
Forse si vedono intorno
pezzi di alberi: frassini, saggine e salici, soprattutto salici. Che pendono
con le loro foglie lunghe e lacrimose su un terribile nulla, un buio, qualcosa
che non è terra. […]
Dopo aver poppato a lungo,
felice, il bambino alza gli occhietti lucidi, e per la prima volta lui
vede, e noi, con lui vediamo: il volto della madre. […]
Il bambino ride: e, insieme
alla madre, per la prima volta, vede il mondo intorno a sé […] [107].
Un momento significativo è,
durante l’allattamento, il lungo primo piano sul volto della madre. Il
commento musicale è affidato al Quartetto delle dissonanze
di Mozart, dal valore esplicitamente simbolico. Infatti il volto della
madre da raggiante diviene sempre più turbato quasi avvertisse un
funesto presagio. Ad interpretare la madre è Silvana Mangano, la
stessa attrice che impersonerà anche Giocasta.
La parte del prologo relativa
alla prima infanzia di Edipo si chiude su una soggettiva del bambino sui
salici, immagine che tornerà alla fine del film conferendogli in
questo modo un andamento circolare.
Nelle sequenze del prologo
vanno sottolineati due momenti significativi. Il primo è quello
relativi al ballo dei genitori spiato da lontano dal bambino. Lo scoppio
di fuochi d’artificio accresce l’angoscia del bambino lasciato da solo
che si chiude gli occhi con le mani. Questo gesto era già stato
compiuto in precedenza come difesa nei confronti dello sguardo aggressivo
del padre. Già nel prologo è dunque presentato un gesto che
tornerà in vari momenti della parte centrale del film e culminerà
nell’accecamento vero e proprio di Edipo. In questo gesto è condensata
la volontà di non sapere e la dolorosa contrapposizione tra sapere
e vedere su cui è basata principalmente la lettura pasoliniana.
Pasolini rappresenta inoltre il bambino che spia i genitori mentre fanno
l’amore. Il padre, a un certo punto, guarda in macchina come se si sentisse
spiato. Il nucleo psicanalitico relativo al complesso di Edipo è
così compiutamente delineato in maniera poetica e personale.
.
2.3c Laio, autorità
e potere
Molti critici hanno sottolineato
come nel film di Pasolini il tema del parricidio abbia maggior rilievo
che nella tragedia sofoclea e sia preponderante rispetto a quello dell’incesto.
Ciò deriva soprattutto dal carattere biografico della rilettura
pasoliniana. L’accentuazione del carattere parricida di Edipo, del suo
ineluttabile odio nei confronti di Laio, sono infatti una proiezione dell’aspro
rapporto conflittuale che il regista ebbe con suo padre. Pasolini
ebbe modo di offrire chiarimenti in merito a questo argomento nel corso
di un’intervista:
[…] nel mio film
il parricidio ha più risalto dell’incesto, certo dal punto di vista
emotivo se non da quello quantitativo, ma penso che sia abbastanza naturale
perché, storicamente parlando, io ero in una situazione di rivalità
e di odio verso mio padre e perciò ero più libero nel modo
di presentare il mio rapporto con lui, mentre l’amore per mia madre è
rimasto qualcosa di latente. […] nel presentare il parricidio mi sono lasciato
andare liberamente [108].
Ancora, Pasolini attribuisce
al rapporto tra padre e figlio una valenza “ideologica” che catalizza la
sua attenzione. L’inconciliabile conflitto padre-figlio si configura come
lotta per l’eredità del potere in cui la figura paterna vive la
drammatica perdita della giovinezza e si difende dall’ascesa al suo fianco
di un altro potere, generativo ed erotico.
Il risentimento
del padre verso il figlio era una cosa che sentivo più distintamente
che non il rapporto tra il figlio e la madre, perché tale rapporto
tra figlio e madre non è un rapporto storico, è un rapporto
puramente interiore, privato, che sta fuori della storia, che è,
anzi, metastorico, e quindi ideologicamente improduttivo, mentre quello
che produce storia è il rapporto di odio-amore tra il padre e il
figlio. Che quindi mi interessava più di quello tra il figlio e
la madre [109].
L’interpretazione freudiana
del mito, che risente della matrice patriarcale della società in
cui visse il padre della psicanalisi, non addita il padre come responsabile
del complesso edipico. Questo deriva solamente dalla gelosia del figlio
nei confronti del padre. Pasolini, invece, si sofferma in modo originale
sulle colpe paterne, origine delle violente pulsioni di Edipo. In fondo,
già nel mito, parricidio ed incesto sono una conseguenza dell’odio
di Laio, che ordina l’infanticidio di Edipo, poi mancato, per sfuggire
all’infausta predizione dell’oracolo.
Pasolini, nel prologo del
film, presenta un padre che rivolge al piccolo figlio uno sguardo duro
ed intenso, quanto di più lontano si possa immaginare da un atteggiamento
amorevole.
Attraverso il commento che
compare in una didascalia veniamo a conoscenza di ciò che si agita
nell’animo dell’austero padre:
Tu sei
qui per prendere il mio posto nel
mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho [110].
Il bambino si copre gli
occhi per non subire lo sguardo torvo del padre, carico di odio. Una seconda
didascalia approfondisce i motivi dell’avversione del padre verso il figlio:
La prima cosa che
mi ruberai sarà lei, la donna che io amo. Anzi, già mi rubi
il suo amore [111].
Il prologo si conclude con una
scena che funge da raccordo tra l’episodio di ambientazione moderna e quello
mitico. Accompagnato dal suono di un flauto e di percussioni, di sapore
arcaico, il padre va nella stanza del figlio e a questi stringe con forza
i piedini, come se volesse stritolarglieli. Pasolini interpreta questo
gesto nel senso di una castrazione. «E suo padre, per punirlo, lo
appende per i piedi – compiendo attraverso il “simbolo” del sesso (i piedi)
una sorta di castrazione» [112].
Ricordiamo che Edipo significa
piedi gonfi e così questa scena condensa la storia mitica e si ricollega
all’antefatto mitico in cui Laio trafigge i piedi di Edipo prima di consegnarlo
a un pastore perché lo abbandoni sul monte Citerone.
A fare da contrasto alla
scena in cui il giovane ufficiale stringe i piedi del figlio vi è
la scena in cui Polibo gioca e scherza con i piedini di Edipo. Il padre
adottivo di Edipo è rappresentato come il re mite e benevolo di
una fiorente civiltà rurale. All’arrivo di Edipo, Polibo si spoglia
dei segni che contraddistinguono il reggitore della comunità, una
barba lunga posticcia e una corona turrita, i segni, altrove, di un potere
oppressivo e dispotico. Polibo viaggia sul dorso di un solerte asinello
dall’andatura un po’ goffa e ha l’espressione buona. Anche di fronte alla
richiesta di Edipo di recarsi dall’oracolo di Apollo per interrogarlo in
merito ai cupi sogni che ne tormentano le notti Polibo acconsentirà
mettendo a disposizione del figlio la più bella scorta che si sia
mai vista. L’umile bontà contadina di Polibo si contrappone alla
durezza del padre reale del prologo e a quella di Laio, indica una figura
ideale di padre.
Nella lunga sequenza relativa
all’assassinio di Laio, Pasolini dà rilievo alle ragioni che spingono
Edipo a comportarsi in maniera tanto brutale.
Edipo uccide il padre in
quanto vede in quest’ultimo l’incarnazione dell’autorità oppressiva.
L’impulso ad uccidere è violento e ineliminabile. Edipo e Laio si
odiano al primo sguardo. Sono inconsciamente consapevoli di appartenere
alle due categorie che si contendono l’autorità sociale.
Il padre di Edipo
e Edipo si guardano a lungo, ognuno aspettando di vedere cosa farà
l’altro. Un profondo odio, irragionevole, sfigura subito i loro lineamenti:
qualcosa di disumano e di iserico.
Qualcosa che spinge selvaggiamente
gli uni contro gli altri gli uomini quando essi temono, per ragioni irragionevoli,
che venga messa in discussione la loro dignità. Quando il non cedere
diventa sfogo di ignoti e antichi sentimenti, di rivalse occulte.
Edipo avanza deciso a non
cedere il passo, a difendere fino all’ultimo sangue la sua dignità
che minaccia di essere ferita.
O, forse, attende solo una
parola gentile dell’altro, un invito civile a cedere.
Ma l’altro è furente.
E ciò non accade.
Non accade perché quell’uomo è il padre [113].
Così si giustifica Edipo
raccontando del suo delitto, non ancora rivelatosi essere un parricidio:
Io uccisi le guardie
e quell’uomo che mi aveva insultato con la sua superbia, con la sua volontà
di sopraffarmi, con la sua autorità [114].
Laio si dimostra subito offensivo
nei confronti di Edipo gridando un perentorio «Fa’ largo, straccione!».
Dopo avere ucciso tutte le guardie della scorta, Edipo e Laio si fronteggiano.
Quest’ultimo torreggia dall’alto
del carro su cui stava viaggiando e, già presagendo la sua fine,
in un ultimo disperato tentativo di difesa indossa il suo copricapo regale
rammentando ad Edipo la sua autorità di regnante degna di ossequioso
rispetto. Edipo ride del simbolo dell’autorità di Laio.
Tutta la sequenza evoca il
parricidio atavico descritto da Freud in Totem e tabù, l’uccisione
del padre primordiale.
L’assassinio di Laio da
parte di Edipo si compie sotto un sole abbagliante, meglio, accecante.
In questo caso è la coscienza ad essere offuscata ed Edipo uccide
il padre in preda ad una violenta forza inconscia.
Va sottolineato come Edipo,
inizialmente, non abbia intenzione di uccidere. Per sfogare la sua collera
getta un masso contro una delle guardie, dopodiché si mette a scappare.
Edipo viene inseguito ed è costretto ad uccidere. Edipo prorompe
in un urlo bestiale che ricora quello di un altro film di Pasolini, Teorema.
Poi, scappa nuovamente e di nuovo uccide una guardia. Edipo tenta di sfuggire
al suo destino ma viene continuamente ricondotto nel dramma.
La paternità è
considerata come tirannica. La complicità tra padre e figlio si
realizza in Pasolini solo nell’ambito del fiabesco e del surreale (La
terra vista dalla luna, Uccellacci e uccellini).
Il padre è colpevole,
ricalca l’archetipo di Kronos che mangia i suoi figli: rivendica in modo
esclusivo l’amore della moglie (che invece riversa il suo affetto sul figlio
e si ritrae dalle effusioni del marito) e stringe con rabbia i piedi del
figlio, condannandolo a essere Edipo (che significa piedi gonfi).
.
2.3d Giocasta, il principio
di piacere
Giocasta ottiene un ampio
rilievo nel film, incarnando il principio di piacere che si contrappone
al principio di realtà. Ferenczi è il primo a dare rilievo
a questa contrapposizione e Pasolini sembra seguirne la lezione quando
dichiara: «Scrivendo da pasticheur la sceneggiatura, ho distribuito
Giocasta nel tempo, anche se essa è un personaggio senza tempo:
sola sensualità e volontà di non sapere» [115].
Il personaggio di Giocasta
è interpretato in maniera esemplare dall’ambigua Silvana Mangano.
Come già con Laio, anche lo sguardo reciproco tra Edipo e Giocasta
fa scattare un riconoscimento inconscio.
La rilettura pasoliniana di
Edipo tende a presentare Giocasta nel tentativo di far rimuovere una realtà
incestuosa che nel corso della storia appare sempre più chiara,
assecondando un piacere tanto tremendo quanto autentico.
Giocasta cerca di frenare
l’ansia di scoprire la verità dicendo che nessuno degli uomini può
fare il profeta e che le profezie non contano nulla. Giocasta viene osservata
mentre gioca e scherza con le ancelle e ride delle parole e delle discussioni
che le giungono nella sua stanza.
La proibizione dell’incesto
è, secondo l’antropologia freudiana, la norma universale che traccia
un confine tra cultura e natura.
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2.3e Edipo, una vittima
A Pasolini appartengono senza
dubbio i temi dell’ingenuità, dell’ignoranza totale, dell’innocenza
che deriva dall’inconsapevolezza: quelle dei contadini friulani, dei sottoproletari
romani o dei popoli del Terzo Mondo.
Nella figura di Edipo, Pasolini
può proiettare un modello di vita inconsapevole che si scontra con
una realtà a lui ostile. Per Pasolini, Edipo incarna un’innocenza
assoluta ed è una vittima innocente come le tante altre che hanno
attraversato i suoi film ed in cui egli si è, di volta in volta,
più o meno identificato.
La lettura pasoliniana del mito
di Edipo è così sintetizzata nelle parole dello stesso regista:
«Questa è la cosa di Sofocle che mi ha ispirato di più:
il contrasto fra l’ingenuità, l’ignoranza totale e l’obbligo di
conoscere» [116].
Nella rappresentazione Pasoliniana,
Edipo ha ucciso il padre e ha sposato la madre nella piena ignoranza, anzi,
cercando di sfuggire, attraverso la propria volontà conscia, all’oracolo
che gli ha previsto il parricidio e l’incesto.
Pasolini elimina l’elemento
dell’eccellenza intellettuale di Edipo, che dimostra la sua intelligenza
nel risolvere l’enigma della sfinge.
La tragicità
di Edipo re secondo Pasolini deriva da una contraddittorietà
di fondo della condizione umana: quando vive nell’ncoscienza l’uomo è
colto dal bisogno di sapere; ma a ogni conoscenza subentra sempre un senso
di vanità e di inutilità, che provoca una nostalgia bruciante
per lo stadio primario del non sapere [117].
Edipo, in realtà, non
vuole conoscere la verità perché preferisce la spensieratezza
che deriva dall’incoscienza, dal non conoscere.
Edipo è caratterizzato
come un ragazzo selvaggio. Pasolini lo rappresenta mentre, con la frode,
vince una gara. In seguito a questo episodio gli viene gridato di essere
un trovatello. La furia di Edipo si scatena e per un attimo sembra di rivedere
la scena della zuffa di Accattone con il cognato.
Il vero motivo che induce
Edipo a recarsi al Santuario di Delfi per interrogare l’oracolo è
costituito dal ripetersi di un sogno angoscioso che lo tormenta.
Il personaggio è così
caratterizzato da Pasolini come in preda alla violenza delle forze inconscie.
Il sogno di Edipo rivela come la lettura di Pasolini sia orientata in senso
freudiano.
L’incontro con la Pizia,
sacerdotessa di Apollo, segna uno dei momenti del cinema etnografico di
Pasolini.
Edipo è simbolicamente
solo nella sua condizione di diverso e contaminato.
In questa scena Pasolini
mostra Edipo nel momento in cui gli viene profetizzato il suo destino.
All’angoscia del momento del sapere si accompagna al contempo il desiderio
regressivo di non sapere, che viene espresso, ancora una volta, con il
gesto di coprirsi gli occhi con una mano. Il desiderio regressivo corrisponde
al voler ignorare i tabù primari su cui si basa il contratto sociale.
Ancora, nel prosieguo del
suo viaggio Edipo decide di non vedere e di non sapere, chiudendosi gli
occhi nel momento in cui deve decidere da che parte continuare il suo mesto
pellegrinaggio.
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2.3f La linea e il cerchio
Il film è caratterizzato
da una struttura circolare che rimanda alla particolare concezione del
tempo di Pasolini. Un tempo ciclico, quello del mito, che si contrappone
ad un tempo lineare proprio del mondo borghese.
A fare da trait d’union
tra la cornice e il mito è soprattutto la musica che continua nella
sena successiva, già in ambito mitico, dove vediamo Edipo neonato
appeso per i piedi.
Il finale del film è
un recupero dell’inizio dell’Edipo a Colono. Nell’epilogo, l’autobiografia
di Pasolini torna in primo piano nel rappresentare la diversità
del poeta all’interno della società borghese. L’Edipo dell’epilogo
è un poeta e un diverso, la cui emarginazione deriva dalla trasgressione
inconscia dell’ordine istituzionale e familiare.
Viene così ripresa
la chiave autobiografica del prologo. Va ricordato che Bologna è
la città natale di Pier Paolo Pasolini dove trascorse gli anni dell’università.
Nell’ultima sequenza del
film, Edipo ripercorre i luoghi della propria infanzia, passando per la
casa natale, il cortile della caserma, fino ad arrivare a quel prato circondato
di salici in cui si svolgeva la scena dell’allattamento.
Angelo descrive il luogo
poi Edipo pronuncia l’ultima battuta:
«O luce che
non rivedrò più, che eri prima in qualche modo mia, mi illumini
ora per l’ultima volta. Sono giunto. La vita finisce dove comincia»
[118].
Il film si conclude con un’inquadratura
che, dai salici, si abbassa man mano fino a riprendere il prato.
Riallacciandosi al prologo
con una serie di citazioni, l’epilogo esprime un senso pieno di ciclicità.
Pasolini reinterpreta la
morte di Edipo nell’Edipo a Colono, che sopraggiunge in un bosco
sacro, come ritorno al luogo di nascita, in quel prato che aveva rappresentato
la simbiosi con il corpo della madre. Serena comunione con la natura e
con la madre si sovrappongono.
La rilettura pasoliniana
del mito di Edipo propone una visione del mondo che si basa sulla ripetizione
ciclica di nascita e morte. In Edipo re si palesa il tema della
ripetizione, del ricorso, del ritorno dell’identico. Il motivo della circolarità
ritorna a livello figurativo in diverse parti del film. Dalla carrellata
lungo le cime e le fronde dei salici che abbracciano il prato dell’infanzia
di Edipo, ai momenti in cui Edipo si affida alla sorte per decidere quale
strada seguire e gira più volte su se stesso. All’avvicendamento
della figura del profeta con il passaggio di testimone da Tiresia a Edipo.
Alla circolarità del film stesso che «finisce dove comincia».