.
Non intendo
cantare la gloria
né invocare la grazia
e il perdono
di chi penso non fu altri
che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur
sempre l’amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l’ultima
voce
chi lo uccide fra le braccia
di una croce. [147]
.
Esiste in ambito musicale
un processo compositivo che consiste nella presentazione di un tema e nelle
sue successive, sempre più complesse modificazioni. La figura musicale
di base, elaborata in vario modo, per esempio attraverso modificazioni
melodiche, armoniche o timbriche, dà luogo a una molteplicità
di trame sonore in cui il motivo iniziale non smette mai di riaffiorare
all’ascolto. È questa la cosiddetta «variazione». Vorrei utilizzare questo
concetto (che richiama tra l’altro la passione di Pasolini per la musica)
per un’analisi che verte sull’individuazione di un tema caratteristico
all’interno del cinema pasoliniano, elaborato attraverso ripetute «variazioni»
nel corso di alcuni film.
Gli inizi del percorso cinematografico
di Pier Paolo Pasolini sono stati perlopiù analizzati a partire
dall’interesse dell’autore verso la tematica borgataro-sottoproletaria,
la quale ha un’evidente continuità con la sua produzione narrativa
delle prose sparse e dei romanzi «romani».
Sono stati molti i critici che,
nel tentativo di operare scansioni all’interno della composita opera cinematografica
pasoliniana, hanno inquadrato i primi film del regista entro l’unità
tematica della borgata, ghetto di classe a cui appartengono storie e personaggi
di Accattone, Mamma Roma e La ricotta.
Lino Micciché, tra
i più sensibili «sistematizzatori» del cinema di Pasolini,
pur non rinunciando a suggerire una suddivisione all’interno del percorso
ispirativo del regista in accordo con questa vulgata, mette in guardia
dai pericoli di un rigido schematismo e sottolinea il carattere relativamente
oggettivo, e perciò opinabile, delle proprie scelte interpretative.
Facendo mia questa autorevole
indicazione, in questa sede voglio dunque proporre una mia personale analisi
del gruppo di film costituito da Accattone, Mamma Roma, La
ricotta e Il Vangelo secondo Matteo, che rilevo essere caratterizzati
dall’emergenza tematica e ispirativa della figura di Cristo. La mia lettura
non tralascia il puntuale riferimento alla pervasività della tematica
borgataro-sottoproletaria nei primi film di Pasolini, ma evidenzia un percorso
espressivo che indaga sempre più da vicino il ruolo della vittima
come specchio di quella vittima per eccellenza che è considerato
Cristo.
Se Accattone costituisce
l’inizio dell’itinerario pasoliniano, teso ad allargare la nozione e la
sfera del sacro facendolo scendere nelle zone più apparentemente
squallide della realtà, Il Vangelo secondo Matteo rappresenta
l’esplicita dichiarazione conclusiva dell’autore, l’ideale punto di arrivo
e di ripartenza delle sue riflessioni.
La figura Christi
appare già dominante in Pasolini sin dall’età prepuberale,
cristallizzata in un’immagine e in un’esperienza ben rievocate in una annotazione
nei suoi Quaderni rossi del 1946:
[…] nelle mie fantasie
affiorava espressamente il desiderio di imitare Gesù nel suo sacrificio
per gli altri uomini di essere condannato e ucciso benché affatto
innocente. Mi vidi appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano
succintamente avvolti da quel lembo leggero, un’immensa folla mi guardava.
Quel mio pubblico martirio finì col divenire un’immagine voluttuosa
e un po’ alla volta fui inchiodato col corpo interamente nudo. Alto, sopra
il capo dei presenti, compresi di venerazione, con gli occhi fissi su di
me – io mi sentivo [spazio bianco] di fronte a un cielo turchino e immenso.
Con le braccia aperte, con le mani e i piedi inchiodati, io ero perfettamente
indifeso, perduto… Qualche volta [illeggibile] stretto con le braccia distese
a un cancello o ad un albero, per imitare il Crocefisso; ma non resistevo
troppo alla sconvolgente audacia di quella posizione [148].
Si può cogliere in queste
confessioni giovanili quell’identificazione con Cristo che, a dispetto
delle comuni fantasie di un’età in cui si è più sensibili
a suggestioni di natura religiosa, permarrà in Pasolini per tutto
il resto della sua vita, contraddistinguendone non soltanto le scelta artistiche
ma anche i caratteri esistenziali.
In anni di continui traslochi
dovuti alla carriera militare del padre – con la conseguente impossibilità
di stringere amicizie durature –, di liti frequenti fra i genitori e della
scoperta della propria omosessualità, quello della Croce sembra
rappresentare un punto fermo a cui “inchiodarsi” nel turbine di eventi
traumatici [149].
Nella figura di Cristo come
vittima è inoltre possibile scorgere la proiezione del proprio nascente
sentimento di diversità e di marginalizzazione. La figura Christi
ritorna ossessiva ed è dominante anche nella poesia del primo Pasolini:
In un debole lezzo
di macello
Vedo l’immagine del mio
corpo:
seminudo, ignorato, quasi
morto.
E’ così che mi volevo
crocifisso,
con una vampa di tenero
orrore,
da bambino, già automa
del mio amore.
Ma dietro questa nebbia
di midolla
(da quanti anni o secoli
qui immobile?)
o Individuo, o Sosia, tu
ti trovi
fatto di me, del mio calore,
e ostile
di una morte anteriore al
mio morire [150].
Questi versi sono un’ulteriore
testimonianza del ruolo della crocifissione immaginata da bambino nella
formazione del carattere di Pasolini e nel suo destino. Il tema della vittima
che rispecchia il sacrificio di Cristo verrà ora indagato analizzando
singolarmente i film del gruppo da me individuato.
.
3.1 Accattone
Il percorso cinematografico
di Pier Paolo Pasolini ha inizio in una borgata romana in cui «tutto
brucia» [151]. Con questa
eloquente quanto perentoria indicazione si apre la sceneggiatura di Accattone,
ideale sintesi visiva delle precedenti esperienze narrative romane: dalle
prose sparse dei primi anni Cinquanta ai romanzi Ragazzi di vita
e Una vita violenta. Il film costituisce il primo capitolo di quella
che Franca Angelini ha definito «trilogia romana» e Lino Micciché
«cinema della borgata» [152].
Protagonista delle vicende rappresentate
è tale Vittorio Cataldi, detto appunto Accattone, originale figura
di inetto nel panorama letterario, teatrale, cinematografico di uomini
in cerca di senso, di disadattati [153].
In quel soprannome, non soltanto affibiatogli ma rivendicato dallo stesso
Vittorio quasi con orgoglio («Nun me chiamà Vittorio, chiameme
Accattone! De Vittorio ce n’è tanti, ma de Accattone ce sto solo
io!» [154]) sta tutta
l’esistenza di chi ha trasformato una condizione di parassitaria sopravvivenza
in pratica di vita, in mestiere.
Nella fattispecie Accattone
è un protettore di prostitute, un «pappone» della periferia
romana.
A fare da sfondo alle vicende
dei suoi primi film e connotandole significativamente è il mondo
della borgata, che si configura come ghetto per il sottoproletariato, enclave
«dove sembrano vigenti soltanto le categorie, meramente fisiologiche,
della sopravvivenza e dove l’unica “ideologia” è la “biologia”»
[155].
Lo sguardo di Pasolini si
concentra su questa singolare realtà di degrado non appena approdato
a Roma, dopo la fuga da Casarsa insieme con la madre. Pasolini osserva
il singolare scenario con l’occhio attento di un antropologo, affascinato
anche dalla sua parlata. Accanto a un profondo amore per la borgata, al
contempo sviluppa una denuncia verso lo stato di abbandono e di sfacelo
di questi luoghi.
Nel 1958, Pasolini conduce
un’inchiesta sulla periferia romana [156].
Secondo l’intellettuale esistono due città, cioè la Roma
dentro le mura e la Roma esterna che è ignota al turista, formata
da molte periferie composite e disordinate fra loro, con anime diverse:
da quella in cui la bruttezza è di carattere solo estetico a quella
disumana dei tuguri dove domina la precarietà dell’abitato che mette
in pericolo la sopravvivenza dei suoi abitanti.
Il riconoscimento di questi
elementi lo conduce a riflettere sul fatto che la miseria delle condizioni
abitative non può non determinare il peculiare comportamento degli
abitanti della borgata. Borgata come ghetto, come enclave, addirittura
come lager arriverà a dire Pasolini.
Secondo l’analisi dell’autore,
la borgata è un fenomeno tipicamente romano in quanto Roma fu la
capitale dello stato fascista. Le borgate sarebbero caratterizzate dal
fatto di essere ufficiali, costruite a bella posta dal Comune per contenervi
i poveri, gli indesiderabili. Questa, almeno, la loro origine non solo
cronologica ma anche ideale.
Le prime borgate furono
costruite in seguito agli sventramenti fascisti, vere e proprie operazioni
di polizia. Una sorta di deportazione di contingenti di sottoproletariato
romano che dagli antichi quartieri del centro, furono portati in mezzo
alla campagna, in zone isolate in cui le costruzioni sembravano caserme
o prigioni. Venne attuata una metodologia d’intervento sulla periferia
che creò successivamente uno “stile borgata” costituito dal ripetersi
ossessivo di uno stesso motivo architettonico, pornografia urbanistica
modulare.
«Ma qual è il
criterio stilistico, sociologico e umano di queste nuove abitazioni? Lo
stesso. Siamo sempre alla nozione di campo di concentramento» scrisse
Pasolini nella sua inchiesta. È emblematico che in una battuta del
film Accattone, il protagonista sbotti dicendo: «Ma che, stamo
a Buchenwald, qua!».
Girato nel 1961, Accattone
ha in sé elementi – quali la recitazione affidata ad attori non
professionisti, ambienti veri, riprese con una «macchina» leggera
in grado di rendere più libero l’estro e l’occhio del regista –
che, ad un’indagine superficiale, potrebbero farlo considerare come un
esempio del cosiddetto neorealismo. La realistica rappresentazione della
condizione sociale del sottoproletariato delle borgate ne farebbe uno spaccato
sociologico di una certa Italia dell’epoca. In realtà, lo stesso
regista prese le distanze da una tale interpretazione, che già all’indomani
dell’uscita del film era stata proposta. «Non mi pare che nel mio
film ci siano quei momenti documentaristici e lirici che sono in fondo
la parte più importante dei film neo-realistici» [157],
ebbe a obiettare Pasolini.
Come acutamente messo in
luce da Lino Micciché «il sociologismo oggettivo di Pasolini
è del tutto artificiale» [158]
e poco fruttuoso è l’esercizio di «commisurare la realtà
dell’opera a quella del sottoproletariato che essa pretende di rappresentare
(e nei confronti del quale essa vale, sociologicamente parlando, quale,
discutibile, “film di denuncia”)» [159].
Il sottoproletariato delle borgate è filtrato da Pasolini attraverso
la propria affascinante visione poetica che rende soltanto apparente l’oggettività
della sua descrizione. La sua è infatti una prospettiva «epico-religiosa».
Accattone non vuol essere insomma una mera rappresentazione delle
condizioni del sottoproletariato, ma di una realtà che Pasolini
carica di tutta la propria visione del mondo, che è mitologica,
sacrale e gravida di lutto e di feralità, oltreché disperatamente
vitale.
In un appunto del 1961, riflettendo
sulla differenza tra l’espressione cinematografica e quella letteraria,
Pasolini giunge alla conclusione che nella prima manchi quasi del tutto
la figura retorica della metafora, di cui la seconda consiste invece quasi
esclusivamente. Il limite espressivo rilevato è però superabile,
e non già ricorrendo all’espediente di giustapporre i due soggetti
implicati nel rapporto di analogia, attaccando cioè le loro due
inquadrature in successione, secondo un procedimento tipico del primevo
cinema d’avanguardia. Questo espediente, infatti, non può essere
ripetutamente utilizzato nel corso di un film a meno di non logorarne le
potenzialità espressive. Per Pasolini il vuoto della metafora nel
cinema può essere colmato in altro modo:
[…] il cinema, se
non può esprimere direttamente la metafora «Gennarino è
una jena», tuttavia può crearla, per coazione dell’immagine,
nel lettore [sic]: può stabilire una specie di diapason che vibra,
sia pure molto vagamente e aleatoriamente, all’unisono. Se il regista pensa
che Gennarino è una jena, può rappresentare l’immagine di
Gennarino in modo tale, con un tale stridore di denti, per cui lo spettatore
possa formulare lui l’altro termine della metafora, «jena»,
o se non proprio «jena», magari «pantera» o «sciacallo»
[160].
Pasolini ribadisce le proprie
considerazioni nel corso di un’intervista:
[…] se la metafora
nel senso convenzionale della parola non si può usare, c’è
un mezzo stranissimo, il cui nome ancora probabilmente non esiste, per
cui la metafora può essere imposta allo spettatore senza essere
rappresentata. Cioè la famosa metafora – Giovanni è un maiale
– può essere suscitata dal regista nella testa dello spettatore,
rappresentando Giovanni in un dato modo. Se io voglio dire che Giovanni
è un maiale, cercherò di rappresentarlo – mediante la scelta
dell’inquadratura, i movimenti di macchina, l’espressione assunta dall’attore,
il commento musicale – in modo che scaturisca nella testa dello spettatore
la metafora che Giovanni è un maiale [161].
Con un procedimento come quello
appena descritto, attraverso quel «mezzo stranissimo, il cui nome
ancora probabilmente non esiste», Pasolini ha inequivocabilmente
voluto trasmettere allo spettatore il messaggio che il suo Accattone non
è semplicemente un «povero cristo», come si usa dire,
ma proprio un Cristo povero come quello della tradizione.
L’analisi del testo della
sceneggiatura del film è un buon punto di partenza per comprendere
l’intenzione del regista di caratterizzare il protagonista in chiave cristica.
Moltissimi dialoghi sono costruiti a partire da un campo semantico proprio
della religiosità cristiana e per non appesantire l’esposizione
ne riportiamo solo alcuni che riteniamo essere i più significativi,
senza trascurare di citare, laddove presenti, i diversi riferimenti di
altra natura che li accompagnino, in primo luogo figurativi [162].
La prima battuta pronunciata dallo Scucchia rivolgendosi ad «una
batteria di sbragati sulle seggiolette cotte dal sole di un baretto della
Marranella» è un «Ecco la fine del mondo» dal
tono scherzosamente apocalittico. Alfredino, rivolgendosi a Scucchia, che
cerca di darsi da fare con occasionali lavori e non scarta a priori l’ipotesi
di guadagnarsi da vivere lavorando, lo apostrofa in questi termini: «’A
martire! dà retta a ’n’amico, smettela de lavorà».
Mommoletto, invece, grida allo scandalo quando Sabino, passando davanti
al baretto, declina il suo invito ad assistere alla scommessa di Accattone.
Sabino, che è fratello di Accattone ma non ne condivide il carattere
di parassitario perdigiorno, si giustifica dicendo di dover andare a lavorare.
A questo punto le immagini riprendono il Mommoletto che «scappa via,
tappandosi le orecchie con le mani, e correndo ingobbito» grida:
«Ha bestemmiato!».
La scena in questione è
fortemente influenzata dal gusto pittorico del regista e riprende il gesto
fintamente disperato del Mommoletto che ha tutta l’espressività
di certi personaggi biblici affrescati da Masaccio. La sequenza del tuffo
dal Ponte degli Angeli è forse la più emblematica. Accattone
viene mostrato in campo medio sulla spalletta del ponte «con tutta
la fila degli angeli alle spalle». Accattone indugia un po’ prima
di buttarsi. Un primo piano lo inquadra mentre prima di tuffarsi mormora
tra sé: «Damo soddisfazione ar popolo!». La battuta
è fortemente significativa e identifica Accattone come vittima sacrificale
che, nella sua incoscienza esibizionistica, si immola per il popolo assecondando
in realtà la propria pulsione autodistruttiva. «Un attimo
di raccoglimento, poi si fa lento, solenne, liturgico, il segno della croce»
prima di tuffarsi a volo d’angelo formando egli stesso una croce. Dopo
aver vinto la scommessa, Accattone si vanta della propria impresa con gli
amici che ricordano il compare Barbarone morto nell’affrontare una simile
sfida:
SCERIFFO
Tu che dici, chi se l’è preso, er Barbarone, Gesù Cristo
o il Diavolo?
PEPPE IL FOLLE
Se lo staranno a litigà!… Certo era un bel soggetto!
La volontà di connotare
in senso religioso il racconto è percepibile in quasi ogni riga
del testo. Il galleggiante presso l’Ansa del Tevere dove il fiume è
balneabile viene definito in sceneggiatura «l’Arca di Noè»,
mentre «l’osteria è nera e deserta, con un banco solo come
un altare».
Anche certi atteggiamenti
del tutto prosaici dei personaggi assumono una coloritura sacrale. È
il caso di quando lo Sceriffo si ricorda di dover dire ad Accattone una
cosa: «[…] si batte tre quattro volte la fronte col palmo della mano,
pam, pam, e la faccia ispirata come quella di un santo tra le fiamme dell’inferno».
Anche i personaggi più turpi sono circonfusi di una luce divina.
«Il napoletano, è là, che sorride radioso, sotto i
capelli biondi, con tutta la chiostra bianca dei denti fuori: l’arcangelo
San Michele».
Accattone è
il primo film di Pasolini in cui l’ingenua padronanza del mezzo tecnico,
piuttosto che svilire la resa formale, finisce col dare risalto al tema
del sacrificio, accentuato dalla scabrosa purezza di visione. Il sole sotto
cui il protagonista costantemente si trascina con indolenza per la periferia
romana è catturato dall’obiettivo senza alcun filtro, accendendo
letteralmente la rappresentazione dell’ineluttabilità del sacrificio.
Se ciò, da un lato, corrisponde tecnicamente ad una sovraesposizione
fotografica, dall’altro trova il suo correlato nell’esposizione dell’autore
rispecchiantesi in una figura della passione che è appunto il suo
personaggio Accattone.
Accattone è una delle
innumerevoli vittime presenti nei film di Pier Paolo Pasolini. La crisi
del protagonista è totalmente individuale, Accattone cammina incessantemente
per le strade calcinate della borgata solo, e questa caratteristica partecipa
a identificarlo come vittima.
Quasi tutti i personaggi
dei film di Pasolini muoiono o sono guidati dal senso della morte. Lino
Micciché, ha definito il cinema di Pasolini come «luttuoso
canto» [163]. L’esistenza
di Accattone è contrassegnata da continui episodi e presagi ferali.
Il film ha tutti i connotati di una storia realista e invece è carico
di mito, di fatalità, di destino. Accattone è ossessionato
dalla morte, già morto quando appare. La morte è il tema
ricorrente nella disperata vitalità di Accattone. Sin dal suo apparire
intravediamo la sua ansia tragica: un continuo girare senza meta per la
borgata alla ricerca dell’ultima sfida: la sfida del tuffo da Castel Sant’Angelo
segna il destino che lo vedrà morire in motocicletta.
La sceneggiatura è ricca
di anticipazioni di destini: una delle più significative è
la rappresentazione di un sogno, un sogno di morte. È presente nella
sceneggiatura di Accattone un ulteriore episodio molto significativo che
non è poi stato trasposto cinematograficamente e avrebbe fatto da
contraltare, rafforzandolo, a quello in cui Accattone sogna il proprio
funerale. Nel film rimane solo la sequenza del sogno mentre in sceneggiatura
ve n’è una vissuta realmente dal personaggio. Stella chiede di essere
accompagnata ad Ardea per potersi recare al cimitero presso cui è
seppellito suo padre. Accattone finisce per aggirarsi come uno spettro
per le tombe del cimitero, anticipando quello che sarà il suo destino.
La scena è fortemente indicativa del senso di morte ineluttabile
che accompagna Accattone e se fosse rimasta nel film lo avrebbe in effetti
appesantito, già così pieno quest’ultimo di elementi ferali.
Sono due giorni che Accattone
non mangia ed è stremato. Dopo avere vagato sfinito tra le tombe
del camposanto
Accattone si tira
in disparte, barcollando e asciugandosi il sudore.
Non ce la fa più e
si mette a sedere su una tomba con la fotografia di un certo Palombi Aldo.
ACCATTONE
(trovando ancora la forza di fare lo spiritoso) ’A Palombi! tirete
un po’ più in là, famme un po’ de posto, che nun je la faccio
più…
Subito dopo questa implorazione,
subentra in Accattone una sorta di rabbia per la cecità di Dio nei
confronti delle sue sofferenze.
Poi guarda verso
Stella china a pregare.
ACCATTONE
Ma che te preghi!
Dissolvenza
La
prefigurazione del destino di Accattone è presente sin dall’inizio
del film. I suoi amici gli domandano come vorrebbe che fosse il suo funerale.
Ma ancora prima, Mommoletto,
rivolgendosi a Scucchia che ha salutato con tono sarcastico gli amici scioperati
assiepati fuori dal bar, gli risponde: «Ancora non sei morto? Eppure
m’hanno detto che il lavoro l’ammazza la gente!». Per tutta risposta
lo Scucchia fa: «Ma chi ve lo fa fa! Ma annatevene a dormì
la notte invece da annà a giocà a carte! Me parete tutti
usciti dall’obitorio».
Subito dopo queste prime
battute iniziali Accattone introduce l’argomento della morte di un loro
sodale, tale Barberone, passato a miglior vita nel tentativo di vincere
una scommessa. Accattone rilancia la scommessa dicendo che Barberone è
morto per stanchezza e non perché sia impossibile attraversare il
fiume dopo avere mangiato. Giorgio il secco accetta la scommessa di Accattone
e risponde: «Si! Scommetto! Te vojo fa morì pure a te!».
In quella passa Sabino, fratello di Accattone.
Ahò, viè
qua! Bacia tu’ fratello, che è l’ultima volta che lo vedi!
Ancora, poco oltre:
Viè a ricoje
l’ultime volontà de tu’ fratello, hai visto mai che te facesse erede
universale!
Sono presenti due temi principali
che procedono intersecandosi e sovrapponendosi tra loro. Uno relativo ai
riferimenti religiosi, l’altro a quelli ferali.
Possiamo dire di Accattone
che è un povero cristo. Le scelte estetico/figurative di Pasolini
suggeriscono questa lettura del personaggio: i numerosi riferimenti
pittorici – va ricordato che Pasolini ebbe tra i suoi professori a Bologna
Roberto Longhi –; l’utilizzo simbolico delle musiche tra cui spicca La
passione secondo Matteo di J.S. Bach.
.
3.2 Mamma Roma
L’idea
di Mamma Roma è precedente alla stesura e alla realizzazione
di Accattone e trae spunto da un fatto di cronaca del 1959.
Si tratta della drammatica
morte di un giovane detenuto di Regina Coeli, Marcello Alisei, lasciato
morire legato ad un tavolaccio della prigione, senza curarsi delle sue
precarie condizioni di salute.
L’episodio suscita in Pasolini
una così profonda impressione ed un tale moto di sdegno da indurlo
a scrivere un breve ma significativo intervento dal titolo Mi ribello
alla morte di Elisei.
L’articolo è un amaro
e sgomento sfogo e al tempo stesso contiene una dichiarazione d’intenti
a cui Pasolini dà corpo, seppure in forma diversa rispetto all’iniziale
proposito, proprio con la realizzazione di Mamma Roma.
Avrei scritto della
morte a Regina Coeli del ragazzo diciottenne Marcello Elisei. È
un fatto che ancora non riesco a sopportare, e ogni volta che ci penso
devo ricacciare le lacrime in gola. Non so come avrei scritto un articolo
su questa orribile morte: non sono un giornalista. Ma certamente è
un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o
forse anche nel romanzo Il rio della grana. Più che ad un
articolo penso dunque ad una inchiesta che porti a capire la vita di questo
ragazzo fino al momento in cui è stato legato al tavolaccio della
prigione e lì lasciato morire. La pietà struggente che provo
per la fine disumana di questo ragazzo mi farebbe essere assolutamente
spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E
non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti [164].
Come già per il personaggio
di Accattone, Pasolini evidenzia anche in Ettore l’aspetto della
sua solitudine.
Con le parole di Mamma Roma,
in una delle ultime battute del film:
MAMMA ROMA
Pora creatura mia (dopo un profondo silenzio… con gli occhi persi) È
venuto ar mondo e è stato sempre solo. Solo s’è ritrovato
come un Cristo passeretto… A guardasse intorno, a aspettà chissà
che, su ’sto mondo, solo… [165]
Rispetto al film, compare nella
sceneggiatura la visione ricorrente, da parte di Ettore, di alcuni elefanti,
visione che a volte è reale, a volte onirica. Quest’immagine simbolica
ha tratti ferali e, per buona parte della sceneggiatura, sembra anticipare
il luttuoso destino del protagonista. Nel finale, invece, è parte
di un sogno articolato in cui gli elefanti schiacciano, uccidendola, Mamma
Roma.
Nella sceneggiatura emerge
spesso il tema del sogno, motivo già presente in Accattone.
Inoltre, anche il secondo film pasoliniano si conclude con una morte.
Mamma Roma coltiva ambizioni
piccolo-borghesi per il figlio nella speranza, con ciò, di superare
il circolo chiuso in cui si dibatte la vita del sottoproletariato. A livello
ideologico, la morte di Ettore rivela lo sbaglio insito in questa prospettiva
che è destinata a fallire.
Da un lato, Mamma Roma
è un passo avanti rispetto ad Accattone perché mostra
una via d’uscita dalla condizione sottoproletaria, pur dimostrando che
è quella sbagliata. Dall’altro, però, è il linea con
la regressione ideologica di Accattone perché conferma
l’imprigionamento senza uscite di un sottoproletariato a cui non è
dato poter fuggire dal proprio limbo pre-storico.
Ciò che è da
sottolineare, comunque, al di là del discorso ideologico su cui
ha vieppiù insistito la critica, è la conferma della prospettiva
teratologica pasoliniana. Anche in Mamma Roma la morte conclude
l’avventura del suo protagonista. La morte di Ettore però, a differenza
di quella di Accattone, non giunge come una sorta di liberazione ma è
al contrario condanna, dopo i numerosi tentativi della madre di sottrarlo
alla condizione sottoproletaria.
Rispetto ad Accattone,
l’analisi della sceneggiatura di Mamma Roma rileva molti meno riferimenti
cristici. A detta dello stesso Pasolini, Accattone era un film più
epico. Anche le espressioni connotate in senso religioso diminuiscono,
senza però sparire del tutto.
La scena iniziale del film
rappresenta infatti «una tavolata a ferro di cavallo» [166]
che è un’evidente citazione delle numerose rappresentazioni pittoriche
dell’Ultima Cena. In sceneggiatura cominciano quindi i primi riferimenti
religiosi: il padre della sposa «dice farneticando delle frasi bibliche
in genzanese, senza capo né coda» [167].
Ancora, di seguito:
Carmine e Clementina
si baciano. Il suocero è ancora in piedi, pronto a riprendere il
sermone.
MAMMA ROMA (al padre della
sposa ancora in piedi pronto a proseguire) E metteteve a sede! Così
c’è morto uno l’altro giorno! E che ce volete insegnà la
Bibbia a noi! La Messa va detta cantando, mica così! [168]
Al banchetto di nozze, Mamma
Roma, visibilmente euforica, ha un impeto di materna tenerezza verso un
bambino di cui si accattiva l’affetto prendendolo in braccio e improvvisandogli
una imitazione di Carmine, lo sposo. Carmine che ha assistito alla scena
si fa cupo:
CARMINE (misterioso)
Te benedico in nomine Patris, Filii et Spiritus Santi. Morto un Pappa se
ne fa ’n’altro! [169]
La battuta di Carmine mette
in luce la negazione di un’apertura al cambiamento della società.
Mamma Roma, invece, ripone nei figli la speranza di un mondo diverso; si
illude che il successo sociale di Ettore possa riscattare anche il suo
passato di prostituta e dare senso alla sua vita: «I fiji, che so’
i fiji! […] Auguri, ’a sposi! Fatene tanti de fiji! Come Giacobbe!»
[170].