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3.3 La ricotta
La ricotta è uno degli
episodi di RoGoPaG, film “a tema”, nato da un’idea del produttore
Alfredo Bini, che raccoglie i mediometraggi di quattro registi: Rossellini,
Godard, Pasolini, Gregoretti; le iniziali dei loro cognomi compongono il
titolo principale dell’opera che, per intero, ha anche l’eloquente sottotitolo
di Laviamoci il cervello. Lo spunto del produttore, alla base del
film, è sintetizzato in apertura da una breve didascalia:
quattro racconti
di quattro autori
che si limitano a raccontare
gli allegri
principi della fine del
mondo
È singolare, dal punto
di vista della nostra tesi, rilevare come nel caso di Pasolini il “racconto
del principio della fine del mondo” preveda un sacrificio. Adottando, non
senza libertà, la parola principio non nel senso di origine, inizio,
ma in quello di fondamento, meglio, di meccanismo regolatore, ci si può
rendere conto di come l’assunto in questione abbia una stretta consonanza,
sebbene di segno contrario, con quello circa il “principio dell’origine
del mondo” messo in luce da René Girard. Non suoni come un banale
calembour: ciò può essere preso come uno spunto ulteriore
per indagare la vicinanza tra lo sguardo sulla realtà di Pasolini,
le sue visioni che si fanno arte, e la teoria del pensatore avignonese,
soprattutto, in questo caso, nei suoi aspetti cristologici.
Mi soffermerò in seguito
su questo argomento che ora mi premeva introdurre al lettore, per renderlo,
subito, accorto interlocutore.
La ricotta racconta
le vicende di Stracci, sottoproletario che per sopravvivere fa la comparsa,
irrimediabilmente tormentato dai morsi di una fame che la miseria rende
inestinguibile. Il povero «generico» [171]
è chiamato ad interpretare la parte del ladrone buono in un
film sulla passione di Cristo e, dopo estenuanti tentativi di rimediare
per sé qualcosa da mangiare, muore realmente di indigestione durante
quella che doveva essere una crocifissione solo “girata”, vittima della
crudeltà della troupe che lo ha spinto ad abbuffarsi e dal generale
disinteresse nei suoi confronti.
Pasolini mette in scena,
ancora una volta, la passione e la morte di una vittima connotata in senso
cristico. Questa continuità tematica si rende particolarmente esplicita
in La ricotta e si riflette anche nella presenza di attori chiave
dei precedenti film. Il caso più significativo è proprio
quello di Stracci, interpretato dal bravissimo Mario Cipriani.
Si torni per un istante al
finale di Accattone: il protagonista muore con accanto il Balilla
e il Cartagine, i suoi due compagni di sventura, proprio come Cristo è
crocifisso assieme ai due ladroni. L’attore nei panni del Balilla, che
suggella il primo film di Pasolini facendosi il segno della croce alla
rovescia, è Mario Cipriani, lo Stracci che ha la parte del ladrone
buono nella passione de La ricotta, certo non a caso [172].
Il breve capitolo filmico
risulta scandaloso per i censori dell’epoca che, assecondando le aspre
critiche del mondo ecclesiale, si ergono a pervicaci difensori della morale
borghese, la sola ritenuta ammissibile. Come già in passato, ma
in questa circostanza con particolare virulenza, i rigori della censura
colpiscono il regista, accusato di vilipendio alla religione di Stato.
A nulla vale la dichiarazione, posta in esergo al film subito dopo due
citazioni evangeliche, con cui Pasolini intende prevenire i sicuri fraintendimenti
dei benpensanti. Il film viene sequestrato e Pasolini condannato a quattro
mesi di reclusione con la condizionale. La sentenza di primo grado viene
poi ribaltata in appello e il film esce nuovamente nelle sale, sebbene
con alcuni cambiamenti. Lo stesso testo della didascalia iniziale deve
essere modificato, ammorbidendo i toni, giudicati troppo aspri, di alcuni
suoi passaggi.
Almeno in questa sede, ritorni
l’eco originaria di quelle parole:
Non è difficile
predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede.
Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di fare credere che
l’oggetto della mia polemica sono quella Storia e quei Testi di cui essi,
ipocritamente, si ritengono difensori. Niente affatto, a scanso di equivoci
di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è
la più grande che io conosca, e i Testi che la raccontano, i più
sublimi che siano mai stati scritti [173].
In La ricotta, la figura
retorica della sineciosi, tipica dell’arte pasoliniana, viene estesa a
struttura dell’intero racconto. Ciò sostanzia il film di un’intrinseca
tensione che, lungi dall’essere contraddittoria, acquista valenze positivamente
dialettiche, mettendo in luce l’inconciliabile distanza tra borghesia e
sottoproletariato; tra la Storia del nuovo capitalismo dominante e l’immutabile
pre-Storia degli esclusi.
Il film poggia su una lunga
serie di contrapposizioni. Da un lato la ieratica immobilità del
regista-Welles, con le sue ripetute raccomandazioni agli attori di non
muoversi; dall’altro, il frenetico arrabattarsi di Stracci per rimediare
qualcosa da mangiare, i suoi andirivieni alla Ridolini. Ancora, il linguaggio
esclusivamente verbale del regista e quello prevalentemente corporeo di
Stracci, che richiama i film del muto e in particolare il Chaplin tanto
amato da Pasolini. Il colore per la finta sofferenza dei tableaux vivants,
che il regista ricostruisce in base ai modelli pittorici del Pontormo e
del Rosso Fiorentino; il bianco e nero per la realtà del sacrificio
di Stracci.
Anche in La ricotta è
presente un tema musicale di morte che aleggia fatalmente sull’esistenza
del povero Stracci e della sua famiglia. Si tratta della celebre sequenza
del Dies Irae di Tommaso da Celano [174],
il canto per antonomasia della liturgia funebre cattolica.
La
melodia del Dies Irae viene proposta, però, suonata da una
fisarmonica, strumento di dichiarata derivazione popolare, contaminandone
così la sacralità. Da un confronto con le scelte musicali
per il suo primo film, l’operazione stilistica che Pasolini qui compie
risulta ulteriormente significativa. Laddove in Accattone il protagonista
viene “elevato” dalle sublimi e sacre note di Bach, per innalzarlo dalla
miseria e dallo squallore della borgata, in La ricotta è
il sacro stesso ad “abbassarsi” verso Stracci, andandogli incontro con
pari umiltà.
Non senza un certo acume,
il procuratore che sostenne l’accusa contro Pasolini di vilipendio alla
religione di Stato, commentò in questi termini lo scandaloso impiego
del motivo sacro tradizionalmente considerato come il più potente
simbolo della dimensione del giudizio [175]:
Al posto del dileggiato
Dio degli altari e della tradizione cattolica viene elevato il proletario
su cui suona la musica sacra del momento religioso del pasto, la musica
del Dies Irae che annuncia, incompresa dal volgo ignorante, che
il sottoproletariato è già il nuovo Cristo e che è
prossimo il giorno del giudizio [176].
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3.3a Perché ho
avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete
dato da bere [177]
Già
presente in Accattone, il tema della fame è centrale in La
ricotta, in cui l’esistenza di Stracci è tutta tesa alla ricerca
di qualcosa da mangiare. L’orizzonte di vita di Stracci sta tutto nelle
parole dello stornello cantato per esorcizzare l’incubo del “mal della
lupa”:
Me ne vojo annà
verso Terracina
a fa colazione in Terra
piana.
Vojo magnamme ’na vacina
e ’na pecora co’ tutta la
lana. [178]
In realtà, il cibo abbonda
sul set, e la ricorrente immagine di una tavola imbandita, una sorta di
natura morta cinquecentesca con cesti e vivande, si contrappone alla atavica
fame della comparsa. L’immagine di questo banchetto, legata al motivo del
mangiare che domina tutto il film e alla rappresentazione sacra per cui
è stato allestito, per estensione suggerisce l’accostamento al banchetto
dell’Ultima Cena.
Scena canonica della
pittura rinascimentale e manierista, è forse questo il primo nucleo
della Ricotta: il sacro non solo nel profano ma nel vitale, com’è
vitale il cibo reso sacro dal simbolismo della cena cristiana, che è
cena di agape e cena di annunzio di morte (Giuda che bacia, Cristo che
distribuisce il pane) [179].
Se si accetta senza pregiudizi
l’idea che l’eucarestia cristiana possa essere accostata ai banchetti antropofagici
delle religioni arcaiche, risulta evidente come sia proprio Stracci, «buono
come un pezzo di pane» [180],
la vittima del banchetto sacrificale de La ricotta. Banchetto della
società borghese ai danni del sottoproletariato: nelle scene
finali del film, la lunga tavolata del buffet per la delegazione degli
ospiti illustri domina sempre i totali delle tre grandi croci, su una delle
quali morirà Stracci.
Tutto il film risulta basarsi
su «una serie di analogie e raddoppiamenti che giacciono sotto le
immagini» [181] motivandole.
Pasolini indica dunque un’identificazione tra Cristo e Stracci dal punto
di vista sacrificale.
In La ricotta cominciano
a delinearsi con nettezza i contorni di una riflessione sul tema del mangiare
o essere mangiati, su cui già da lungo tempo Pasolini si sofferma
[182] e che approfondisce sempre
più nei suoi film successivi [183].
Individuato come spietata legge a cui l’uomo non riesce a sfuggire, come
elemento forte di un inestirpabile determinismo sociale che, inizialmente,
per Pasolini, trova una teorizzazione e un possibile superamento nel marxismo,
questo tema porta il regista a delineare come le società si reggano
su un’economia di morte che uccide alcuni dei suoi membri per poter sopravvivere
e prosperare.
In La ricotta, Stracci
è costretto a subire le infinite angherie, solo apparentemente innocue,
della troupe, di cui diviene il capro espiatorio. Verso Stracci, degradato
al rango di bestia, qualunque bassezza è consentita, essendogli
stata tolta l’umanità. Questo processo vittimario è perfettamente
illustrato da Pasolini soprattutto attraverso l’accostamento metaforico
di Stracci ad una scimmia [184].
All’inizio della sceneggiatura è subito esplicitato questo accostamento:
«Poveraccio, è brutto come uno scimpanzé. […] In P.P.,
col faccione da scimpanzé controluce […]» [185].
La miseria di Stracci diviene spettacolo, quello di una scimmia allo zoo
che si sollecita divertiti lanciandole del cibo: lo «Stracci show»
[186].
Come, ah che dolore!,
la bestia ha finito la ricotta, uno provvede a fare continuare lo spettacolo.
[…]
La bestia non vede e non
sente: magna [187].
Ancora, a sottolineare l’inferiorità
di Stracci, concorre la sequenza in cui il cane dell’attrice principale
mangia il nuovo cestino che la comparsa, con uno stratagemma, è
riuscito a rimediare per sé, dopo aver dato alla sua numerosa famiglia
quello inizialmente concessogli dalla produzione. Stracci, resistendo all’impulso
di strozzare il cane che ha mangiato il suo pranzo, si allontana in lacrime,
rivolgendosi all’animale con parole di rassegnato rimprovero:
STRACCI
Te pare bello quello che hai fatto? Eh?
E si asciuga avvilito, le
lacrime [188].
Perché sei er cane
de ‘na miliardaria te credi d’esse mejo de me?! [189]
Misurata secondo i criteri della
società borghese, il valore della vita di Stracci risulta perfino
inferiore a quella di un cane. Così svalutata, la vita di Stracci
è alla mercé di qualsiasi bassezza. Le sue pulsioni, i suoi
appetiti più vitali, sviliti in un estenuante solleticamento del
desiderio, destinato crudelmente a rimanere insoddisfatto. Stracci è
già legato alla croce quando un membro della troupe gli avvicina
alla bocca un panino, sottraendoglielo un attimo prima che riesca a morderlo.
Lo stesso tormento è ripetuto con un’aranciata. Infine, viene organizzato,
di fronte alle tre croci adagiate a terra, uno spogliarello. Per Stracci,
che allunga il collo «come un vermine acciaccato» [190]
per osservare, è l’ultimo supplizio prima di crollare sfinito reclinando
il capo sulla croce.
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3.3b Beati i miti, perché
erediteranno la terra [191]
La ricotta aggiunge
una terza vittima al percorso filmico pasoliniano, caratterizzato dalla
morte di personaggi che, fin qui, di volta in volta appaiono sempre più
“innocenti”. La violenza e l’impulsività di Accattone cedono il
passo alla mansuetudine di Stracci, la cui antica pazienza si contrappone
alla infinite angherie che è costretto a subire.
Sembra quasi che Pasolini
voglia via via allontanare dai suoi personaggi qualunque ombra che possa
renderli, agli occhi di un pubblico borghese, meritevoli, in qualche modo,
dei loro tragici destini. In fondo, secondo la prospettiva dell’ideologia
borghese, la fine di Accattone non è forse dovuta alla sua condotta
di vita degenere?
Pasolini suggerisce così
come il carattere di “colpevolezza” degna di punizione, che viene attribuito
ai capri espiatori dei suoi film, sia in realtà fittizio. Attraverso
il personaggio di Stracci il regista addita ed imputa alla società
borghese l’uccisione di una vittima assolutamente innocente. Uccisione
sulla quale, tuttavia, si chiuderanno, ancora una volta, gli occhi dei
benpensanti, troppo preoccupati di difendere l’unico Cristo a cui sono
devoti: quello dell’ipocrisia.
Si
rende evidente, in base a queste considerazioni, il parallelismo tra il
punto di vista di Pasolini, che attribuisce ad ogni vittima dei suoi film
tratti cristici, e la singolarità dei Vangeli, rilevata da René
Girard, che gettano luce sull’innocenza dei capri espiatori.
Osserviamo da vicino il carattere
mite e paziente di Stracci. La comparsa si sta provando la febbre in un
angolo. Dopo una battuta scherzosa con un membro della troupe fa per rialzarsi
quando quest’ultimo, giungendo alle sue spalle, gli dà un calcio
nel sedere. La reazione di Stracci sembra naturalmente corrispondere
al precetto evangelico di non restituire il torto subito e si limita ad
uno spontaneo «Ahio!» [192].
Nonostante sia continuamente
schernito e maltrattato, Stracci non ribatte colpo su colpo alle offese
ricevute. La violenza esercitata nei suoi confronti non viene restituita
e con lui si esaurisce. Anche di fronte alla amara scoperta che il cane
della prima attrice ha mangiato il suo pranzo, Stracci sa frenare l’impulso
iniziale di vendicare il torto subito. Nel film, Pasolini chiude la sequenza
relativa a questa brutta sorpresa sul pianto di Stracci, incapace di strozzare
l’indifeso animale. Quando il regista torna sul ladrone buono, dopo la
lunga sequenza dell’intervista, lo inquadra rannicchiato in un angolo mentre
accarezza dolcemente l’inconsapevole usurpatore. In questo modo è
evidenziata tutta la bontà d’animo di Stracci che non cede al rancore.
Il carattere benevolo ed indulgente di Stracci consiste inoltre nella sua
mite rassegnazione. L’esistenza di Stracci sembra assecondare una sorta
di vocazione ad essere vittima delle umane ingiustizie. Il dialogo tra
il Cristo del film in lavorazione e Stracci è emblematico.
STRACCI Eh,
tocca soffrì… tocca avecce pazienza, su ’sta Tera, no lo sai? Chi
è nato pe’ ballà, e chi è nato pe’ cantà…
CRISTO
E chi pe’ piallo in saccoccia! […]
STRACCI C’è
chi nasce co’ ’na vocazione e chi nasce co’ n’altra. Io sarò nato
co’ la vocazione de morì de fame! [193]
I due attori, legati alle rispettive
croci, sono lasciati in disparte dal regista, impegnato a girare un’altra
scena. Isolati dal resto del set, non si distaccano dal personaggio che
interpretano e il loro dialogo diviene surreale.
STRACCI
(morente di fame, con le braccia distese sulla croce) Ciò
fame, ciò fame, mannaggia! Mo’ bestemmio!
CRISTO
Seee! Provace! Te dò un sacco de botte.
STRACCI
Bel Cristo che sei! Mo’ secondo te, non ciavrebbe raggione io de protestà.
CRISTO
Fa, fa, ma guarda che dopo nun te ce porto mica nel Regno dei Cieli.
STRACCI
Starebbe tanto bene ner Regno della Tera, io! [194]
Nessuno, comunque, presta ascolto
alle parole di Stracci. L’umile comparsa ne è consapevole e non
si lamenta nemmeno mentre sta morendo, andandosene in silenzio. Stracci
sembra non voler disturbare la scena della Crocifissione, un momento di
cui intuisce la sacralità al contrario del resto della troupe e
degli ospiti illustri che non si curano di dissacrarla col loro frivolo
chiacchiericcio. Solo morendo Stracci riesce a vincere l’indifferenza generale
nei suoi confronti. Come commenta con amaro disincanto Orson Welles nell’ultima
battuta del film: «Povero Stracci! Crepare: non aveva altro modo
per ricordarci che anche lui era vivo» [195].
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