3.4 Il Vangelo secondo Matteo
L’idea di realizzare Il
Vangelo secondo Matteo matura nel corso di una visita di Pasolini ad
Assisi presso il centro studi francescano Pro Civitate Christiana. Sostenuto
da Papa Giovanni XXIII, il centro è animato da un impulso riformatore
aperto al dialogo con il mondo non cattolico e invita il regista a intervenire
nell’ambito di un seminario il cui tema è «Il cinema come
forza spirituale del presente». Al termine del seminario, Pasolini
si trova impossibilitato a ripartire e rimane ospite del centro. Nella
camera in cui viene alloggiato è presente una copia del Vangelo
ed è una lettura illuminante del testo di Matteo che spinge il regista
a trasporne fedelmente il contenuto in un film.
Queste le motivazioni contingenti.
In realtà, ciò che lo ha spinto a realizzare il suo film
sulla vita e le opere di Gesù è qualcosa di meno casuale
e accidentale di una improvvisa folgorazione. Girando Il Vangelo secondo
Matteo, Pasolini affronta per la prima volta il nodo relativo a quel
senso di irrazionale e religioso che egli ha sempre avvertito dentro sé.
In una fase di involuzione generale della cultura italiana, determinata
dalla fine dello slancio razionalistico-ideologico degli anni Cinquanta,
Pasolini avverte la necessità di confrontare la propria coscienza
storica di intellettuale marxista con quell’ineludibile sentimento che,
soprattutto nelle sue prime poesie, lo aveva tanto avvicinato alla figura
di Cristo.
Il Vangelo secondo Matteo
è, in particolare, espressione della fondamentale irresolubilità
del mistero della morte, qualcosa di inattingibile di cui la ragione non
riesce a dar conto. Così scrisse Pasolini in merito al suo film:
Avrei potuto demistificare
la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato e Erode, avrei potuto
demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo
e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare
il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è
quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso,
che è nel mistero del mondo [196].
Per l’intellettuale marxista,
l’elemento irrazionale legato alla morte è fonte di un’ansia religiosa
che tuttavia non si risolve nell’assunzione della prospettiva oltremondana
del cristianesimo. Secondo Pasolini l’«unica cosa che dà una
vera grandezza all’uomo è il fatto che muoia […]. Cioè l’unica
grandezza dell’uomo è la sua tragedia» [197].
Anche nel cristianesimo è
presente questo carattere tragico ma insieme a esso vi è la promessa
di una nuova vita. A questa promessa Pasolini non crede e il suo Vangelo
è, in senso teleologico, senza speranza. Nel film trova espressione
la carica di profonda sacralità con cui Pasolini cerca di avvicinarsi
a qualcosa d’irraggiungibile e sconosciuto. La figura di Cristo, così
radicata nell’immaginario del regista, viene rielaborata in chiave profondamente
autobiografica. Pasolini sceglie la madre Susanna per interpretare la Mater
Dolorosa che assiste impotente alla crocifissione del figlio sul Golgota.
Inoltre, affida ad alcuni amici intellettuali della sua cerchia il ruolo
di personaggi del racconto evangelico: Enzo Siciliano e Alfonso Gatto sono
due discepoli, Francesco Leonetti ha la parte di Erode e Natalia Ginzburg
quella di Maria di Betania, solo per citarne alcuni. Ninetto Davoli, per
la prima volta sullo schermo, compare nei panni di un pastorello a cui
si rivolge fugacemente l’amorevole sguardo di Cristo.
La dimensione autobiografica
del Vangelo secondo Matteo non è esaurita da questi riferimenti
alla sfera privata del regista, sia pur eloquenti. Pasolini proietta nella
figura di Gesù la sua stessa vocazione pedagogica e il suo fervore
polemico. Il Cristo pasoliniano assume così i tratti di un poeta
ribelle, un acceso predicatore della rivoluzione, una guida ferma e intransigente
animata dalla volontà di riscattare gli oppressi. Non a caso, Pasolini
pensa in un primo tempo di affidare il ruolo di Gesù proprio a un
poeta [198], qualcuno in grado
di sottolineare lo spirito di “diversità” del Figlio di Dio.
Il Vangelo secondo Matteo
è un film laico in cui prevale l’intento di mettere in luce l’umanità
di Cristo, il suo carattere terreno piuttosto che quello divino. Ciò
che più colpisce Pasolini della figura di Cristo sono il rigore
e la fiducia incrollabili con cui persegue il suo obiettivo di redenzione
dal male, opponendosi alla falsità e all’ingiustizia.
In una lettera a un esponente
della Pro Civitate Christiana di Assisi, in cui espone il suo progetto
di realizzare un film sul Vangelo, Pasolini scrisse:
In parole molto
semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché
non sono credente – almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino:
credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa,
ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità
[199].
Nel film si palesa la tendenza
del regista a rendere immanente il trascendente. In questo senso risultano
particolarmente significative alcune omissioni rispetto al testo evangelico
da considerare come scarti al livello ideologico del discorso.
All’interno del testo di
Matteo viene data particolare importanza ai discorsi di Gesù, raggruppati
in sei grandi raccolte. Pasolini ne omette due: le parabole (l’intero capitolo
XIII; e il XV nn. 1-30) e il discorso escatologico (capitoli XXIV e XXV).
Vengono rimossi tutti i passi in cui vi è un esplicito riferimento
al soprannaturale e i passaggi escatologici comprendenti le profezie culminanti
sulla fine del mondo. Sono stati cioè espunti motivi salienti senza
i quali il cristianesimo si riduce a una morale.
Il Vangelo secondo Matteo
è un’opera di poesia lontana dal kitsch dei kolossal biblici americani.
Il film è girato nei luoghi ancora arcaici dell’Italia meridionale,
in uno scenario fortemente evocativo. Le brulle colline della Calabria,
il paesaggio rurale del Lazio, gli abitati premoderni della Lucania, rappresentano
per analogia la Palestina della predicazione di Cristo. Il popolo a cui
si rivolge Gesù ha il volto umile e antico dei contadini del Mezzogiorno.
La colonna sonora, che contamina
la Missa Luba congolese e la Passione secondo Matteo di Bach,
suggerisce una lettura universale del mito cristiano giustapponendo le
due anime del mondo esistenziale e poetico di Pasolini: quella corporea,
istintiva, che guarda a una primitiva e spontanea religiosità ancora
sopravvivente presso i popoli del Terzo Mondo; e quella colta, intellettuale,
non sempre insensibile all’appello del sacro, che si incarna nella sublime
musica di Bach.
Il Vangelo secondo Matteo
rappresenta la conclusione dell’ideale riflessione cristologica avviata
da Pasolini con Accattone e successivamente sviluppata in Mamma
Roma e in La ricotta. Le immagini di Accattone, Ettore, Stracci, si
rispecchiano in quella della vittima innocente per eccellenza e vengono
da questa illuminate.
Nel suo Vangelo, Pasolini
realizza una particolare identificazione con la figura di Cristo, maggiormente
risolta rispetto a quella delle sue opere poetiche giovanili. Ogni compiacimento
narcisistico, erotico o meno, è infatti assente. Il regista esterna
la sua radicale diversità e sovrappone la propria tragica solitudine
a quella di Gesù.
.
3.5 Cristo e l’innocenza della vittima
Sono state esposte in un
capitolo precedente le riflessioni di René Girard in merito al mito.
È stato messo in luce come le narrazioni mitiche dissimulino l’uccisione
unanime di una vittima da parte di una comunità e si è riconosciuta
una sorta di parentela tra esse e i cosiddetti testi storici di persecuzione.
Entrambi i tipi di racconto affermano che la vittima è colpevole
e sono redatti secondo la prospettiva dei persecutori. Tuttavia, mentre
nel mito è presente una trasfigurazione positiva che sacralizza
la vittima dopo la sua uccisione e muta di segno i rapporti tra questa
e i suoi persecutori, nei testi di persecuzione il momento della divinizzazione
del capro espiatorio è assente e sussiste una sua pervicace esecrazione.
I testi storici di persecuzione
possono essere considerati dei miti degradati. In essi viene a mancare
l’impronta del sacro che ha garantito la costante cancellazione nel corso
della storia della violenza persecutoria. I testi di persecuzione testimoniano
come la rappresentazione degli eventi dei linciatori moderni sia meno posseduta
dagli effetti del meccanismo vittimario rispetto a quella dei loro antenati
della fase mitica. Il fatto che non si giunga più a sacralizzare
la vittima dopo la sua morte evidenzia come debba essere intervenuta un’emergenza
del meccanismo vittimario che ha alterato la distorsione rappresentativa
propria del mito.
Dove rintracciare la radice
del fondamentale scarto tra racconto mitico e testi di persecuzione? A
questa domanda René Girard risponde indicando nella rivelazione
delle scritture giudeo-cristiane ciò che ha permesso di demitizzare
la violenza persecutoria.
Secondo Girard, i Vangeli,
in particolare, rendono pienamente conto dello smascheramento del meccanismo
vittimario. Il Nuovo Testamento, per la prima volta, mette a nudo le dinamiche
della violenza persecutoria e, soprattutto, rende manifesta la responsabilità
solo illusoria delle vittime proclamandone la piena innocenza. Lo smascheramento
attuato dai Vangeli costituisce un punto di svolta, dopo il quale non si
potrà più credere alla colpevolezza della vittima.
La potenza della rivelazione
cristiana ha gradatamente influenzato e modificato il mondo. Sebbene il
messaggio cristiano non abbia impedito che la violenza venisse esercitata
– e da questo esercizio non siano stati immuni nemmeno gli stessi cristiani
–, tuttavia ha spezzato il meccanismo vittimario impedendo che avvenisse
il transfert finale di divinizzazione. Le vittime continuano, è
vero, ad essere uccise, ma dopo il messaggio evangelico non divengono più
vecchie o nuove divinità, il processo mitico viene dunque ad incepparsi.
In base ai valori evangelici si cominceranno a criticare le violenze persecutorie
e non si potrà più uccidere in buona fede.
L’ipotesi
della vittima espiatoria, formulata a partire dallo studio del religioso
primitivo e a livello dell’ominazione, viene dapprima estesa all’Antico
Testamento. Anche all’interno dei testi biblici, e in modo particolare
in quelli più antichi, si individua lo schema del meccanismo vittimario
costituito dalla crisi mimetica, dalla violenza collettiva contro una vittima
e dall’elaborazione di divieti e rituali. Girard non rifugge da un confronto
tra mitologia e rivelazione biblica che potrebbe vulnerare l’originalità
di quest’ultima. Anzi, sottolinea senza pudore reverenziale alcuno le evidenti
somiglianze tra i racconti mitici e quelli biblici.
Le storie dei primi libri
della Bibbia poggiano su miti del tutto analoghi, ma è nel trattamento
di questi ultimi che si rintraccia qualcosa di affatto singolare. Girard
accerta una tendenza degli scrittori biblici a porsi moralmente dalla parte
delle vittime. Ciò che viene introdotto è un cambiamento
di prospettiva che palesa una dimensione etica. I miti, infatti, come abbiamo
sopra riportato sono scritti o tramandati dalla prospettiva dei linciatori.
Girard evidenzia come l’atteggiamento dei compilatori delle scritture vetero-testamentarie
costituisca il primo tentativo nella storia dell’uomo di tenersi lontani
dalla violenza, come denuncia dei persecutori nella lucida consapevolezza
dell’innocenza della vittima.
Paragonando il mito della
fondazione di Roma con quello di Caino e Abele, si nota come in entrambi
sia l’assassinio di un fratello per mano dell’altro ad istituire l’ordine
di una nuova comunità. Tuttavia, lo studioso francese mette in evidenza
una differenza fondamentale tra i due miti. In quello romano, l’uccisione
di Remo trova una motivazione nella trasgressione da parte della vittima
dei limiti tracciati per individuare la città potenziale. La fondazione
della città impone il rispetto delle regole prescritte e Romolo
appare dunque giustificato, assumendo in sé il ruolo di sovrano
implacabile e di gran sacerdote: «il legislativo, il giudiziario
e il militare non si distinguono ancora dal religioso» [200].
Nel
mito biblico, invece, la figura di Caino appare come quella di un volgare
assassino. La sua condanna è perentoria e nessuna possibile giustificazione
gli è concessa.
Dietro il racconto
biblico, esistono certamente dei miti che possiamo supporre conformi alla
norma mitologica universale; ma dobbiamo certo attribuire all’iniziativa
dei redattori ebrei, al loro rimaneggiamento critico, l’affermazione che
la vittima è innocente e che la cultura fondata sull’assassinio
mantiene dall’inizio alla fine un carattere omicida che finisce per ritorcersi
contro di essa e distruggerla, una volta esaurite le virtù ordinatrici
e sacrificali dell’origine violenta. […] Abele non è che il primo
di una lunga lista di vittime riesumate dalla Bibbia ed esonerate da una
colpevolezza che a loro è spesso imputata dall’intera collettività.
«La voce del sangue di tuo fratello grida fino a me dalla terra!»
[201].
Certo è che la violenza
ha ancora un ruolo preminente nell’esposizione vetero-testamentaria. Lo
stesso Yahvè è connotato in maniera ambigua, al tempo stesso
Dio delle vittime e Dio violento e vendicativo che punisce con la morte
e la rovina.
Questa ambiguità
nel ruolo di Yahvè corrisponde alla concezione della divinità
nell’Antico Testamento. Nella letteratura profetica, questa concezione
tende sempre più a depurarsi della violenza caratteristica delle
divinità primitive. Con l’attribuire la vendetta a Yahvè,
numerose espressioni mostrano che si tratta in realtà della violenza
mimetica e reciproca sempre più imperversante via via che si dissolvono
le vecchie forme culturali. Tuttavia non si giunge mai nell’Antico Testamento
a una concezione della divinità completamente estranea alla violenza
[202].
È solo con il testo evangelico
che verrà portato a termine il disegno adombrato nell’Antico Testamento.
I Vangeli mantengono infatti con la Bibbia ebraica un rapporto di continuità
diretta e ne chiariscono definitivamente il messaggio. La persona, la predicazione
e le opere di Gesù sono cioè la continuazione e il compimento
del disegno iniziato dalla Legge mosaica e dai profeti. La lezione biblica
illustra inoltre come la cultura nata dalla violenza faccia necessariamente
ritorno alla violenza stessa.
All’inizio si assiste
a un brillante sviluppo culturale; sono inventate le tecniche; spuntano
città nel deserto, ma presto, mal contenuta dall’assassinio fondatore
e dalle barriere legali scaturite da esso, la violenza si propaga e riprende
la sua escalation [203].
Per riassumere, a livello mitico
le comunità umane sono dapprima persuase della colpevolezza delle
vittime, e successivamente del loro carattere divino. Il contagio irresistibile
del mimetismo è ciò che fonda l’unanimità menzognera
della persecuzione. Tutti gli dei della mitologia traggono cioè
origine dal meccanismo vittimario. Nella Bibbia, invece, vi è una
netta separazione tra l’aspetto persecutorio e quello divino. Le vittime
sono de-divinizzate e il divino è de-vittimizzato senza che sia
possibile più confusione alcuna.
La rivelazione del Vangelo non
concerne soltanto i fondamenti dell’uomo da un punto di vista teologico
ma anche da quello antropologico. Sviluppando le proprie riflessioni, René
Girard ha evidenziato un collegamento tra cristianesimo e analisi antropologica.
L’audace conclusione dell’autore è che nei Vangeli siano contenute
le verità fondamentali dell’uomo. Il messaggio evangelico non è
soltanto un atto di fede ma anche di conoscenza. L’interpretazione dei
Vangeli di René Girard è l’approdo delle sue indagini antropologiche.
Girard mostra come in essi sia contenuta la rivelazione delle relazioni
mimetiche tra gli uomini e della violenza che da queste può conseguire.
L’assassinio fondatore, afferma
Girard, è rimasto nascosto per tutto il corso dell’umanità.
Gesù, invece, svela la menzogna di ogni ordine umano, cioè
il sapere dell’omicidio originario, consapevole che tale rivelazione comporti
per lui conseguenze mortali.
Gesù preannuncia il
proprio destino rivelando i motivi per cui vi sarebbe andato incontro senza
fuggirlo. Attraverso Gesù, la violenza sacrificale degli uomini
è denunciata apertamente e vengono rivelate le dinamiche inconsce
che garantiscono il continuo perpetuarsi del meccanismo vittimario.
Nel Vangelo di Matteo viene
riferito a Gesù un verso del Salmo 78, elemento che ulteriormente
segnala la sostanziale continuità tra Antico e Nuovo Testamento:
«Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste
fin
dalla fondazione del mondo» [204].
Il passo dà il titolo
all’opera di Girard in cui lo studioso per la prima volta espone le sue
conclusioni in merito al Vangelo.
Kekrumména apò
katabolés tou kosmos, così nella fedele versione greca,
cioè le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, corrispondono,
secondo la costruzione teorica del pensatore francese, all’omicidio originario.
La matrice delle forme culturali che dissimulano da sempre la loro origine
violenta è Satana. Lontano dalle immagini trasmesse dall’iconografia
religiosa e popolare, Satana è considerato da Girard la personificazione
del principio mimetico alla base della violenza collettiva. Satana è
il meccanismo fondatore, il principio di ogni comunità umana.
«Satana fa
tutt’uno con i meccanismi circolari della violenza, con l’imprigionamento
degli uomini nei sistemi culturali o filosofici che assicurano con la violenza
il loro modus vivendi» [205].
Si stabilisce una triplice corrispondenza
tra Satana, l’omicidio originario e la menzogna. La menzogna è quella
che dissimula l’omicidio e, così facendo, sfocia sempre di nuovo
nell’omicidio stesso.
[…] voi che avete
per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli
è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità,
perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso,
parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna
[206].
Uno dei tratti principali del
messaggio di Cristo è il rifiuto di Satana, parola che in ebraico
significa accusatore. Ad esso si contrappone lo Spirito Santo, cioè
il Paraclito, termine che deriva dal greco ed indica l’avvocato della difesa
in un tribunale.
L’opposizione tra Satana
e il Paraclito corre parallelamente a quella tra la mitologia e le scritture
giudeo-cristiane. Mentre il singolare “processo” intentato nel mito è
sempre perso dalla vittima, nell’Antico e nel Nuovo Testamento è
sempre vinto grazie all’intervento del Paraclito. L’immagine che ci viene
suggerita è quella dell’avvocato difensore che ha la meglio sul
falso accusatore.
Girard rileva inoltre come
la logica mimetica e sacrificale degli uomini venga sintetizzata all’interno
dei Vangeli dal termine skandalon. La parola skandalon, già
presente nella Bibbia, si riferisce all’immagine della pietra d’inciampo,
e viene recuperata da Gesù per descrivere il processo mimetico.
Girard ravvisa come l’utilizzo del termine skandalon da parte di
Gesù nei Vangeli suffraghi le sue concezioni in merito
al desiderio mimetico. Lo skandalon, «l’ostacolo vivente su cui inciampano
gli uomini» [207], è
il modello-rivale, colui che ci attrae e nello stesso tempo ci ostacola
nel raggiungimento di ciò che desideriamo. La reazione che suscita
in noi il modello ostacolo è quella di disfarcene, di scagliare
lontano da noi «la pietra dello scandalo», pietra che può
ben essere utilizzata per procedere ad una lapidazione. Nell’espulsione
violenta ci sentiamo al riparo da qualunque colpa che invece attribuiamo
al nostro rivale.
L’uccisione
della vittima, dunque, è il risultato del propagarsi contagioso
degli scandali che si coagulano infine intorno ad un unico personaggio
che è additato come colui che provoca lo scandalo generale e deve
essere espulso. Sotto questa luce trovano nuovo significato i precetti
evangelici dell’amore e del perdono, lontani dal sentimentalismo di certe
banalizzazioni del messaggio cristiano. Le prescrizioni di Gesù
intendono, in modo scientifico, impedire il pericolo della rivalità
e dell’escalation mimetica.
Il messaggio d’amore dei
Vangeli non è soltanto di carattere astrattamente morale ma si palesa
come una forma di conoscenza che rivela compiutamente il meccanismo del
desiderio violento e del suo nascondimento mitologico.
Anche nei Vangeli è
tuttavia individuabile la divinità della vittima collettiva e le
forti somiglianze tra il cristianesimo ed il mito fanno destare qualche
sospetto. Se anche in Gesù, che è una vittima collettiva,
i cristiani vedono Dio stesso, è possibile avanzare dei sospetti
in merito ad una sua diversità rispetto agli dei della mitologia.
Il messaggio cristiano mette di nuovo in collegamento la persecuzione della
vittima con il divino.
La prospettiva antropologica
di René Girard rende possibile tuttavia constatare come anche all’interno
dei Vangeli sia il rapporto di tipo biblico a prevalere. Infatti nei Vangeli
sono presenti la riabilitazione delle vittime collettive e la denuncia
dei persecutori. Il testo evangelico insiste sull’infondatezza delle accuse
rivolte contro Gesù: «Mi hanno odiato senza ragione».
Alla condanna senza causa di un innocente si contrappone l’«unità
senza cedimenti dei persecutori» [208].
Di Gesù viene infatti proclamata l’innocenza mentre la colpevolezza
è imputata a coloro che lo fanno crocifiggere. Dietro la divinità
di Cristo non vi è una unanime preliminare demonizzazione. Sin dall’inizio
Gesù è proclamato innocente. La natura “inconsapevole” della
persecuzione emerge da un’invocazione di Cristo nel momento della sua crocifissione:
«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»
[209]. I persecutori che si
accaniscono ciecamente contro Cristo sono in balia della potenza mimetica.