.
4. Staccando l’ombra
da terra [210]
Dopo Il Vangelo
secondo Matteo, Pasolini cerca di sfuggire alla crisi ideologica che
sta attraversando con la leggerezza della parabola allegorica e del racconto
fiabesco e surreale. Tra il 1965 e il 1968, il regista gira Uccellacci
e uccellini, La terra vista dalla luna e Che cosa sono le
nuvole?, film accomunati dall’adozione di un registro interamente metaforico
che propone simboli legati al volo e al cielo. Uccelli, angeli e nuvole
rendono manifesto il desiderio di Pasolini di staccarsi da terra, dalle
proprie disillusioni, dall’incertezza circa il suo ruolo di intellettuale
“impegnato”. Le ali della poesia e della bellezza, tuttavia, si sciolgono
al sole della Dopostoria: persino nella parentesi leggera e idealmente
comica dell’opera cinematografica di Pasolini è dominante il tema
della morte.
.
4.1 Uccellacci e uccellini
Con Uccellacci e uccellini
ha inizio la breve ma fortunata collaborazione artistica tra Pasolini e
Totò. L’interesse del regista nei confronti del comico napoletano
ha tuttavia origini precedenti. Di questo interesse si può ritrovare
una traccia in un breve soggetto cinematografico intitolato La (Ri)cotta
[211], rimasto quasi sconosciuto
ai più. Pubblicato il 6 dicembre 1964 su «l’Unità»,
è il seguito ideale del quasi omonimo episodio di RoGoPaG
e presenta già i motivi e gli stilemi che caratterizzeranno Uccellacci
e uccellini. Il titolo polisemico del progetto evidenzia la continuità
con il cortometraggio sulla passione di Stracci giocando al contempo sul
doppio senso tra un secondo innamoramento e il rustico formaggio, presente
anche in questo caso con nuove valenze simboliche.
Il
«principe De Curtis» [212],
un potente capitalista milanese, rimane incantato dal candore di una bambina,
la figlioletta di Stracci, che chiede l’elemosina suonando il violino.
Deciso a salvare la piccola dalla miseria, il magnate dell’industria finisce
per subire un ricatto da parte degli altri figli di Stracci e per
essere interdetto dai suoi famigliari. Abbandonato da tutti, il «principe»
si trova a vagare per il fango e la polvere di una borgata come un barbone.
Morirà in fondo a una scarpata, circondato dai rifiuti, con la sola
compagnia di un cane che, «povero santo, mormora una preghiera (o
se questo dovesse suonare vilipendio alla religione, un elogio funebre
laico)». In questo bellissimo soggetto, Pasolini mette alla berlina
i suoi perniciosi detrattori e coloro che lo avevano accusato di vilipendio
alla religione di Stato per La ricotta [213].
Dello “scandaloso” film vengono rinnovati i temi e la ricchezza linguistica
ed espressiva anticipando molti degli sviluppi futuri che contraddistingueranno
i film realizzati insieme a Totò. Il soggetto, che non verrà
mai trasformato in film, è dunque il primo approccio al grande comico
napoletano da parte del coraggioso intellettuale, persone tanto diverse
quanto accomunate dalla grandezza della loro arte.
Nel maggio del 1965, Pasolini
pubblica su «Vie Nuove» altri tre soggetti cinematografici,
preludio alla realizzazione di Uccellacci e uccellini. Fin dalla
fase progettuale Pasolini sottopone le sue idee all’attenzione e al giudizio
dei lettori del settimanale comunista avviando con essi un confronto in
grado di superare le barriere tra autore e destinatari dell’opera. Pasolini
cerca di riformulare anche in questo modo il ruolo dell’intellettuale,
troppo spesso rinchiuso in uno sterile isolamento cattedratico [214].
L’aigle, il primo dei
tre soggetti latamente esopici, racconta dei vani tentativi da parte di
Monsieur Courneau, domatore del Grand Cirque de France, di addomesticare
un’aquila. Il protagonista della storia è ispirato a Michel Cournot,
un critico cinematografico francese che sulle pagine del «Nouvel
Observateur» aveva stroncato con veemenza Il Vangelo secondo Matteo
[215]. L’odiosa figura di Monsieur
Courneau incarna il razionalismo ottuso degli intellettuali occidentali,
incapace di comprendere appieno il cosiddetto “pensiero selvaggio”. Pasolini
critica l’arroganza etnocentrica dell’Occidente che, in nome di una missione
civilizzatrice, assimila ogni diversità ai propri parametri culturali.
L’aquila, muta e selvaggia,
rappresenta il Terzo Mondo, idealmente capace non solo di resistere alle
effimere lusinghe di una modernizzazione laica e borghese ma anche in grado
di liberare l’Occidente dal dispotismo della Dea Ragione e renderlo nuovamente
sensibile all’appello del sacro. Spazientito dall’indifferenza dell’aquila
verso i suoi sforzi pedagogici, Monsieur Courneau inveisce contro l’animale:
Il tuo silenzio
è inammissibile! Il tuo rapporto con me è scandaloso, scandaloso!
Il rapporto tra un uomo civilizzato e un essere preistorico deve essere
di dare e avere! Io ti do tutto! la cultura, la civiltà, il benessere,
tu dammi almeno la tua presenza! Mettiti in un rapporto dialettico con
me! [216]
Monsieur Courneau finisce per
palesare tutta la propria meschinità, la stessa di un colonialismo
culturale dal volto apparentemente pacifico che distrugge ogni alterità,
tutto ciò che sconvolge l’omologante sicurezza della razionalità
borghese.
Tutti così,
tutti uguali! Venite da posti miserabili, da nidacci zozzi, da villaggi
pieni di pulci e pidocchi, col fiume che straripa, con le cavallette che
vi mangiano anche quell’animaccia nera che ciavete [sic], tutto pieno di
cadaveri che puzzano, con gli stregoni che fanno i roghi, fetenti come
zingaracci, allattati da madri matte, mezze nude, col culo di fuori, tirati
su da padri con l’anello al naso, venite qui, trovate la pappa pronta
[…] e fate gli schizzinosi, i dignitosi, gli indipendenti! Puah!
[217]
Incurante della crescente esasperazione
del domatore, l’aquila persiste nel proprio silenzio fino a quando Monsieur
Courneu cade sfinito a terra. Solo allora, con fiero distacco, l’aquila
parla:
VOCE DELL’AQUILA
Volete proprio sapere quello che faccio?
[…] M. Courneau si rialza
a sedere guardandola come si guarda una divinità.
L’AQUILA
Prego! [218]
Monsieur Courneau non solo fallisce
nella sua impresa ma a poco a poco finisce per assumere la stessa espressione
e gli stessi atteggiamenti dell’aquila. Il domatore, ormai domato, fugge
dal circo e agitando le braccia come se fossero ali spicca il volo librandosi
nel cielo.
L’episodio condanna la tendenza
del pensiero borghese a negare ogni sacralità ma al contempo adombra
la sfiducia di Pasolini nelle possibilità dell’ideologia di “addomesticare”
la realtà. Attraversando una crisi drammatica, Pasolini cerca una
via d’uscita dalle strettoie teoriche del marxismo assecondando un sentimento
di necessità dell’irrazionale.
L’aigle venne girato
(ribattezzandolo in sceneggiatura L’uomo bianco) ma non fu inserito
in Uccellacci e uccellini come inizialmente previsto. Costretto
a tagliare alcune scene dell’episodio, che avrebbero reso eccessivamente
lungo il film, Pasolini non riuscì più a decidere che forma
dargli. Ancora insoddisfatto dopo diversi tentativi, risolse di eliminarlo
definitivamente.
Il secondo dei soggetti pubblicati
su «Vie Nuove» è Faucons et moineaux. San Francesco
invia Fra’ Marcello (Frate Ciccillo nel film) e Fra’ Ninetto a predicare
l’amore celeste a falchi e passeretti. Dopo varie difficoltà l’opera
di evangelizzazione è compiuta ma il successo non tarda a rivelarsi
illusorio. La lotta di classe fra i falchi-oppressori e i passeretti-oppressi
permane costringendo ad un ripensamento dei modi in cui si è cercato
di superare la «fatalità der monno». San Francesco esorta
i due frati a ricominciare la predicazione:
SAN FRANCESCO
Bisogna cambiarlo, er monno, frate Ciccillo: è questo che nun avete
capito! Andate, e ricominciate tutto, in lode del Signore! [219]
Il finale dell’episodio è
solo apparentemente consolatorio. Il lettore si rende conto di come lo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo non sia stato superato e l’ammonimento
del Santo abbia lasciato inevasa la questione su come agire per poter effettivamente
cambiare il mondo.
Nel terzo soggetto, Le
corbeau, Pasolini rappresenta in modo meno allegorico e più
esplicito la propria delusione ideologica e il proprio sentimento di fine
della storia. Marcello e Ninetto, padre e figlio, camminano lungo desolate
strade di periferia. Durante il percorso, i due si imbattono in un corvo
parlante che chiede amichevolmente di unirsi a loro come compagno di strada.
Il corvo non tarda a rivelarsi un verboso intellettuale marxista, sia pure
in crisi, sempre pronto a commentare in chiave ideologica ogni accadimento
con pungenti paternalismi. I tormenti dialettici del corvo finiscono per
esasperare Marcello e Ninetto, personaggi senza coscienza di se stessi
ed estranei alle trasformazioni storiche. Avvicinatisi al corvo, che continua
a parlare, parlare, confessando amaramente la sua crisi ideologica senza
speranza, gli tirano il collo, lo spennano e lo mangiano.
A partire da questo nucleo
progettuale, Pasolini decide di fare del terzo soggetto la storia portante
del film, inserendo al suo interno l’apologo francescano come una favola
raccontata dal corvo.
Uccellacci e uccellini
è una favola ideo-comica sul declino del marxismo degli anni ’50
che al contempo testimonia la profonda crisi individuale che il regista
sta attraversando. L’impasse di Pasolini è duplice e investe sia
le sue concezioni politiche sia le modalità espressive e stilistiche
da lui finora adottate. La delusione ideologica mette in discussione i
modelli rappresentativi con cui Pasolini ha descritto il mondo sottoproletario
delle borgate, che del resto sta scomparendo a causa della dilagante omologazione
neocapitalistica. Così come attraverso i vecchi parametri ideologici
non si riesce più a leggere e ad interpretare la nuova realtà,
il canone della verosimiglianza neorealistica non consente di rappresentare
gli uomini e le vicende della Dopostoria. Per questo Pasolini decide di
adottare la forma e la struttura della favola, astorica per definizione.
In una lettera aperta ai
critici milanesi [220], in
occasione dell’uscita di Uccellacci e uccellini, così scrive
Pasolini del suo film:
[…] non solo non
assomiglia ai miei film precedenti, ma non assomiglia a nessun film. Non
dico per la sua originalità – sarei stupidamente presuntuoso – ma
per la sua formula: che è quella della favola, col suo significato
riposto. Una favola che, come tutte, consiste in una serie di prove attraverso
cui gli eroi devono passare. I miei eroi, nella fattispecie, dopo simili
prove, non sembrano però ottenere nessun privilegio: né regni
né principesse. Non resta loro, dopo quelle prove, che affrontare
altre prove. Nessuna vera e propria favola era mai finita così!
Pasolini, che già da
tempo avverte i segnali di un’imminente sconfitta storica, si interroga
inoltre in maniera sofferta sul ruolo di guida dell’intellettuale politicamente
impegnato. Il mandato affidato a quest’ultimo di conoscere e trasformare
il mondo appare infatti esaurito o inefficace. Uccellacci e uccellini
è lo specchio di questi travagli. Attraverso il personaggio del
corvo, Pasolini confessa la sua sfiducia nella storia e nelle istanze palingenetiche
del marxismo.
Nel film Pasolini concentra
molte delle sue riflessioni restituendo poeticamente ciò che altrove
svilupperà in saggi o interventi giornalistici: l’innocenza delle
vittime della Storia borghese, il dominio del consumismo e la conseguente
omologazione culturale dell’umanità, il vitalismo del Terzo Mondo,
le aporie dell’intellettualità borghese.
Il film si apre in medias
res in un’aura vagamente beckettiana. Totò e Ninetto Innocenti
camminano lungo la strada di un’anonima periferia. Di loro non sappiamo
nulla: «Da dove vengono? È da tanto o è poco che sono
in cammino? Dove vanno? A vederli non si capisce, sono due come milioni
di altri, che nelle mattine di prima estate, vanno per le strade, verso
le loro mete» [221].
Il mondo epico e tragico di Accattone si è trasfigurato nello
scenario surreale in cui compaiono Totò e Ninetto, uno spazio desolato
fuori dalla storia in cui prende corpo la delusione ideologica del regista.
Tutto appare la sbiadita e paradossale sopravvivenza di qualcosa che è
scomparso. La toponomastica della borgata che la coppia attraversa lungo
il cammino suggerisce con nostalgica ironia la morte dei “ragazzi di vita”
di un tempo: «Via Benito La Lacrima Disoccupato, «Via Antonio
Mangiapasta Scopino», «Via Lillo Strappalenzuola Scappato di
casa a dodici anni».
I nuovi “pischelli” si dimenano
davanti al juke-box al ritmo di una musica assordante «come color
che un colpo al basso ventre / piega in avanti col sedere indietro, / e
furba beatitudine negli occhi» [222].
Nella sequenza del ballo fuori dal bar Las Vegas, Pasolini ironizza sugli
effetti dell’omologazione culturale consumistica sulle nuove generazioni.
I ragazzi, vestiti tutti più o meno allo stesso modo, eseguono in
batteria i medesimi passi di danza come degli automi. Poco tempo prima
di morire Pasolini tornerà a parlare dei giovani con tutt’altro
spirito:
I figli che ci circondano,
specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei
mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non
terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature
caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche
iniziazione barbarica, squallidamente barbarica. Oppure, sono maschere
di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà [223].
Uccellacci e uccellini,
pur realizzando in alcune scene l’aspirazione di Pasolini a un film comico
in stile chapliniano, risulta percorso da numerosi momenti ferali. Il tema
della morte è dominante. All’inizio del film, Totò e Ninetto
assistono al triste spettacolo del recupero dei cadaveri di due coniugi,
suicidatisi per disperazione. Per un attimo, la spensierata vitalità
della coppia cede il passo ad una dolorosa coscienza.
NINETTO
A pa’, a me me sa che la vita nun è niente…
TOTÒ
Pe’ forza… La morte è tanto [224].
Incalzato dall’ingenuo Ninetto,
Totò ha modo di esporre al figlio antiche verità filosofiche
che, inconsapevolmente, assumono una connotazione ideologica.
È morto un
ricco! Qui giace uno pieno de soldi! È morto er più ricco
der camposanto! Pensa un po’ che fregatura, pe’ llui! Beato er poveraccio,
che pochi hanno saputo ch’è morto… E scrivono: «È morto
UNO!
Avanti er secondo!». Per lui è ‘na salvezza morì! […]
E invece è tutto er contrario! Per uno ricco morì è
come pagà er conto alla vita: paga, ma ha preso. Invece al poveraccio
la vita nun j’ha dato niente, e lui paga uguale. Che fa er poveraccio?
Passa da ’na morte a ’n’altra morte! [225]
Ancora, il film è sostanzialmente
imperniato sulla morte dell’ideologia, di cui le immagini dei funerali
di Togliatti sono il simbolo. La scomparsa del segretario del PCI
rappresenta la fine delle speranze nel comunismo, della lotta di classe,
del sentimento della Resistenza. Infine la morte del corvo intellettuale,
incarnazione dello stesso Pasolini. Totò e Ninetto uccidono il saccente
corvo e lo mangiano senza rendersi conto di assorbirne in tal modo le qualità.
I due compiono un
atto di cannibalismo, quello che i cattolici chiamano comunione: ingoiano
il corpo di Togliatti (ossia dei marxisti) e lo assimilano; dopo averlo
assimilato proseguono per la loro strada, così che anche se uno
non sa dove la strada porta, è ovvio che hanno assimilato il marxismo
[226].
Il corvo-Pasolini è la
vittima sacrificale che viene mangiata. Le immagini dei resti del corvo
– penne, ossa, cenere? sconcertano per la tetra preveggenza del regista
della propria tragica fine.
La fine di tutte le speranze
comincia “allegramente” da questa favola piena di idee.
.
4.2 La terra vista dalla luna
Subito dopo l’uscita di Uccellacci
e uccellini, Pasolini manifesta una certa insoddisfazione nei confronti
del film rilevando come, rispetto alle intenzioni iniziali, in esso abbia
finito per prevalere il peso dell’ideologia sulla leggerezza della comicità,
il messaggio allegorico e i sottintesi politici a scapito della poesia.
Vedendo il film
per la prima volta ebbi la netta sensazione che il lato ideologico era
un po’ pesante, e cominciai a pentirmi di non aver fatto una cosa più
leggera, più fiabesca, perfino un film picaresco, magari, che sarebbe
potuto essere meno significativo dal punto di vista ideologico, ma più
ambiguo e misterioso, più poetico [227].
Anche Totò, pur lodando
il film, manifesta dubbi e perplessità in merito alle ambizioni
ideologiche di Pasolini, che finiscono per parlare più alla ragione
che al cuore.
Per la mia interpretazione
ho ottenuto a Cannes la menzione d’onore al Festival, dovrei essere ampiamente
soddisfatto; invece non lo sono. L’impegno guasta la comicità, la
battuta non è più spontanea, nasconde sempre un secondo o
un terzo o addirittura un quarto scopo ed allora lo spettatore è
costretto a pensare, ad individuare il messaggio, ad intendere il secondo
o il terzo scopo… e non si diverte più! [228]
Pasolini rimpiange di non essere
riuscito a conferire a Uccellacci e uccellini maggior grazia e leggerezza
e decide di realizzare un film surreale e fiabesco in grado di esaltare
appieno il carattere lieve e poetico della coppia formata da Totò
e Ninetto Davoli. Dirigerli è per il regista una vera gioia: «uno
stradivario e uno zufoletto: ma che bel concertino!» [229].
Pasolini recupera la traccia
di un racconto mai realizzato, Il buro e la bura, e la rielabora
aggiungendovi un inizio e una conclusione. Lo strambo racconto narra le
donchisciottesche disavventure di un padre e un figlio alla ricerca di
una donna che possa colmare il vuoto della moglie e madre appena defunta.
Nel film, la donna ha il volto bianchissimo e “lunare” di Silvana Mangano,
perfetta nei panni di Assurdina, personaggio etereo ed angelico. Totò
assomiglia al Sor Pampurio, amato personaggio del «Corriere dei Piccoli»
mentre Ninetto Davoli, che indossa dei jeans e una maglietta con sopra
scritto New York City, è lo stereotipo del giovane disimpegnato
ed edonista.
La
terra vista dalla luna [230]
è il primo film interamente a colori girato da Pasolini che ha modo
di sfruttare le stravaganze cromatiche per accentuarne l’atmosfera surreale.
I capelli di Ciancicato e
Baciù sono rossi, quelli di Assurdina verdastri; le catapecchie
della borgata sono dipinte con colori sgargianti.
Totò e Ninetto, che
nel finale di Uccellacci e uccellini – citando Chaplin –, si allontanano
di spalle lungo una strada senza fine che si perde all’orizzonte, ricompaiono,
nuovamente padre e figlio, in un territorio dal carattere onirico. Il mondo
ha perso completamente ogni riferimento, un terrain vague ancora
più astratto e rarefatto di quanto già non lo fosse la desolata
e anonima periferia del film precedente [231].
Come suggerisce il titolo
del breve film – ingiustamente considerato come un divertissement
d’autore, un’inutile appendice ad Uccellacci e uccellini –, le umane
vicende sono osservate e descritte da un punto di vista remoto da cui appaiono
assurde e risibili, insignificanti e addirittura inesistenti. Prima dell’inizio
del film, a mo’ di epigrafe, un cartello vistosamente colorato annuncia:
Visto dalla Luna,
questo film che si intitola appunto La terra vista dalla Luna non
è niente e non è stato fatto da nessuno… ma poiché
siamo sulla Terra, sarà bene informare che si tratta di una fiaba
scritta e diretta da un certo Pier Paolo Pasolini.
Ciancicato e Baciù sono
i personaggi assurdi di una storia realizzata a partire da uno storyboard
a fumetti. Anche la sceneggiatura, almeno inizialmente, risulta infatti
un mezzo espressivo troppo letterario per dare conto di una vicenda del
tutto slegata dalla realtà, una vicenda che si svolge in una post-realtà.
Con La terra vista dalla
luna, Pasolini abbandona radicalmente ogni prospettiva realistica insieme
ad ogni residua illusione ideologica. In una scena del film, Ciancicato
esprime tutta la propria disillusione che adombra quella del regista:
CIANCICATO
(facendo con una certa accorata solennità della filosofia)
[…] Noi semo polvere, fijo mio! I vermini già ce stanno a magnà!
La vita è un sogno. E l’ideali stanno qua!
E si batte con la mano,
tac tac, sotto la suola di una scarpa, avvilito [232].
Nel mondo stravagante e fantastico
di La terra vista dalla luna viene a cadere anche la dicotomia tra
vita e morte. Assurdina, pur morendo, continua a vivere poiché ogni
illusione di realtà è stata consumata. Tutto è già
avvenuto e ciò che un tempo era e poteva essere rappresentato come
tragedia assume il carattere di farsa. Il film finisce, ma la storia
è priva di una fine, la morte di Assurdina non dà un senso
alle vicende. L’episodio è un esplicito omaggio alle comiche mute
di Chaplin, verso cui Pasolini dichiara apertamente il suo debito. Nella
sequenza in cui Assurdina riassetta la baracca dei Miao (può ricordare
quella di La febbre dell’oro), tra le innumerevoli cianfrusaglie
spunta una fotografia di Charlot, che viene amorevolmente rimirata e custodita:
«questa, ovviamente, è la citazione chiave» [233].
La mimica e il silenzio prendono
il posto della parola. Assurdina è sordomuta e costringe i suoi
interlocutori a fare a meno del linguaggio verbale e ad esprimersi per
mezzo di gesti. Le sequenze più divertenti del film sono quelle
in cui Totò è costretto a dar fondo ad un improvvisato repertorio
di gesti per comunicare con Assurdina.
CIANCICATO
Tu sposata?
Lei non capisce.
CIANCICATO
Tu… pa-pa-papà… (intona la marcia nuziale infilando un immaginario
anello nel dito)
Lei non capisce.
Allora Ciancicato mima una
intera scena del matrimonio, facendo lo sposo, la sposa, il prete (tra
le risate di Baciù) [234].
Facendo di una sordomuta la
protagonista del film, Pasolini manifesta inoltre la sfiducia nelle potenzialità
espressive della parola. Alla logora convenzionalità del linguaggio
verbale si contrappone la pura espressività dell’immagine. Il mutismo
di Assurdina Caì è un dato allegorico che si inscrive nel
quadro di una ricerca linguistica, in sintonia con gli scritti sul cinema
di Empirismo eretico. È possibile instaurare un parallelo
fra ciò che Pasolini vede nel cinema e alcune caratteristiche del
linguaggio dei segni gestuali utilizzato dai sordomuti, che significativamente
è definito “linguaggio cinematica”. Secondo Oliver Sacks, questa
lingua
esprime di continuo
il corpo e l’anima del segnante, la sua identità umana unica. […]
La lingua parlata (e scritta) si è allontanata dall’iconicità:
essa può richiamare stati d’animo e immagini, ma non li può
ritrarre (eccetto che mediante ideofoni e onomatopee fortuite). Se la poesia
espressa dalla lingua parlata può sembrarci evocativa è soltanto
per le associazioni che suscita, non certo per un suo carattere descrittivo.
Il potere di rappresentazione diretta che hanno i segni non ha l’analogo
nel linguaggio vocale, né può esservi tradotto; d’altra parte
la lingua dei segni fa meno uso di metafore. Avendo conservato entrambe
le facce – quella iconica e quella astratta fra loro complementari – la
lingua dei segni può elevarsi alla massima astrazione e simultaneamente
evocare una concretezza e una verosimiglianza che le lingue vocali hanno
perso da tempo – e forse non hanno mai avuto [235].
Come non ritrovare in queste
parole l’eco delle riflessioni pasoliniane sul cinema come lingua scritta
della realtà? Sulla lapide di Assurdina leggiamo: «NUN
PARLAVA MAI, EPPURE DICEVA TUTTO!». La parola
è esautorata, il primo e principale dei linguaggi umani è
infatti l’azione: «in quanto rapporto di reciproca rappresentazione
con gli altri e con la realtà fisica» [236].
.
4.3 Che cosa sono le nuvole?
Il film è il racconto
di una popolaresca rappresentazione dell’Otello shakespeariano in
una versione per marionette. Prima che il sipario si alzi sul dramma della
gelosia, il regista indugia su alcuni manifesti che campeggiano nell’atrio
dello scalcinato teatrino di periferia in cui sta per cominciare la rappresentazione.
L’inquadratura offre una
esplicita testimonianza del progetto che Pasolini contava di realizzare,
una serie di episodi interpretati dalla coppia Totò-Davoli riuniti
poi in un lungometraggio che si sarebbe dovuto chiamare Smandolinate
o Che cos’è il cinema? [237].
I manifesti, riproduzioni di
quadri del maestro spagnolo Velázquez, annunciano una serie di spettacoli.
Su quello con Il nano Don Diego De Acedo, detto «El primo»,
leggiamo il titolo La terra vista dalla luna. Il cartellone giace
strappato sul pavimento poiché la “rappresentazione” ha già
avuto luogo. La riproduzione di Il principe Baltasar Carlos con un nano
reca la scritta Mandolini – in scena «domani» -
mentre quella del Filippo IV riporta il titolo Le avventure di
Re Magio randagio e il suo schiavetto Schiaffo – previsto «prossimamente».
Infine, sullo sfondo di Las meniñas viene annunciato l’imminente
Che
cosa sono le nuvole?
La simbolica citazione di
questo celeberrimo quadro è di fondamentale rilievo. Las meniñas
è l’emblema di ogni opera d’arte che rappresenta se stessa nell’atto
del suo farsi. L’autore, visibile e presente al suo interno, instaura un
rapporto diretto con coloro che osservano il dipinto. In Le parole e
le cose, uscito nel 1966, Michel Foucalt compie una penetrante analisi
dell’opera mettendone in luce la dirompente carica simbolica che deve avere
attratto Pasolini.
Dagli occhi del
pittore a ciò che egli guarda è tracciata una linea imperiosa
che noi osservatori non potremmo evitare: attraversa il quadro reale e
raggiunge, di qua dalla sua superficie, il luogo da cui vediamo il pittore
che ci osserva; questa linea tratteggiata ci raggiunge immancabilmente
e ci lega alla rappresentazione del quadro.
In apparenza, questo luogo
è semplice; è di pura reciprocità: guardiamo un quadro
da cui un pittore a sua volta ci contempla. Null’altro che un faccia a
faccia, occhi che si sorprendono, sguardi dritti che incrociandosi si sovrappongono.
E tuttavia questa linea sottile di visibilità avvolge a ritroso
tutta una trama complessa d’incertezze, di scambi, di finte. Il pittore
dirige gli occhi verso di noi solo nella misura in cui ci troviamo al posto
del suo soggetto. Noialtri spettatori, siamo di troppo.
[…] Veduti o in atto di
vedere? [238]
Già in Calderón
Pasolini aveva fatto riferimento al quadro di Velázquez insistendo,
in uno dei monologhi del secondo stasimo, sulla reciprocità tra
autore e spettatore, tra un “dentro” e un “fuori” dell’opera.
Sì, interroga
l’autore, coinvolto anch’esso
nel mondo della nostra ricchezza,
e, pur guardando da fuori
del quadro, ne è dentro! [239]
L’enigmatico Las meniñas
è considerato come uno dei primi esempi di mise en abyme
(o “struttura in abisso”), una particolare forma di rappresentazione tipica
del Novecento, simile a un gioco di scatole cinesi per cui all'interno
di una narrazione viene inserita un'altra narrazione, instaurando in tal
modo una relazione speculare tra la “cornice” e il contenuto.
All’iniziale citazione del
quadro di Velázquez è affidato il compito di rivelare l’idea
portante del film. Che cosa sono le nuvole? è infatti basato
su una struttura in abisso: il film di Pasolini (a) mostra la rappresentazione
(b) dell’Otello (c) da parte di una compagnia di attori-marionette,
manovrati da un burattinaio (d) [240].
Pasolini riesce poeticamente
a costruire un vertiginoso gioco di specchi in cui lo spettatore del film
vede al contempo gli attori-marionette recitare e coloro che nella platea
del teatro assistono alla popolaresca messa in scena. A loro volta gli
attori-marionette si rivolgono sia al pubblico del teatro sia allo spettatore
del film. Il processo di astrazione dalla realtà cominciato con
Uccellacci
e uccellini è qui portato alle estreme conseguenze. La vicenda
prende corpo in uno spazio isolato in cui la realtà filtra solo
debolmente attraverso il malinconico canto dell’immondezzaro che «viene,
prende i morti, e se ne va…» [241].
I protagonisti sono delle marionette
dalle fattezze umane che vivono il loro obbligato destino senza averne
piena consapevolezza, senza essere in grado di comprendere il misterioso
mondo esterno, quello «dove si va quando si muore» [242].
Che cosa sono le nuvole?
è una riflessione poetica sul senso dell’esistenza imperniato principalmente
sul rapporto tra la realtà e l’apparenza e su quello tra la vita
e la morte. È ancora la morte l’elemento al centro della rappresentazione
nei film di Pasolini. Nel corso di un’intervista, Pasolini ha modo di chiarire
il significato riposto di La Terra vista dalla Luna e di Che
cosa sono le nuvole?:
Qual è l’ideologia
di queste mie due farse? Non è molto comica a dire il vero (e infatti
gli italiani non ridono molto ai miei film comici): l’ideologia di fondo
è un’ideologia picaresca, la quale, come tutte le cose di pura vitalità,
maschera una ideologia più profonda, che è l’ideologia della
morte [243].
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