.
5. Estinzione del
sacro
Nei
turbolenti e magmatici anni a cavallo del 1968, Pasolini realizza alcuni
film che riflettono il suo punto di vista sulle condizioni storiche delle
società democratiche occidentali e in particolare di quella italiana
[244].
In modo come sempre provocatorio,
Pasolini non si abbandona ai facili entusiasmi per le lotte dei movimenti
studenteschi ma rimarca, in anticipo sui tempi, la crisi delle ideologie,
affrontata senza il ricorso a schemi ottimistici che tendono ad eluderla
o al formalismo delle neoavanguardie che la mistificano.
Pasolini inserisce l’inquietudine
che sottende le tematiche dei suoi film di quegli anni nel contesto di
alcuni movimenti artistici di contestazione che si erano diffusi negli
Stati Uniti intorno al 1965, in modo particolare quello della beat generation.
Questa corrente poetica e letteraria esalta la disperazione e, prima di
sboccare nella deflagrazione delle rivolte studentesche, in America e successivamente
in Europa, manifesta il dissidio verso le logiche imperanti della cosiddetta
società del benessere. Pasolini fa propria la lezione del movimento
poetico della beat generation e, attraverso i suoi film, compone delle
«poesie in forma di grido di disperazione» [245].
Nel grido dell’imprenditore
con cui si conclude Teorema, è evidente la continuità
con l’urlo, Howl, con cui Allen Ginsberg, qualche anno prima di
Pasolini, annunciò l’illusorietà dell’american dream.
Con Teorema (1968),
La
sequenza del fiore di carta e Porcile (1969), Pasolini punta
il dito contro i valori della civiltà borghese che rimuovono progressivamente
la dimensione religiosa dell’essere umano, portando ad estinguersi quel
sentimento del sacro, di cui il regista è tenace difensore. A coloro
che lo rimproverano, a torto, di essere un profanatore, Pasolini ribatte:
«Io difendo il sacro perché è la parte dell’uomo che
offre meno resistenza alla profanazione del potere, ed è la più
minacciata dalle istituzioni delle Chiese» [246].
Accantonata la speranza in
una umanità altra preservatasi in seno alla società borghese,
quella delle borgate, Pasolini manifesta con viva preoccupazione il cambiamento
epocale in corso, quello di una completa omologazione, secondo le logiche
borghesi, dell’umanità.
.
5.1 Teorema
L’arrivo di un misterioso
Ospite sconvolge la vita di una famiglia dell’alta borghesia milanese.
L’Ospite, che determina una crisi profonda in ogni membro della famiglia,
incarna l’irruzione del sacro nella loro arida vita borghese, regolata
da vuote convenzioni, e spogliata del senso religioso. Il giovane visitatore
esercita su di loro uno strano potere di seduzione che, attraverso il corpo
ed il sesso, li rivela a loro stessi, facendo prendere coscienza a ciascuno
di loro della propria autentica identità. Il rapporto sessuale assurge
a vero e proprio linguaggio.
Il titolo del film deriva dal
teorema che il regista vuole sottoporre a verifica, quello secondo cui
la borghesia è irredimibile. La sua enunciazione è affidata
ad alcune sequenze che fungono da prologo al film e gli conferiscono una
sorta di circolarità, anticipando l’esito del finale di una delle
vicende narrate.
Nelle prime immagini del
film, un intervistatore pone agli operai di una fabbrica la seguente domanda:
«Cioè l’ipotesi sarebbe questa, che del resto non è
originale: un borghese, anche se dona la sua fabbrica, in qualsiasi modo
agisce, sbaglia. È così?» [247].
In Teorema i dialoghi
sono ridotti drasticamente e la narrazione degli eventi è affidata
principalmente alle immagini. La funzione del vedere è centrale:
in parte anche come sfiducia nelle possibilità della parola, e con
essa della ragione illuministica della società borghese, che infatti
si riduce ad urlo nella parte finale del film.
Come rilevato da Hans Oranje,
la vicenda centrale di Teorema appare modellata sul calco di quella
delle Baccanti, in cui Dioniso giunge nella pólis
come Straniero gettandola in un caos distruttivo e catartico [248].
In merito alla tragedia euripidea,
René Girard compie una penetrante analisi che consente, attraverso
un confronto con essa, di indagare ulteriormente il significato del film
di Pasolini.
Il trionfo della violenza
che segue all’ingresso in città, sotto mentite spoglie, di Dioniso,
è ricondotto all’annullamento delle differenze innescato dal baccanale
rituale. Il rito dionisiaco, infatti, non sarebbe altro che una ripetizione
in forme attenuate della crisi sacrificale originaria innescata da conflitti
mimetici. Pacifica nelle intenzioni, la non-differenza dionisiaca è
suscettibile di scivolare rapidamente in una violenta indifferenziazione
che tutto travolge, disgregando le istituzioni e con esse l’intero ordine
culturale su cui la società si regge. Secondo Girard «Le
Baccanti si presentano anzitutto come un baccanale rituale» [249]
e «il baccanale che contempliamo non è altro che il baccanale
originario, ossia la crisi sacrificale» [250].
La crisi delle differenze delle Baccanti ha una sorta di corrispettivo
in una nuova e, per certi versi, non dissimile crisi delle differenze che
deriva dall’omologazione culturale del Nuovo Capitalismo.
Il visitatore, in Teorema,
ha una funzione speculare a quella del Dioniso euripideo, rendendo consapevoli
i membri della famiglia dell’indifferenziazione verso cui sono destinati
dalla loro adesione ai valori borghesi.
L’indignazione e
la rabbia contro la borghesia classica, come la si è sempre intesa,
non ha più ragione di essere dal momento in cui la borghesia sta
cambiando rivoluzionariamente se stessa, cioè sta identificando
tutto l’uomo al piccolo borghese. Ormai è tutta l’umanità
che sta diventando piccolo borghese [251].
Lo sguardo di Pasolini ha forse
il difetto di essere troppo ideologico, ma indubbiamente avverte il pericolo
insito in una totale “borghesizzazione” come preludio ad un nuovo innescarsi
di meccanismi vittimari di cui saranno costretti a fare le spese coloro
che sono portatori di una diversità. Addirittura, Pasolini arriverà
a parlare di genocidio. Pasolini nutre inoltre un nostalgico affetto nei
confronti delle società arcaiche, che si traduce in un pregiudizio
positivo nei confronti delle violenze che in esse venivano esercitate.
Nel corso di una intervista Pasolini afferma infatti che
[…] la barbarie
primitiva ha qualcosa di puro, di buono; la ferocia vi compare soltanto
in casi eccezionali. Comunque, più primitiva è, meno è
“interessata”, calcolata, aggressiva, terroristica… [252]
È ravvisabile in queste
considerazioni una sintonia con quanto esposto da René Girard circa
il misconoscimento dell’uccisione della vittima e la spontanea ripetezione
della violenza unanime polarizzata contro il capro espiatorio per scongiurare
la crisi di indifferenziazione.
A partire da uno dei suoi
film successivi, Porcile, Pasolini maturerà però la
sfiducia in tutte le società storiche. Così, nell’Abiura
alla Trilogia della vita, dirà che il crollo del presente implica
anche un crollo del passato.
All’interno del film è
significativa la lettura, fuori campo, di alcuni passi biblici: Un brano
dell’Esodo risuona sulle immagini di un deserto pietroso:
Dio fece quindi
piegare il popolo per la via del deserto [253].
Ancora fuori campo, mentre scorrono
immagini di deserto:
Mi hai sedotto,
Dio, e io mi sono lasciato sedurre. Mi hai violentato e hai prevalso. Sono
divenuto oggetto di scherno ogni giorno, ognuno si fa beffe di me. Sì,
io sentivo la calunnia di molti, terrore all’intorno: “denunciatelo, e
lo denunceremo”. Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: “forse si lascerà
sedurre, così noi prevarremo su di lui e ci prenderemo la nostra
vendetta su di lui” [254].
.
5.1a Servi e padroni
Uno dei temi più significativi
presenti in Teorema è dato dalla contrapposizione tra la
figura di Paolo e quella di Emilia. Pasolini esprime il suo giudizio morale
operando un confronto fra il percorso di conversione del padre-padrone,
che decide di donare la fabbrica di cui è proprietario ai suoi operai,
e quello della taciturna governante di umili origini contadine. Il giudizio
morale espresso da Pasolini è perentorio. Paolo, epitome di quella
borghesia tanto osteggiata dal regista, nonostante si spogli di tutti i
suoi beni – letteralmente denudandosi nella Stazione Centrale di Milano,
con netta memoria francescana –, compie un sacrificio che si rivela sterile
e lo porta a perdersi fra le sabbie di un deserto in cui risuona il suo
urlo disperato. Quod erat demostrandum, è la verifica del
teorema pasoliniano, esplicitato nelle parole iniziali dell’intervistatore
fuori dai cancelli della fabbrica: «un borghese, anche se dona la
sua fabbrica, in qualsiasi modo agisce, sbaglia». Per la borghesia
non esiste redenzione.
Diverso, invece, è l’esito
del sacrificio di se stessa di Emilia. Emilia è l’unico personaggio
capace di miracolo. Nel suo caso la perdita di se stessa, conduce alla
santità e produce i miracoli di cui sono testimoni e di cui beneficiano
gli umili contadini del borgo.
Emilia,
quando si fa seppellire dalla madre dice di non voler morire. In realtà
a noi sembra che Pasolini riproduca anche in questo caso quel meccanismo
per cui è solo con la morte che si genera la vita.
Una morte simbolica, anche
il tema musicale del personaggio di Emilia si chiama Per la morte di
un sax alto.
«Non aver
paura, non sono venuta qui per morire, ma per piangere… e le mie non sono
lacrime di dolore, no, saranno una sorgente… che non sarà una sorgente
di dolore…» [255].
Dagli occhi di Emilia sgorgano
lacrime che irrorano il brullo terreno, violentato dalle fauci di due enormi
scavatrici, mentre brutti palazzoni di nuova costruzione incombono alle
loro spalle. In questa immagine si condensano i sublimi e strazianti versi
della poesia Il pianto della scavatrice, che, significativamente,
«piange ciò che ha fine e ricomincia» [256].
Ma tra gli scoppi
testardi della
benna, che cieca sembra,
cieca
sgretola, cieca afferra,
quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,
così pazzo di dolore,
che, umano,
subito non sembra più,
e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,
rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati,
nuovo, uguale,
urlo che solo chi è
morente,
nell’ultimo istante, può
gettare
in questo sole che crudele
ancora splende
già addolcito da
un po’ d’aria di mare… [257]
Gli occhi come fonte di vita
evidenziano l’importanza della funzione del vedere su cui tutto il film
con pochissimi dialoghi è costruito. Gli occhi di Emilia sono un
simbolo dello sguardo del regista che attraverso il suo cinema coltiva
un motivo di speranza. Un sole splende alle spalle della madre di Emilia,
il sole sempre invocato da Pasolini, il sole grazie alla cui luce è
possibile il cinema.
.
5.2 La sequenza del fiore di carta
Con La sequenza del fiore
di carta, del 1968, Pasolini riprende il tema della colpevolezza dell’innocenza
che deriva dal non conoscere, già affrontato in chiave mitica in
Edipo
re. Dopo avere messo a fuoco questo tema ed essersi confrontato con
esso a partire dal contesto metastorico della tragedia sofoclea, il regista,
in questo cortometraggio, ne indaga i riflessi nella realtà storica
contemporanea.
Il
breve film, di poco più di dieci minuti, riprende la spensierata
passeggiata di Riccetto, lo scanzonato Ninetto Davoli, lungo Via Nazionale
a Roma. Il protagonista, amabile strafottente, scherza con coloro che incontra
lungo il cammino, beandosi di poter vivere alla giornata senza preoccupazioni
di sorta circa il lavoro o la famiglia. A un tratto, Riccetto si sente
chiamare dalla voce di Dio ma, come infastidito, non se ne cura e riprende
a trotterellare agitando davanti a sé un grosso fiore di carta.
Alla lunga carrellata a precedere
che riprende il passo danzante di Riccetto si sovrappongono in bianco e
nero le «immagini violente della cronaca e della storia contemporanea»
[258], guerre, campi di concentramento,
scontri durante manifestazioni. Incurante dei ripetuti ammonimenti di Dio
che lo esortano con sempre più insistenza ad aprire gli occhi sugli
orrori del presente, Riccetto prosegue lungo la strada fino a fermarsi,
visibilmente insofferente della pedanteria di quella ineludibile voce.
Ostinato a non volervi prestare ascolto, fingendo di non sentire il richiamo
di Dio, viene così fulminato dall’Altissimo.
Pasolini trae spunto per
questo breve apologo dalla parabola evangelica del fico sterile [259].
«Per il mio
episodio ho scelto l’innocente fico… ricorda, quando Cristo vuol cogliere
qualche fico, ma essendo marzo l’albero non ne ha ancora prodotto nessuno,
e Cristo lo maledice. A me quest’episodio è sempre parso molto misterioso
e se ne hanno parecchie interpretazioni contraddittorie. Il modo in cui
l’ho interpretato io è più o meno questo: vi sono momenti
della storia in cui non si può essere inconsapevoli; bisogna essere
consapevoli, e non esserlo equivale a essere colpevoli» [260].
La voce di Dio articola le proprie
considerazioni con toni che ricordano quelli del corvo di Uccellacci e
uccellini, i toni di Pasolini stesso.
È contraddittorio,
lo so, forse è anche insolubile, perché se tu sei un innocente
non puoi non esserlo, e se sei innocente non puoi avere coscienza e volontà.
Di’, a chi ha parlato Cristo,
il mio figlio, se non agli innocenti?
E perché? Perché
sapessero [261].
In La sequenza del fiore
di carta, però, è l’intellettualità chiacchierona
a sacrificare l’istintualità corporea, diversamente da quanto accade
nel film della coppia Totò-Davoli.
L’innocenza è
una colpa, l’innocenza è una colpa, lo capisci? E gli innocenti
saranno condannati, perché non hanno più il diritto di esserlo.
Io non posso perdonare chi
passa con lo sguardo felice dell’innocente tra le ingiustizie e le guerre,
tra gli orrori e il sangue [262].
Pasolini, così, diviene
vittima e carnefice di se stesso, il suo intelletto e il suo corpo fatti
morire in fasi successive.
Pasolini gira di nuovo a
Roma. Una Roma diversa da quella dei suoi film precedenti. Il regista sembra
avere seguito un percorso che, dallo sguardo partecipe sul mondo altro
della borgata e della periferia, l’ha condotto fino al centro della capitale,
a quella «sciatta strada di rappresentanza» [263]
che è via Nazionale.
Le mura che cingevano i ghetti
del sottoproletariato si sono sbrecciate sotto i colpi dell’omologazione
culturale e Riccetto si lascia condurre dal richiamo di un twist
per andarsi ad unire ad altri giovani piccolo borghesi in fieri.
Da campioni di un’innocenza
meritevole di essere difesa dal prepotere della borghesia, gli ingenui
sottoproletari divengono i più colpevoli in un mondo pieno di colpa.
Per Pasolini, fulminare Ninetto
corrisponde a fulminare la sua parte vitale, quella della «confidenza
col sole», quella del «trionfo dell’esserci», che non
ha bisogno di sovrastrutture culturali ma è puro desiderio. Di fronte
al dilagare del nuovo capitalismo e all’annichilimento dei valori del passato,
sacrificare questa parte di sé si rende necessario.
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5.3 Porcile
.
Oh, ne passeranno
ancora dei secoli nel bailamme della libera intelligenza,
della scienza umana e dell’antropofagia,
poiché, avendo cominciato a edificare
la loro torre di Babele
senza noi, andranno a finire coll’antropofagia!
[264]
.
[…] il padre teneva in funzione
costantemente questo ingranaggio
dell’esistenza, che implacabilmente
faceva il figlio a pezzi
[265]
.
Porcile, del 1969, condivide
con il precedente Teorema un’affinità ideale che deriva dalla
particolare congiuntura storica in cui anch’esso viene ideato e realizzato.
Il progetto originario, di cui
rimane traccia nella sceneggiatura, prevede la realizzazione di un film
in due parti tra loro autonome, un dittico dalla struttura lineare in cui
le vicende dei singoli episodi si sviluppino compiutamente, senza digressione
alcuna. Durante la lavorazione, però, Pasolini decide di scompaginare
l’ordine iniziale del film e, attraverso un magistrale uso del montaggio,
alterna e contrappone i due episodi, che così si succedono con continui
rimandi e chiarimenti di significato reciproci.
Il primo episodio ha inizio
in un’«arida campagna bruciata» [266]
nei pressi di un vulcano, luogo che ricorda da vicino il deserto in cui
si conclude Teorema. I due episodi risultano unificati, anche a
livello formale, dalla presenza di un personaggio simbolico, interpretato
da Ninetto Davoli, ormai assurto, peraltro insieme a Franco Citti, a precipuo
elemento lessicale del cinema di Pasolini. Quando appare nel primo episodio
lo vediamo danzare vicino al campanile, simbolo di quel potere confessionale
che detta la norma per il paese.
Il film rivela la sostanziale
continuità nel corso delle epoche della repressione da parte della
società dei suoi figli ribelli.
Anche in Porcile,
Pasolini suggerisce l’accostamento delle due vittime del film alla figura
Christi, secondo modalità espressive ormai consolidate. Nel
secondo episodio, in particolare, Julian è inquadrato, durante il
suo lungo stato comatoso, nella stessa posizione di Ettore, sofferente
sul letto di contenzione, in Mamma Roma. Posizione che richiama
esplicitamente quella del celebre Cristo Morto del Mantegna. I commenti
della madre ai piedi del capezzale di Julian sono rivelatori:
Eccolo qua, come
Cristo in Croce [267].
Anche i commenti del padre non
si discostano da questa identificazione:
Mi vengono le lacrime
agli occhi pensando a quel povero ragazzo crocifisso [268].
Anche nel primo episodio vi
sono indicazioni che portano a sovrapporre il personaggio del cannibale
con Cristo, anche se ad un primo sguardo possono sfuggire perché
messe in ombra dalla brutalità del personaggio. Al giovane cannibale
che si è consegnato nudo ai soldati vengono coperte le spalle con
un mantello e viene sottoposto a giudizio come Cristo davanti al Sinedrio.
Inoltre in sceneggiatura era previsto che ad assistere all’atroce messa
a morte del cannibale vi fossero delle donne, un evidente riferimento ad
una delle immagini della Passione di Cristo ripresa anche dal suo Vangelo
secondo Matteo.
Tra la gente che
guarda, ormai muta, ci sono, con le guance innocenti rigate di lacrime,
alcune donne: una ragazza, una bambina, con gli occhi celesti [269].
Il cannibale parla dopo avere
rifiutato di baciare il crocifisso che compare in primo piano in alcune
immagini e su cui si sofferma il regista con l’intento di dare significato
a questa immagine. Quella del barbaro appare come una possibile scandalosa
via alla santità.
L’impianto formale del secondo
episodio, adattamento della versione teatrale di Porcile, poggia
quasi interamente sul modulo dialogico della tragedia greca. Pur ambientando
le vicende nella Germania contemporanea, Pasolini non rinuncia a trarre
ispirazione dalla Grecia arcaica, di cui la tragedia è tra le più
alte espressioni. In modo particolare, va rilevato il costante ricorso
alla cosiddetta sticomitia, che della tragedia René Girard indica
essere l’elemento distintivo.
Se si dovesse definire
l’arte tragica con una sola frase, non ci sarebbe da menzionare che un
unico fattore: l’opposizione di elementi simmetrici. Non c’è aspetto
della vicenda, della forma, della lingua tragica in cui tale simmetria
non abbia un ruolo essenziale [270].
La perfetta simmetria della
disputa tragica si incarna, sul piano della forma, nella sticomitia in
cui i due protagonisti si rispondono verso per verso [271].
[…] l’oscillazione fondamentale
è quella che si osserva nella disputa tragica, o sticomitia, vale
a dire nello scambio ritmico di insulti e di accuse che costituisce l’equivalente
dei colpi alternati che si scambiano due avversari nella singolar tenzone
[272].
L’impiego da parte di Pasolini
della sticomitia corrisponde, nel secondo episodio, all’incessante dialogare
dei personaggi che si rispondono in modo serrato e, a livello visivo, nella
rappresentazione perfettamente simmetrica di forme, disposizione dei personaggi
nello spazio. La raggelata simmetricità che domina l’episodio borghese
ha un corrispettivo nel primo episodio nella lunga sequenza del combattimento
tra il cannibale ed il giovane soldato. Simmetria che suggerisce
identità, reciprocità.
La volontà di Julian
di non essere come suo padre, ossia dalla parte di coloro che mangiano
e, di conseguenza, di essere destinato a venire mangiato, trapela dal racconto
a Ida di un suo sogno:
Non è dunque
da meravigliarsi se allora durante la notte ho degli orribili incubi; ma
sono la cosa più sincera della mia vita. Non ho altro modo per affrontare
la realtà. Ho sognato poche notti fa che ero per una strada buia,
piena di pozze. Cercavo, lungo l’orlo del marciapiede, lungo quelle pozze
piene di una luce, come un’aurora boreale, o un tramonto siberiano qualcosa;
cosa? Non ricordo; forse un giocattolo. Ed ecco che sull’orlo dell’ultima
di queste pozze c’è un maiale, un maialino. Io mi avvicino a lui
come per prenderlo, per toccarlo; e lui allegro mi morde. Il suo morso
mi strappa quattro dita dalla mano destra, che però restano attaccate,
e non sanguinano, come se fossero di gomma. Io giro con queste dita penzolanti,
sconvolto da quel morso: una vocazione al martirio… chissà mai qual
è la verità dei sogni, oltre a quella di renderci ansiosi
della verità [273].
Il significato del sogno può
essere spiegato avvalendosi delle illuminanti considerazioni esposte da
Elias Canetti in Massa e potere. Analizzando i gesti che, nell’essere
umano, portano ad afferrare ed incorporare, l’autore mette in luce come
la mano intenta ad afferrare una preda formi un incavo entro il quale quest’ultima
viene stretta. Questo spazio è già la prefigurazione delle
altre cavità entro cui la preda verrà successivamente mangiata
e digerita, quelle della bocca e dello stomaco.
Se dunque è vero che
«per gli uomini la mano che non lascia la presa è un vero
e proprio simbolo di potere» [274],
si comprenderà facilmente come il sogno di Julian, oltre ad essere
un’anticipazione del suo destino, rimandi simbolicamente alla sua condizione
di uomo che sfugge alle logiche del potere.
Torniamo alle considerazioni
di Elias Canetti.
Vi è tuttavia
un secondo atto di potere, certo non meno essenziale anche se non così
fulgido. A volte si dimentica, sotto la grandiosa impressione suscitata
dall’afferrare, l’esistenza di un’azione parallela e pressoché altrettanto
importante: il non lasciarsi afferrare [275].
Pasolini, fugge alle fauci del
potere e fa in modo che i suoi film non vengano anch’essi divorati dall’industria
cinematografica, ormai asservita in qualità di medium della cultura
di massa.
Anziché tentare
un’opera eroico-popolare, la quale avrebbe rischiato di divenire sincrona
con un’opera tipica della cultura di massa (in quanto la nozione di popolo
è venuta a coincidere con la nozione di massa), ho cercato dei film
che reagissero a questo, che fossero difficili e quindi inconsumabili.
Mentre prima ero tentato di semplificare
i miei problemi, le mie problematiche, di dare loro un andamento epico
in modo che fossero consumabili, adesso punto sulla inconsumabilità
[276].
Ancora, in un altro intervento:
Come opporsi
al cinema come medium della cultura di massa? Facendo del cinema
aristocratico, inconsumabile, […] Uccellacci e uccellini, Teorema e Porcile
hanno voluto essere in consumabili [277].
A chi gli obietta che i film
in questione sono stati consumati, cioè hanno avuto successo, Pasolini
ribadisce che «sono almeno indigesti o addirittura indigeribili:
i consumatori li mettono in bocca ma poi li sputano, o passano la notte
col mal di pancia» [278].
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