5.4 La «Trilogia della
vita»
.
L’anima
è impoverita dal denaro;
ma ciò che conta
è il corpo;
la cui povertà
è garanzia di ricchezza –
e infatti egli porta
in dono la morte.
[…] il corpo è
col popolo
il corpo è col
popolo
il corpo è col
popolo.
[279]
.
L’esperienza di Appunti
per un’Orestiade africana costituisce nel percorso esistenziale di
Pasolini un momento di frattura. Il regista prende atto di come anche l’Africa
e, in generale, i paesi del Terzo Mondo siano ormai compromessi dalla stessa
«mutazione antropologica» che ha irrimediabilmente cambiato
le società affluenti. L’approdo della ricerca pasoliniana di società
non ancora corrotte dalle logiche del «Nuovo Potere» è
l’utopia: in “nessun luogo” [280]
è possibile trovare un’umanità altra che possa contrapporre
un diverso «progresso» allo «sviluppo» del neocapitalismo.
Agli ultimi appunti cinematografici
segue un lungo periodo di riflessione, il più lungo da quando ha
iniziato a fare il regista, dopo il quale, quando torna a girare, Pasolini
mostra di avere programmato e di voler intraprendere una svolta radicale.
Abbandonate definitivamente anche le ultime illusorie speranze palingenetiche
riposte nel “sottoproletariato” del Terzo Mondo, il regista dà forma
alla sua idea di popolo andando a ritroso nella storia.
Con
la Trilogia della vita, Pasolini estrae dal passato, poeticamente
ricreato, una sua caratteristica forma di vita contrapponendola polemicamente
a quella del presente. Il passato di cui sente nostalgia non è del
resto così lontano nel tempo; il rimpianto è rivolto al mondo
contadino pre-industriale e al mondo sottoproletario che ancora sopravviveva
in Italia nei primi anni Sessanta. In quel mondo, secondo Pasolini, i sentimenti
umani
non erano soffocati dalle logiche borghesi e, soprattutto tra il popolo,
si realizzavano meglio e più compiutamente.
Gli uomini del mondo tanto
rimpianto da Pasolini non vivevano un’età dell’oro ma la
cosiddetta età del pane. «Erano cioè consumatori
di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente
necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i
beni superflui rendono superflua la vita […]» [281].
Pasolini constata con dispiacere
ed irritazione come la nuova generazione di ragazzi, nei cui confronti
arriva a sentirsi padre [282],
sia triste, cupa, infelice. Il Nuovo Potere ha fatto tabula rasa della
cultura e dei valori del recente passato e ha imposto modelli di comportamento
nuovi, quelli del consumismo, a cui i giovani non riescono a corrispondere.
Decameron,
I
racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte rappresentano
un addio colmo di emozione.
Metto queste storie
in rapporto con il rimpianto che provo per la perdita del mondo di una
volta. Sono un uomo disincantato. D’altronde sono sempre stato ai ferri
corti con la società del mio tempo. L’ho combattuta, mi ha perseguitato,
ma mi ha dato anche il successo. Ora però non mi piace più.
Non mi piace il suo modo di esistere,
la sua qualità di vita. Per questo
rimpiango il passato. Alla mia età, a questo punto della mia vita,
penso che sia quasi un fatto convenzionale [283].
Con la Trilogia, Pasolini
sembra andare in direzione opposta rispetto al cinema “impegnato” degli
anni Settanta. Sono molti coloro che rimproverano al regista di avere abbandonato
le tematiche sociali dei suoi film precedenti e di essere passato dalla
realizzazione di opere «inconsumabili» ad opere di largo consumo.
Dell’ipotetico detrattore che lo accusi di avere rinnegato il proprio impegno
sociale, Pasolini asserisce fuori dai denti
Che è uno
stronzo. Pigro. Non riesce a capire che i film più ideologici della
mia vita sono proprio questi tre. Tutto me stesso, quello che amo e quello
che non amo, quello che vorrei che fosse e vorrei non fosse, è concentrato
in essi [284].
D’altronde, lo stesso Pasolini,
con la solita lungimiranza, aveva previsto un probabile fraintendimento
della sua “svolta”, meglio, l’incapacità di comprendere appieno
l’autentico messaggio della Trilogia. Tale previsione è poeticamente
condensata in una scena del Decameron che vede protagonista lo stesso
Pasolini nei panni di un pittore, «il migliore allievo di Giotto».
Insieme con alcuni accompagnatori, l’artista sta recandosi a Napoli per
affrescare la Chiesa di Santa Chiara. Sorpresa da un temporale, la compagnia
si ferma presso il precario riparo di un contadino, che attende seraficamente
che smetta di piovere. Il gruppo di viaggiatori riceve da quest’ultimo
dei rozzi indumenti di fortuna che offrano protezione dall’incessante acquazzone.
L’allievo di Giotto e uno dei suoi accompagnatori, abbigliati in maniera
così inusuale, si osservano divertiti, ridendo della propria ineleganza
e goffaggine. Il compagno di viaggio si rivolge al celebrato pittore-Pasolini
con queste parole:
Maestro… tu credi
che se ci venisse incontro un forestiero che non ti conoscesse, e ti vedesse
combinato così… potrebbe mai pensare che tu sia uno dei più
bravi pittori del momento…? [285]
La Trilogia è
percorsa da un Leitmotiv musicale costituito dall’antica canzone napoletana
Fenesta
ca’ lucive. Pasolini considera il testo della canzone una delle espressioni
più alte della poesia popolare e ad esso riserva un posto d’onore
nelle sue raccolte poetiche [286].
Il celebre motivo risuona sin dal primo film del regista: in Accattone
è foriero di oscuri presagi e anticipa, nel suo tono funereo, le
violenze del gruppo di malavitosi napoletani. A distanza di tempo Fenesta
ca’ lucive ricompare nei primi due film della Trilogia, lasciando
trasparire in essi un senso di morte.
La canzone si rivela come
momento di rievocazione nostalgica e se il suo impiego in Decameron
può apparire circoscritto al vagheggiamento della città natia
(«Napoli, Napoli mia! Soltanto chi ti perde ti vuol bene…»),
in I Racconti di Canterbury suggerisce un latente sentimento di
tristezza. Il passato è ormai destinato ad essere solo ricordo per
l’impossibilità di rivivere una realtà distrutta dal neocapitalismo
e dall’omologazione da esso promossa.
È significativo rilevare
come nei tre film della Trilogia, il personaggio interpretato da
Ninetto Davoli (rispettivamente: Andreuccio, Perkin il Festaiolo e Aziz)
sia vittima di crudeli beffe e punizioni che minano la sua innocenza, la
sua gioiosa e corporale vitalità. Ricordiamo che Ninetto era già
stato fulminato da Pasolini al termine di La sequenza del fiore di carta.
La Trilogia può
essere considerata una sorta di oblio del presente e in essa infatti ritroviamo
Ninetto, tuttavia, pur nella sua sospensione e leggerezza, risulta percorsa
da fosche premonizioni e il regista sembra designare lo scanzonato personaggio
come vittima sacrificale punita per la sua gaudente leggerezza. Nel Decameron,
illudendosi di poter rimediare un incontro galante finisce immerso in una
vasca di escrementi; nei Racconti di Canterbury dopo avere sognato
una danza con splendide fanciulle nude viene messo alla gogna; nel Fiore
delle Mille e una notte viene addirittura evirato. È questa
l’altra faccia della leggerezza della Trilogia che in qualche modo
anticipa Salò; non è certo un caso che nel suo ultimo
film Pasolini non abbia fatto recitare il suo amato compagno.
Il rimpianto di Pasolini
per un passato ormai perduto assume il carattere di un regresso verso l’illimitata
oscurità del grembo materno. Questo dato emerge in due episodi dei
primi due film della Trilogia. Ciappelletto morente si confessa,
e accorato dice:
Sappiate che quando
ero piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia!
[…] La mamma mia dolce,
che mi ha portato in corpo nove mesi, il giorno e la notte. Per nove mesi
mi ha portato in corpo [287].
Non è un caso che proprio
prima di morire Ciappelletto invochi la madre, suggerendo quasi il desiderio
di voler tornare nel suo grembo. A differenza del testo boccaccesco la
beffa cede il posto ad una disperazione troppo ben recitata per non avere
una radice di dolore autentico che coglie Ciappelletto nel momento della
morte. Il sacrificio non è pienamente carnevalizzato e la scena
risulta nel finale autenticamente drammatica. La maschera di Ciappelletto
arriva a sovrapporsi a quella di Accattone, entrambi impersonati da Franco
Citti. Riecheggia la celebre battuta «Aaaah… Mo’ sto bene!»
con cui si concludeva il primo film di Pasolini.
Come Ciappelletto in Decameron,
così il vecchio Morte nei Racconti di Canterbury:
Ed io, come un prigioniero
senza pace, vado battendo dal mattino alla sera col bastone sulla terra,
dov’è la porta per andare da
mia madre e dico: Cara madre, fatemi
entrare! Guardate come si consuma la mia carne, e il mio sangue,
e la mia pelle! Ahimè, quando avranno pace le mie ossa? […] [288]
La Trilogia della vita
costituisce il simbolico allontanamento di un amaro calice sacrificale.
L’impiego di elementi ritardanti corrisponde ad una dinamica tipicamente
pasoliniana [289] e trova un
ideale corrispettivo nell’incessante narrare di Shahrazàd
che procrastina la sua atroce messa a morte. Dopo la Trilogia ci
sarà la discesa nell’inferno di Salò o le 120 giornate
di Sodoma, l’ultimo film di Pasolini, quello più tragico e terribile.
.
5.4a Il Decameron
La vita di Pasolini può
a buon diritto essere considerata, non solo metaforicamente, un lungo viaggio,
nel corso del quale il regista ha stretto vincoli di affetto con alcuni
luoghi in particolare. Limitandoci al contesto nazionale, insieme con Casarsa
– legata alla sua giovinezza e all’amore per la madre –, e con Roma e le
sue borgate, Pasolini ha nutrito una speciale predilezione, soprattutto
negli ultimi anni della sua vita, nei confronti di Napoli.
Napoli, insieme ai napoletani
e al loro dialetto, è la vera protagonista del Decameron
e la scelta di ambientare le novelle di Boccaccio nella città partenopea
ha esplicite valenze ideologiche.
Ho scelto Napoli
per il Decameron perché Napoli è una sacca storica:
i napoletani hanno deciso di restare quello che erano, e, così,
di lasciarsi morire: come certe tribù dell’Africa, i Beja, per esempio,
nel Sudan, che non vogliono avere rapporti con la nuova storia, e si lasciano
estinguere, relegati nei loro villaggi, fedeli a se stessi, autoescludendosi.
I napoletani non possono fare proprio questo, ma quasi [290].
Per il “corsaro” Pasolini, Napoli
è un’isola che ancora riesce ad opporsi agli attacchi del potere
neocapitalistico, alle logiche del consumismo, alla fantasmagoria di merci
diffusa dalla televisione e alla lingua svilita da questo mezzo e resa
inespressiva.
Ho scelto Napoli
non in polemica contro Firenze, ma contro tutta la stronza Italia neocapitalistica
e televisiva: niente Babele linguistica, dunque, ma puro parlare napoletano.
Non si tratta tuttavia di film dialettale. Il napoletano è la sola
lingua italiana, parlata, a livello internazionale [291].
La
Napoli di Pasolini, «ultima metropoli plebea» [292],
è un luogo mitico che ricorda per molti aspetti le borgate romane
degli anni di Accattone.
Tra i ragazzi di vita e Gennariello
è possibile individuare una contiguità linguistica all’insegna
dell’espressività, della continua invenzione, dell’originalità.
l Decameron, e con
esso la Trilogia della vita, si apre con una morte violenta. Al
festoso frastuono della canzone che accompagna i titoli di ingresso del
film seguono bruscamente delle strazianti grida di dolore. Ciappelletto
uccide barbaramente un uomo, bastonandolo e colpendolo con un pesante masso.
Il cadavere viene rinchiuso in un sacco e fatto poi precipitare da una
rupe.
La scena si conclude riprendendo
Ciappelletto che, con spietata soddisfazione, sputa nel precipizio all’indirizzo
del malcapitato.
Questo inizio così
drammatico è sintomatico della centralità della morte, apparentemente
taciuta, all’interno di una trilogia programmaticamente imperniata sulla
vita, soprattutto nelle sue manifestazioni legate all’eros e al corpo.
A fare da contraltare all’esibizione
dei corpi nudi e alla rappresentazione di un sesso gioioso che si fa beffe
dei condizionamenti morali imposti dalla società è la religione
in quanto istituzione, dal carattere bigotto e frustrato.
Si pensi alle numerose dissacrazioni
presenti all’interno del film: dalla sottrazione dei sontuosi paramenti
del cardinale appena morto nell’episodio di Andreuccio, al convento in
cui un gruppo di suore si abbandona ai piaceri carnali rompendo con allegra
leggerezza il voto di castità.
Ancora, l’allievo di Giotto,
alla tavola dei religiosi di cui è ospite, anziché farsi
il segno della croce si gratta la testa. Don Gianni è un prete che
approfitta dell’ignoranza di una coppia di coniugi per soddisfare le proprie
voglie. Si potrebbe continuare. Ciò che va rilevato è che
se da un lato Pasolini può prendere di mira il «senso di religiosità
da sagrestia» [293] dell’istituzione
Chiesa al tempo stesso è consapevole che proprio grazie a questa
era possibile un’espressione sessuale autentica.
Io penso che durante
l’età cosiddetta repressiva il sesso era una gioia perché
avveniva di nascosto ed era un’irrisione di tutti gli obblighi e i doveri
che il potere repressivo imponeva.
.
5.4b I racconti di
Canterbury
Il secondo film della Trilogia
prolunga con nuovi racconti, «raccontati per il solo piacere di raccontare»,
il felice intrattenimento iniziato con il Decameron, riprendendone
sostanzialmente gli stessi temi.
Il film si apre inquadrando
un uomo che canta con accento anglosassone Fenesta ca’ lucive.
La canzone napoletana funge da trait d’union con il precedente lungometraggio
e, insieme alla fugace apparizione del novelliere di Boccaccio tra le mani
di Pasolini-Chaucer [294],
segnala la continuità del discorso del regista, il suo vivo desiderio
di continuare a raccontare, variando spazi e visioni.
Pasolini, che per un disguido
[295] si era trovato a recitare
nel Decameron nei panni dell’allievo di Giotto, nei Racconti
di Canterbury riserva a se stesso il ruolo di Chaucer. La peculiare
presenza dell’autore all’interno del film mette in luce come l’opera non
sia solo una mera interpretazione del testo di Chaucer, ma sia anche frutto
della reinvenzione di Pasolini.
Allo scrittore inglese è
più caro assopirsi e sognare che scrivere, quasi assecondando il
pensiero del Decameron, «perché realizzare un’opera,
quando è così bello sognarla soltanto?…». La moglie
lo desta bruscamente e lo richiama all’impegno del lavoro, quello di scrivere
storie. L’aspetto di Chaucer-Pasolini quando sogna è pacioso, secondo
la leggerezza programmatica della trilogia della vita. Ma dentro questi
sogni si agitano cupe visioni.
Le ricorrenze tematiche
dell’esibizione di corpi nudi, delle scene di sesso e della latente presenza
della morte vengono estremizzate. Sesso e morte si fondono inoltre sotto
il segno della scatologia, enfatizzandone gli aspetti repellenti, disgustosi,
sconci. La frenesia dei corpi diviene preponderante e rispecchia il disordinato
mutamento in corso della società. Il linguaggio del corpo si fa
più greve e si giustappone alla bassezza dei sentimenti della società
descritta. Dominano gli appetiti sessuali, peti, rutti, e una fame ferina.
Anche il tema della morte
si fa più esplicito. Non c’è episodio in cui non via sia
qualcuno che muore.
Si evidenziano nel film la volgare
violenza del potere, il carattere laido della ricchezza con accenti che
dipingono un mondo venato dalla putrefazione e dal disfacimento. Come osservato
da Pasolini:
Chaucer si colloca
a cavallo fra due epoche. Ha qualcosa di Medievale, di gotico: la metafisica
della morte. […] Chaucer presagisce tutte le vittorie, tutti i trionfi
della borghesia, ma ne presenta anche il marciume [296].
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5.4c Il fiore delle
Mille e una notte
Il film è tratto da
Le
mille e una notte, «opera che fonda il dilemma tra vivere e raccontare,
risolto nel raccontare per vivere così conquistando, col racconto,
l’eternità» [297].
A differenza degli altri
episodi della Trilogia scompare l’esibizione esplicita dell’autore.
Inoltre, la fuga dall’ordine del presente non è più soltanto
temporale ma anche spaziale. Il racconto è ambientato in un Oriente
in cui i personaggi parlano diversi dialetti dell’Italia del Sud.
Se in Decameron e,
soprattutto, in I racconti di Canterbury, il sogno erotico è
venato di motivi ferali e in più occasioni appare prossimo a rovesciarsi
in incubo, in Il fiore delle Mille e una notte l’utopia di un sesso
liberato dalle inibizioni culturali borghesi acquista maggiore solarità
e leggerezza. L’elemento onirico è fondamentale e determina la struttura
narrativa del film.
I racconti dei diversi personaggi
fluiscono liberamente l’uno dentro l’altro, alternandosi e sovrapponendosi
come in un sogno. La ricerca dell’amore è il filo conduttore delle
numerose storie narrate, un tema con cui il regista ha modo di esprimere
l’attuale condizione di separazione tra gli uomini dovuta alla progressiva
assolutizzazione dei modelli culturali borghesi. Nel corpo e nell’eros
Pasolini riconosce la residua sopravvivenza delle possibilità umane
presenti nella cosiddetta età del pane, di cui rimpiange
il tramonto.
Come già aveva scritto
in gioventù in una lettera all’amico Franco Farolfi: «Il corpo
nudo è il più vero, e il suo abbraccio è l’unico ponte
che possa essere gettato nell’abisso della solitudine che ci divide l’uno
dall’altro» [298].
Si spiega così perché
l’esibizione di corpi nudi abbia tanta importanza nella Trilogia
e in particolare in Il fiore delle Mille e una notte nel cui sogno
i ragazzi di vita pasoliniani riescono ancora a sorridere prima di precipitare
nell’inferno di Salò.
Il film è un inno
alla leggerezza la cui ideologia è definita dalla frase che Aziza
suggerisce ad Aziz salvandolo dalla morte: «La fedeltà è
un bene, ma è un bene anche la leggerezza». In questo passaggio,
Pasolini ha operato un intervento sostanziale, rovesciando puntualmente
il testo arabo di riferimento che recita: «La fedeltà è
un bene, la leggerezza è un male».
In questa prospettiva si
dispiega anche il tema dell’eros omosessuale, vissuto in modo libero e
senza sensi di colpa.
Sebbene Il fiore delle
Mille e una notte possa essere considerato il testamento positivo di
Pasolini, va rilevato come in esso non manchino, comunque, motivi funesti.
L’ossessiva idea della morte non è del tutto allontanata dall’orizzonte
degli eventi e ritorna anche in questa sognata “sospensione del presente”.
La morte e la violenza fanno
corpo con la gioia e la spensieratezza e il sesso, in diverse circostanze,
risulta tutt’altro che leggero, tra castrazioni e continui pericoli.
.
5.5 Salò o le 120 giornate
di Sodoma
L’ultimo
film di Pasolini si rifà all’opera maggiormente nota del “Divino
Marchese” di Sade, Les 120 Jours de Sodome ou L’Ècole du libertinage,
testo scritto nell’autunno del 1875 durante la prigionia del suo autore
alla Bastiglia e pubblicato solo nel 1904. Nel libro vengono classificate
ben seicento perversioni sessuali, metodicamente sistematizzate secondo
un criterio basato principalmente sul ricorso ossessivo del modulo quaternario.
Quattro “Signori”, che costituiscono
un campione delle figure tipiche della borghesia – in particolare di quella
erede dei privilegi dell’aristocrazia feudale –, organizzano un’immane
orgia durante la quale farsi raccontare da quattro prostitute una lunga
sequenza di perversioni. Dopo essersi procurati otto ragazze, otto ragazzi,
otto uomini e quattro serve, i quali costituiscono i loro “strumenti” di
piacere, i Signori si riuniscono nel castello di Selling dove viene statuita
una particolare condotta di vita. Tutto è minuziosamente predisposto
e fissato in un regolamento sottoscritto dai quattro Signori, e fra gli
innumerevoli precetti è compreso quello di non nominare Dio. Il
programma dei depravati libertini prevede inoltre, accanto all’abuso sessuale,
la ricorrente uccisione di alcuni dei prigionieri ed un massacro conclusivo
al termine del “licenzioso soggiorno”.
Il film di Pasolini non è
strettamente aderente al racconto del Divino Marchese, che dell’enciclopedia
illuminista costituisce, idealmente, la voce psicopatologia sessuale. Il
regista, infatti, pur mantenendone lo schema di fondo, vi apporta alcune
importanti modificazioni. Il maggiore scostamento rispetto al testo di
Sade consiste in una diversa collocazione temporale e di luogo. Le vicende
rappresentate da Pasolini avvengono infatti nella Repubblica di Salò,
tentativo dello Stato Fascista di sopravvivere oltre la propria sconfitta.
Un cartello all’inizio del film fornisce indicazioni precise sul luogo
e il tempo in cui si svolgono i fatti mostrati: «1944-45 – nell’Italia
Settentrionale – durante l’occupazione nazifascista».
Salò non è
tuttavia un film sulla R.S.I.. I puntuali riferimenti spazio-temporali,
pur designando i confini di un’epoca e di un luogo reale, rinviano ad un
fascismo inteso in senso più vasto, di cui Pasolini denuncia già
da tempo l’incontrastato dilagare.
Le narratrici del film non sono
quattro come nell’opera di riferimento ma tre. A loro si aggiunge una quarta
figura che però non racconta nulla e accompagna al pianoforte i
racconti delle signore Vaccari, Maggi e Castelli.
Inoltre, Pasolini sovrappone
al racconto sadiano la Divina Commedia di cui viene ripresa terminologia
e struttura. Il film è complessivamente diviso in quattro parti
(recuperando in questo modo il numero “magico” adottato dal Marchese):
ad un prologo denominato Antinferno si affiancano tre sezioni chiamate
rispettivamente Girone delle manie, Girone della merda, Girone
del sangue.
Il Castello di Selling è
sostituito da una villa decadente. È questa l’ultima apparizione
di un edificio già visto in Teorema e Porcile. La
villa, in Salò, non è più solo abitazione-tipo
della borghesia, ma è un luogo che isola e allude agli spazi chiusi
del ghetto e del lager.
La sala delle orge costituisce
una sorta di teatro delle turpitudini. Sul palcoscenico di questo teatro
le narratrici, con atteggiamenti da dive dell’avanspettacolo, raccontano
le perversioni di uomini a cui si sono prostituite. La scalinata sul fondo
della sala e l’accompagnamento di una pianista contribuiscono a creare
un’atmosfera da macabro cabaret. Il centro della sala è inoltre
occupato da un lungo tavolo, un simbolico altare sacrificale che rimarca
la rituale immolazione delle giovani vittime nella villa delle sevizie.
Salò rappresenta
una sfida alle possibilità di confrontarsi con ciò che è
crudele, eccessivo. Uno degli aspetti più inquietanti del film è
dato dal suo voler mostrare con raggelante obiettività, con scarse
aperture al giudizio da parte dell’autore.
Salò
è un film sull’anarchia del potere ed è, nelle intenzioni
del regista, una grande metafora. Carnefici e vittime condividono ormai
gli stessi codici espressivi e dunque non esiste più innocenza.
La verità della sopraffazione si inabissa nell’indistinzione tra
il Potere e la massa. In questo senso va intesa la scandalosa asserzione
della complicità tra aguzzini e vittime in un rispecchiamento
che rivela come la corruzione abbracci tutti. Nelle stanze della villa
è quasi sempre presente un certo numero di specchi, un simbolo fin
troppo ricorrente della specularità tra chi subisce la violenza
del potere, ad esso congenita, e chi il potere, al suo massimo grado, oltraggioso
e senza limiti, lo esercita. Gli specchi moltiplicano l’orrore e irretiscono
lo sguardo dello spettatore nel loro infinito riflettersi, un abisso senza
vie di fuga.
Nel film non mancano, comunque,
significativi episodi di ribellione. L’uscita dalla barbarie, il rifiuto
di rimanere all’interno dell’orizzonte dei persecutori, legittimando in
questo modo il loro folle disegno, comportano la morte. In Salò,
due dei gesti più radicali di insubordinazione tradiscono il residuo
attaccamento di Pasolini all’idea comunista, unica forza ancora potenzialmente
in grado di contrapporsi all’inferno neocapitalista.
Fatto prigioniero, Ferruccio,
giovane di «una famiglia di sovversivi», tenta la fuga mentre
viene tradotto alla villa. La sua corsa disperata si conclude nel sangue
lungo il greto di un fiume.
Ezio, sbiadito collaborazionista,
quando viene sorpreso a fare l’amore con una serva, affronta la morte con
atteggiamento virile ergendo il pugno chiuso. Il suo gesto turba profondamente
i quattro Signori lasciandoli per un attimo incapaci di reagire. Al loro
iniziale sbigottimento segue una reazione feroce ed Ezio muore orrendamente
crivellato.
Le azioni dei due giovani
restano comunque atti individuali che evidenziano la scomparsa della solidarietà
tra gli oppressi. La ribellione di Ferruccio e di Ezio è senza speranza.
Nel Girone della merda,
dove le nefandezze sono all’insegna dell’analità e si discute sul
valore del gesto sodomitico, i prigionieri sono costretti a mangiare i
propri escrementi. Oltre alle implicazioni strettamente psicopatologiche
legate all’atto di cibarsi di ciò che viene espulso dal proprio
corpo, Pasolini condensa nelle scene di scatofagia l’idea di una società
che si nutre compulsivamente di rifiuti, cibi artificiali ormai del tutto
alieni dal ciclo naturale. Pasolini, gettando un po’ di luce su alcune
sequenze del “misterioso” Salò, afferma:
[…] c’è soprattutto
il pensiero che in realtà i produttori costringono i consumatori
a mangiare merda: il brodo Knorr, oppure i biscotti Saiwa, sono merda.
Questo nel film non risulterà, perché è un mistero.
Ma è chiaro che io mentre giro lo penso; non so se poi verrà
fuori o no [299].
Uno dei nuclei tematici del
film è legato al personaggio di Renata. Nel corso della selezione
iniziale, i quattro Signori apprendono da una delle maitresse che la madre
della ragazza è precipitata in un fiume nel tentativo di sottrarre
la figlia dalle mani dei repubblichini. Di fronte allo sgomento di Renata,
i Signori non sono mossi da alcuna pietà e manifestano un’insana
eccitazione. Il ripetersi del pianto sconsolato della ragazza, nel corso
del film, porterà il Duca Blangis a dichiarare in preda all’orgasmo:
«Possano essere maledetti i miei occhi se questa lagna non è
la cosa più eccitante che io abbia mai udito» [300].
Non occorre ricordare quanto la figura materna sia cara a Pasolini [301].
L’indifferenza nei confronti del dolore di Renata per la perdita della
madre è un’ulteriore indicazione del carattere abominevole dei carnefici.
Nel Girone della merda,
la Signora Maggi e il Duca affermano orgogliosamente di avere entrambi
ucciso le proprie madri. Il discorso pronunciato dall’efferato libertino
è l’epitome simbolica del delirio di Salò.
È follia
supporre che si debba qualcosa alla propria madre. Dovremmo esserle grati
perché ha goduto mentre qualcuno la possedeva una volta? Questo
dovrebbe bastare, a dire il vero. Ricordo che tanto tempo fa avevo anch’io
una madre che destava in me gli stessi sentimenti che lei provava per la
sua. Appena fui in grado di farlo la mandai all’altro mondo; mai in vita
mia ho provato un piacere più sottile di quello che conobbi quando
chiuse gli occhi per l’ultima volta… [302]
L’annientamento del principio
generatore materno insieme all’esaltazione del gesto sodomitico come atto
sessuale non procreativo corrispondono alla cancellazione di passato e
futuro. La vita finisce, la storia finisce. È il trionfo dell’Irrealtà.
Il film è attraversato
dall’ossessivo ripetersi di riti e cerimoniali. Tra questi ricorre con
particolare frequenza e rilievo quello del matrimonio, deturpato e svuotato
del suo valore dai quattro Signori. Nel prologo del film, ciascuno dei
Signori, prima di cominciare la turpe impresa, sposa la figlia di uno dei
suoi sodali; viene stretto in tal modo un simbolico vincolo di sangue tra
i carnefici.
Nel Girone delle manie
il matrimonio viene imposto a due dei giovani prigionieri, un’amara metafora
degli obblighi sociali – tra cui quello della coppia sposata eterosessuale
– imposti dalla società borghese.
È importante sottolineare
come in diversi passaggi del film venga messa in evidenza l’assenza di
Dio. O quest’ultimo non esiste, oppure assiste impotente all’abominio della
violenza del potere; così sembra suggerire il film facendo riecheggiare
i drammatici interrogativi posti in merito all’eclissi di Dio di fronte
alla mostruosità dell’Olocausto.
Nel Girone delle manie
viene scoperto che una delle ragazze si è uccisa di fronte ad un
piccolo altare con una madonna. In due eloquenti sequenze, gli atti aberranti
del Duca Blangis e del Monsignore sono compiuti all’ombra di due statue
raffiguranti un uomo e una donna assorti in preghiera.
All’interno dei confini della
villa-lager i Signori rivendicano per se stessi l’onnipotenza divina, padroni
in terra del bene e del male. Uno dei precetti del regolamento prevede
che «i più piccoli atti religiosi, da parte di qualunque soggetto
[siano] puniti con la morte» [303].
Nonostante l’esplicito divieto,
le invocazioni a Dio accompagnano il succedersi degli eventi. In una delle
ultime scene prima delle torture, una ragazza immersa in un mastello pieno
di escrementi grida «Dio, Dio, perché ci hai abbandonati?»
[304]. Le parole sono le stesse
pronunciate da Cristo prima di morire e alla Passione Pasolini si riferisce
ulteriormente nell’inquadratura successiva che vede alcuni militi giocare
a carte, un richiamo ai giocatori di dadi ai piedi della Croce.