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Conclusioni
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Sono passato,
così, come un vento dietro gli ultimi muri
o prati della città
– o come un barbaro disceso per distruggere,
e che ha finito col distrarsi
a guardare, e a baciare, qualcuno
che gli assomigliava – prima
di decidersi a tornarsene via. [305]
..
Il
corpus dei film di Pasolini può inizialmente apparire frammentario,
ma a uno sguardo più attento si rivela solidamente incentrato su
temi ricorrenti. Nelle sue opere, Pasolini è infatti riuscito a
convogliare l’espressione di un immaginario compatto pur nelle sue diverse
sfaccettature. I motivi tematici principali vengono sviluppati in diversi
contesti e con differenti modalità: cambiano i luoghi, le epoche,
gli approcci stilistici al soggetto; tuttavia essi ritornano ossessivamente,
imponendosi allo spettatore che sappia serbarli dentro sé e ascoltarne
il messaggio, e non fugga sgomento innanzi al loro perturbante richiamo.
In particolare, la componente
fondamentale della filmografia pasoliniana è costituita dalla morte,
dato che emerge costantemente, dall’esordio di Accattone all’epilogo
postumo di Salò o le 120 giornate di Sodoma.
È a partire da una
prospettiva che ponga in primo piano questo elemento che un’analisi dell’itinerario
cinematografico pasoliniano ne rivela l’estrema coerenza e unitarietà,
chiarendo come l’estremo approdo all’atrocità assoluta di Salò
sia l’estremizzazione di alcuni presupposti che caratterizzano l’opera
del regista e sia per certi versi preannunciato nei suoi film precedenti.
La chiave principale per
comprendere appieno il significato del «Leitmotiv della Morte»
[306] che attraversa tutta
la sua produzione cinematografica – ma anche quella poetica, narrativa
e teatrale – può essere individuata in alcune riflessioni sul cinema
raccolte nel fondamentale Empirismo eretico.
Nei suoi scritti teorici,
a partire dalla distinzione tra cinema e film, Pasolini arriva ad indicare
un parallelo tra la morte e il montaggio cinematografico.
Come quest’ultimo conferisce identità e senso al film, fissandolo
come un particolare momento, tra gli infiniti possibili, all’interno dell’ininterrotto
fluire del piano sequenza-cinema, così la morte fissa il significato
di una vita.
È dunque
assolutamente necessario morire, perché, finchè siamo vivi,
manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo,
e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile:
un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati
senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio
della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi
(e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari
o incoerenti), e li mette in successione,
facendo del nostro presente, infinito, instabile
e incerto, e dunque linguisticamente non
descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo,
e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte,
la nostra vita ci serve ad esprimerci [307].
La morte assume per Pasolini
un significato narrativo in quanto, mettendo fine a un’esistenza, ne rende
possibile il «montaggio» definitivo in grado di conferirle
un significato. Il senso di una vita, infatti, senza questo suggello finale,
risulterebbe disperso in una magmatica successione di avvenimenti sempre
aperti a nuove possibilità.
A partire dalle considerazioni
espresse dal Pasolini semiologo e teorico del cinema è possibile
comprendere in modo più chiaro perché la morte
domini tematicamente e figurativamente in tutta la sua opera cinematografica.
Risalendo alle origini di
questo peculiare orientamento incentrato sul senso della fine, si può
agevolmente rilevare come la giovinezza creativa di Pasolini sia contraddistinta
dal sentimento della caducità. Il lirismo estenuato delle poesie
friulane non è mera contemplazione della serenità agreste
di un’arcadia pastorale. I versi del giovane poeta evocano infatti fanciulli
morti, rintocchi funerari di campane, mezzogiorni cimiteriali. Pasolini
appare soggiogato da una sorta di senso cosmico della perdita: perdita
della vita, dell’innocenza, di un mondo amato.
Sullo sfondo di questa attitudine
esistenziale si innesta il suo sentimento di esclusione, legato principalmente
all’omosessualità. Quest’ultima pone Pasolini nella condizione di
sentirsi diverso dal resto della società e da questa allontanato,
tenuto ai margini quando non addirittura osteggiato.
Risulta con una certa evidenza
come il senso di rifiuto avvertito da Pasolini nella sua vita tormentata
lo abbia portato ad accostarsi ad aspetti della realtà sociale che
vengono di solito ignorati e a elevare coraggiosamente a dignità
di protagonisti dei suoi film personaggi ritenuti normalmente privi di
interesse narrativo.
Pasolini si sente una vittima
e si fa interprete e poeta di un’umanità emarginata ed oppressa.
Non si tratta soltanto di una scelta ideologica e politica. Attraverso
i suoi film esprime il proprio sentimento di diversità e di esclusione
descrivendo realtà con le quali egli arriva completamente a identificarsi.
L’adozione del punto di vista
della vittima è ciò che porta Pasolini a riconoscere e a
rappresentare la violenza come elemento strutturale della società.
Il più forte contro il più debole, l’unanimità persecutoria
contro il singolo diverso: il cuore dell’opera di Pasolini ruota intorno
a questo elementare e universale dualismo. La morte rappresentata dal regista
è sempre causata da un atto di violenza, inferto direttamente o
meno. Pasolini si sporge sull’abbacinante abisso di un conflitto eterno
restituendocene l’immagine dal mondo arcaico a quello contemporaneo.
Se nel presente la violenza
è quella secolarizzata del neocapitalismo, rivolgendo il proprio
sguardo al passato, Pasolini ritrova la violenza fondatrice, il sacrificio
umano, i riti antropofagici, fenomeni analizzati da René Girard.
Le teorie dello studioso avignonese offrono interessanti prospettive di
analisi dell’opera cinematografica pasoliniana rivelandone la straordinaria
lungimiranza dal punto di vista antropo-filosofico.
La domanda che più
volte mi si è riproposta nel corso della mia indagine è stata
la seguente: se fosse ancora vivo, quali sarebbero le opinioni di Pasolini
in merito alla teoria di René Girard? Dopo una serie di ardite elucubrazioni,
mi sono imposto di eludere questa domanda ogni qual volta si fosse ripresentata,
convinto non solo del carattere di mera congettura che avrebbe avuto il
mio sforzo di cercare risposta a tale interrogativo – destinato, ahimè,
a rimanere insoddisfatto –, ma dell’assoluta impossibilità di ipotizzare
quale sarebbe stata l’evoluzione del pensiero di Pasolini, intellettuale
sempre pronto a mettersi in discussione e a riformulare le proprie concezioni.
Prendere la parola al posto di Pasolini sarebbe stato
oltremodo presuntuoso e interpretarne forzatamente le idee del tutto arbitrario.
La mia tesi non ha la pretesa
di sistematizzare in un angusto quadro teorico il pensiero di quello che
in primo luogo è stato un poeta. Significherebbe tradirlo. La speranza
è che la presente ricerca possa costituire un utile spunto per illuminare
in modo più chiaro alcuni aspetti dell’opera di Pasolini.
* * *
Le immagini che illustrano
il lavoro di Marco Saggioro sono state inserite a cura di...
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