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Marco Saggioro - La vittima nel cinema e nei film di Pier Paolo Pasolini

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Conclusioni
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    Sono passato, così, come un vento dietro gli ultimi muri
    o  prati della città – o come un barbaro disceso per distruggere,
    e che ha finito col distrarsi a guardare, e a baciare, qualcuno
    che gli assomigliava – prima di decidersi a tornarsene via. [305]
    ..
    Il corpus dei film di Pasolini può inizialmente apparire frammentario, ma a uno sguardo più attento si rivela solidamente incentrato su temi ricorrenti. Nelle sue opere, Pasolini è infatti riuscito a convogliare l’espressione di un immaginario compatto pur nelle sue diverse sfaccettature. I motivi tematici principali vengono sviluppati in diversi contesti e con differenti modalità: cambiano i luoghi, le epoche, gli approcci stilistici al soggetto; tuttavia essi ritornano ossessivamente, imponendosi allo spettatore che sappia serbarli dentro sé e ascoltarne il messaggio, e non fugga sgomento innanzi al loro perturbante richiamo. 

    In particolare, la componente fondamentale della filmografia pasoliniana è costituita dalla morte, dato che emerge costantemente, dall’esordio di Accattone all’epilogo postumo di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

    È a partire da una prospettiva che ponga in primo piano questo elemento che un’analisi dell’itinerario cinematografico pasoliniano ne rivela l’estrema coerenza e unitarietà, chiarendo come l’estremo approdo all’atrocità assoluta di Salò sia l’estremizzazione di alcuni presupposti che caratterizzano l’opera del regista e sia per certi versi preannunciato nei suoi film precedenti.

    La chiave principale per comprendere appieno il significato del «Leitmotiv della Morte» [306] che attraversa tutta la sua produzione cinematografica – ma anche quella poetica, narrativa e teatrale – può essere individuata in alcune riflessioni sul cinema raccolte nel fondamentale Empirismo eretico.

    Nei suoi scritti teorici, a partire dalla distinzione tra cinema e film, Pasolini arriva ad indicare un parallelo tra la morte e    il montaggio cinematografico. Come quest’ultimo conferisce identità e senso al film, fissandolo come un particolare momento, tra gli infiniti possibili, all’interno dell’ininterrotto fluire del piano sequenza-cinema, così la morte fissa il significato di una vita. 

    È dunque assolutamente necessario morire, perché, finchè siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o  incoerenti),  e  li  mette  in  successione,  facendo  del  nostro  presente,  infinito,  instabile  e incerto,  e  dunque  linguisticamente  non  descrivibile,  un  passato  chiaro,  stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci [307].
    La morte assume per Pasolini un significato narrativo in quanto, mettendo fine a un’esistenza, ne rende possibile il «montaggio» definitivo in grado di conferirle un significato. Il senso di una vita, infatti, senza questo suggello finale, risulterebbe disperso in una magmatica successione di avvenimenti sempre aperti a nuove possibilità. 

    A partire dalle considerazioni espresse dal Pasolini semiologo e teorico del cinema è possibile comprendere in modo   più chiaro perché la morte domini tematicamente e figurativamente in tutta la sua opera cinematografica.

    Risalendo alle origini di questo peculiare orientamento incentrato sul senso della fine, si può agevolmente rilevare come la giovinezza creativa di Pasolini sia contraddistinta dal sentimento della caducità. Il lirismo estenuato delle poesie friulane non è mera contemplazione della serenità agreste di un’arcadia pastorale. I versi del giovane poeta evocano infatti fanciulli morti, rintocchi funerari di campane, mezzogiorni cimiteriali. Pasolini appare soggiogato da una sorta di senso cosmico della perdita: perdita della vita, dell’innocenza, di un mondo amato. 

    Sullo sfondo di questa attitudine esistenziale si innesta il suo sentimento di esclusione, legato principalmente all’omosessualità. Quest’ultima pone Pasolini nella condizione di sentirsi diverso dal resto della società e da questa allontanato, tenuto ai margini quando non addirittura osteggiato. 

    Risulta con una certa evidenza come il senso di rifiuto avvertito da Pasolini nella sua vita tormentata lo abbia portato ad accostarsi ad aspetti della realtà sociale che vengono di solito ignorati e a elevare coraggiosamente a dignità di protagonisti dei suoi film personaggi ritenuti normalmente privi di interesse narrativo.

    Pasolini si sente una vittima e si fa interprete e poeta di un’umanità emarginata ed oppressa. Non si tratta soltanto di una scelta ideologica e politica. Attraverso i suoi film esprime il proprio sentimento di diversità e di esclusione descrivendo realtà con le quali egli arriva completamente a identificarsi.

    L’adozione del punto di vista della vittima è ciò che porta Pasolini a riconoscere e a rappresentare la violenza come elemento strutturale della società. Il più forte contro il più debole, l’unanimità persecutoria contro il singolo diverso: il cuore dell’opera di Pasolini ruota intorno a questo elementare e universale dualismo. La morte rappresentata dal regista è sempre causata da un atto di violenza, inferto direttamente o meno. Pasolini si sporge sull’abbacinante abisso di un conflitto eterno restituendocene l’immagine dal mondo arcaico a quello contemporaneo.

    Se nel presente la violenza è quella secolarizzata del neocapitalismo, rivolgendo il proprio sguardo al passato, Pasolini ritrova la violenza fondatrice, il sacrificio umano, i riti antropofagici, fenomeni analizzati da René Girard. Le teorie dello studioso avignonese offrono interessanti prospettive di analisi dell’opera cinematografica pasoliniana rivelandone la straordinaria lungimiranza dal punto di vista antropo-filosofico.

    La domanda che più volte mi si è riproposta nel corso della mia indagine è stata la seguente: se fosse ancora vivo, quali sarebbero le opinioni di Pasolini in merito alla teoria di René Girard? Dopo una serie di ardite elucubrazioni, mi sono imposto di eludere questa domanda ogni qual volta si fosse ripresentata, convinto non solo del carattere di mera congettura che avrebbe avuto il mio sforzo di cercare risposta a tale interrogativo – destinato, ahimè, a rimanere insoddisfatto –, ma dell’assoluta impossibilità di ipotizzare quale sarebbe stata l’evoluzione del pensiero di Pasolini, intellettuale sempre pronto a mettersi in discussione e a riformulare le proprie concezioni. Prendere la parola al posto    di Pasolini sarebbe stato oltremodo presuntuoso e interpretarne forzatamente le idee del tutto arbitrario. 

    La mia tesi non ha la pretesa di sistematizzare in un angusto quadro teorico il pensiero di quello che in primo luogo è stato un poeta. Significherebbe tradirlo. La speranza è che la presente ricerca possa costituire un utile spunto per illuminare in modo più chiaro alcuni aspetti dell’opera di Pasolini. 

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    Le immagini che illustrano il lavoro di Marco Saggioro sono state inserite a cura di... .

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    Saggi contenuti in riviste
     

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