Pier Paolo Pasolini
La vita
.
La seconda guerra mondiale.
La morte del fratello Guido.
Pasolini dal 1945 al 1949
di Massimiliano Valente e Angela
Molteni
La seconda guerra mondiale rappresenta
per Pasolini un periodo estremamente difficile. Il suo stato d'animo si
intuisce anche dal tenore delle sue lettere:
"Quanto a salute non c'è
male, anzi bene. Quanto a morale, anche, quando tutto è calmo, cioè
raramente. Del resto, molta paura. Paura di lasciarci la pelle, capisci,
Rico? E non soltanto la mia, ma quella degli altri. Siamo tutti così
esposti al destino; poveri uomini nudi". (7)
"Non so se ci rivedremo, tutto puzza
di morte, di fine, di fucilazione.... Tutto puzza di spari, tutto fa nausea,
se si pensa che su questa terra cacano quei tali. Vorrei sputare sopra
la terra, questa cretina, che continua a mettere fuori erbucce verdi
e fiori gialli e celesti, e gemme sugli alberi..."
(8)
Pasolini viene arruolato a Livorno nel
1943. All'indomani dell'8 settembre disobbedisce all'ordine di consegnare
le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa.
La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versutta, piccolissima frazione
di Casarsa, luogo meno esposto ai bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi.
Qui insegna ai ragazzi dei primi anni del ginnasio.
Ma l'avvenimento che segnerà
quegli anni è la morte del fratello Guido. Guido
non accetta di rimanere nascosto a Versutta, e decide di intraprendere
la lotta partigiana. Pier Paolo accompagna Guido alla stazione, dopo aver
preso un biglietto per Bologna, in modo da sviare i sospetti. Guido da
Spilimbergo raggiunge Pielungo aggregandosi alla divisione partigiana Osoppo.
Assume il nome di battaglia di Ermes, il nome di Parini, uno degli amici
di Pier Paolo disperso nella campagna di Russia.
Tra
i vari gruppi della resistenza antifascista friulana nascono conflitti
intestini. I comunisti delle brigate garibaldine premono per un'annessione
del Friuli alla Jugoslavia titoista, mentre la brigata Osoppo si fa paladina
della italianità del Friuli. Guido scrive in proposito a Pier Paolo,
perché si impegni, con suoi articoli, a difendere le posizioni della
Osoppo.
Nel febbraio del 1945 Guido viene ucciso,
insieme al comando della divisione Osoppo. I fatti avvengono nelle malghe
di Porzus: un centinaio di garibaldini si avvicinano fingendosi sbandati,
catturano quelli della Osoppo e li passano per le armi. Guido, seppure
ferito, riesce a fuggire e viene ospitato da una contadina. Viene trovato
dai garibaldini, trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprà
della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato. Scrive Pasolini:
"Spesso penso al tratto di
strada tra Musi e Porzus, percorso da mio fratello in quel giorno tremendo,
e la mia immaginazione è fatta radiosa da non so che candore ardente
di nevi, da che purezza di cielo. E la persona di Guido è così
viva".
Così Pasolini racconterà
su "Vie nuove", periodico comunista, del 15 settembre 1971, rispondendo
a un lettore che chiedeva chiarimenti sulla morte di Guido:
"La cosa si racconta in due
parole: mia madre, mio fratello ed io eravamo sfollati da Bologna in Friuli,
a Casarsa. Mio fratello continuava i suoi studi a Pordenone: faceva il
liceo scientifico, aveva diciannove anni. Egli è subito entrato
nella Resistenza. Io, poco più grande di lui, l'avevo convinto all'antifascismo
più acceso, con la passione dei catecumeni, perché anch'io,
ragazzo, ero soltanto da due anni venuto alla conoscenza che il mondo in
cui ero cresciuto senza nessuna prospettiva era un mondo ridicolo e assurdo.
Degli amici comunisti di Pordenone (io allora non avevo ancora letto Marx,
ed ero liberale, con tendenza al partito d'azione) hanno portato con sé
Guido ad una lotta attiva. Dopo pochi mesi egli è partito per la
montagna, dove si combatteva. Un editto di Graziani, che lo chiamava alle
armi, era stata la causa occasionale della sua partenza, la scusa davanti
a mia madre. L'ho accompagnato al treno, con la sua valigietta, dov'era
nascosta la rivoltella dentro un libro di poesie. Ci siamo abbracciati:
era l'ultima volta che lo vedevo.
Sulle montagne, tra il Friuli e la
Yugoslavia, Guido combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi:
egli si era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della
Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni terribili:
mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più. Cento volte
egli avrebbe potuto cadere combattendo contro i fascisti e i tedeschi:
perché era un ragazzo di una generosità che non ammetteva
nessuna debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire in
un modo più tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è
al confine tra l'Italia e la Yugoslavia: cosi', in quel periodo, la Yugoslavia
tendeva ad annettersi l'intero territorio e non soltanto quello che, in
realtà, le spettava. Mio fratello, pur iscritto al partito d'azione,
pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio
fianco), non poteva accettare che un territorio italiano, com'è
il Friuli, potesse essere mira del nazionalismo yugoslavo. Si oppose, e
lottò. Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione
era disperata, perché ognuno tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza
yugoslava, ancor più che quella italiana, era comunista: sicché
Guido venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c'erano
anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento
sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica
immediata, nazionalistica.
Egli morì in un modo che non
mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno:
è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni.
Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l'operato
del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui, ed è il
ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi
obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così,
in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non
mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione
che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze:
e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica
che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nella cose, dentro
la loro segreta e inalienabile verita'". (9)
Pasolini metterà in versi nel
Corus
in morte di Guido, che appariranno nello Stroligut dell'agosto
1945:
La livertat, l'Itaia
e quissa diu cual distin disperat
a ti volevin
dopu tant vivut e patit
ta quistu silensiu
Cuant qe i traditours ta li Baitis
a bagnavin di sanc zenerous la neif,
"Sçampa - a ti an dita - no
sta torna' lassu'"
I ti podevis salvati,
ma tu
i no ti às lassat bessòi
i tu cumpains a muri'.
"Sçampa, torna indavour"
I te podevis salvati
ma tu
i ti soso tornat lassu',
çaminant.
To mari, to pari, to fradi
lontans
cun dut il to passat e la to vita
infinida,
in qel di' a no savevin
qe alc di pi' grant di lour
al ti clamava
cu'l to cour innosent.
La morte di Guido avrà effetti
devastanti per la famiglia Pasolini, soprattutto per la madre, distrutta
dal dolore. Il rapporto tra Pier Paolo e la madre diviene ancora più
stretto, anche a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:
"Egli finì così
a Casarsa, in una specie di nuova prigionia: e cominciò la sua agonia
lunga una dozzina di anni". (10)
Nel 1945 Pasolini si laurea discutendo
una tesi intitolata "Antologia della lirica pascoliniana (introduzione
e commenti)" e si stabilisce poi definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro
come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.
In
questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 dà la propria
adesione al Pci, iniziando una collaborazione al settimanale del partito
"Lotta e lavoro".
Le circostanze della morte del fratello
Guido rappresentano sicuramente una difficoltà da superare per l'adesione
al Pci.
Pasolini comunque ha sempre evitato
strumentalizzazioni di quella faccenda, gli sembrava di infangare la memoria
di Guido. Pier Paolo dovrà giustificare quell'adesione anche verso
la madre e il padre, il quale incolpava la moglie di aver permesso che
Guido frequentasse degli sbandati.
L'adesione al Pci rappresenta per il
giovane poeta un atto di profondo coraggio: intendeva con ciò sacrificare
il profondo dolore inferto a sé e alla propria famiglia a un ideale
sociale da condividere in pieno con quello stesso Pc friulano che aveva
ispirato politicamente gli assassini del fratello.
Pasolini diventa segretario della sezione
di San Giovanni di Casarsa, ma non viene visto di buon occhio nel partito,
e soprattutto dagli intellettuali comunisti friulani. Questi ultimi scrivono
soggetti politici servendosi della lingua del Novecento, mentre Pasolini
scrive con la lingua del popolo senza cimentarsi per forza in soggetti
politici. Agli occhi di molti tutto ciò risulta inammissibile: in
Pasolini molti comunisti vedono un sospetto di disinteresse per il realismo
socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura
borghese.
In questi anni Pasolini conosce il
pittore Zigaina, cui rimarrà legato per tutto il resto della sua
vita da una profonda amicizia.
Questo
periodo, il periodo della militanza comunista, è l'unico in cui
Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica. Di questi anni
i manifesti murali disegnati e scritti da Pier Paolo Pasolini; scritti
di denuncia contro il costituito potere democristiano.
Il 15 ottobre del 1949 Pasolini viene
segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne: è
l'inizio di una delicata e umiliante trafila giudiziaria che cambierà
per sempre la vita di Pasolini.
Anni dopo, in una lettera inviata a
Silvana Ottieri da Roma dove aveva stabilito la propria residenza Pasolini
dirà, tra l'altro:
"Su di me c'è il segno
di Rimbaud, o di Campana o anche di Wilde, ch'io lo voglia o no, che gli
altri lo accettino o no".
Pasolini viene accusato di essersi appartato
il 30 settembre 1949 nella frazione di Ramuscello con due o tre ragazzi.
I genitori dei ragazzi non sporgono denuncia ma i Carabinieri di Cordovado
venuti a sapere delle voci che girano in paese indagano sul fatto. È
un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la Dc, siamo
in piena guerra fredda e Pasolini, per la sua posizione di intellettuale
comunista e anticlericale rappresenta un bersaglio molto vulnerabile. La
denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla destra che dalla
sinistra: prima ancora che si svolga il processo, il 26 ottobre 1949, Pasolini
viene espulso dal Pci. Ecco quanto riportato da "l'Unità" del 29
ottobre:
"ESPULSO
DAL PCI IL POETA PASOLINI
La federazione del Pci di Pordenone
ha deliberato in data 26 ottobre l'espulsione dal partito del Dott. Pier
Paolo Pasolini di Casarsa per indegnità morale. Prendiamo spunto
dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico
del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze
di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di
altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti,
ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della
degenerazione borghese".
Pasolini
si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro apparentemente
senza uscita. La risonanza a Casarsa dei fatti di Ramuscello avrà
una vasta eco. Davanti ai carabinieri cerca di giustificare quei fatti,
intrinsecamente confermando le accuse, come una esperienza eccezionale,
una sorta di sbandamento intellettuale. Ciò non fa che peggiorare
la sua posizione: è espulso dal Pci, perde il posto di insegnante,
si incrina momentaneamente il rapporto con la madre, è la disfatta.
Pasolini decide di fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato;
insieme alla madre si trasferisce a Roma, è l'inizio di una nuova
vita per Pier Paolo. Scriverà in seguito:
"Fuggii con mia madre e una
valigia e un po' di gioie che risultarono false, / su un treno lento come
un merci, / per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato
di neve. / Andavamo verso Roma. / Andavamo dunque, abbandonato mio padre
/ accanto a una stufetta di poveri, / col suo vecchio pastrano militare
/ e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee. /
Ho vissuto quella / pagina di romanzo, l'unica della mia vita: / per il
resto, / son vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso". (11)
____________________
(7) Lettera al pittore De Rocco, autunno
'44
(8) P.P.P. Lettere agli amici, a cura
di Luciano Serra, Milano 1976, lett. IX passim.
(9) Pier Paolo Pasolini,
Le belle
bandiere, Dialoghi 1960-1965, a cura di Giancarlo Ferretti, Editori
Riuniti, Roma 1996.
(10) Il profilo autobiografico in
Ritratti
su misura di scrittori italiani, a cura di E.F. Accrocca, Venezia,
1960.
(11) Pier Paolo Pasolini, il poeta
delle ceneri, a cura di Enzo Siciliano, in "Nuovi Argomenti" n. 67-68,
Roma, luglio dicembre 1980.
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SU VITA E
MORTE
DI PIER PAOLO
PASOLINI
VEDI ANCHE
Articolo del "Corriere
della Sera" del
3 novembre 1975
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Un coraggio a metà,
di Carlo Bordini
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Pasolini ucciso da due motociclisti,
di Oriana Fallaci
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Un delitto politico,
di Giorgio Galli
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Pelosi e il fantasma di Pasolini,
di Dacia Maraini
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di Angela Molteni
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In morte di Pasolini,
di Rossana Rossanda
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