Pier Paolo Pasolini
La vita
.
Un coraggio a metà.
di Carlo Bordini
..
Qualcuno ha detto che alla
sua morte è stato messo in atto, da parte degli intellettuali che
lo hanno ricordato su giornali e riviste, uno psicodramma. È vero.
Sono convinto che se Pasolini fosse morto nel suo letto, o in un incidente
d’auto, ci sarebbero stati i soliti commenti misurati. Agiografici magari,
ma con prudenza. Con questo voglio dire che lo psicodramma è stato
in gran parte determinato dal modo come è morto. Una cosa che mi
ha colpito è stata questa: la maggior parte degli articoli dedicati
a Pasolini contenevano una fortissima carica di aggressività (pochi
se ne sono sottratti, e forse proprio quelli che gli erano stati più
vicini). Si ricordava Pasolini polemizzando con gli altri intellettuali,
insultandoli. Gli altri non avevano capito Pasolini. Gli altri lo esaltavano
solo ora che era morto. Ogni articolo su Pasolini era un litigio contro
qualcuno.
L’aggressività dipendeva,
secondo me, dal trauma causato dalla sua morte. E, come accade per l’aggressività,
dietro c’erano la colpa e la paura. Un sentimento inconscio. Stranamente,
come se tutti dicessero: non l’ho ucciso io, Pasolini. Non è colpa
mia se è morto ammazzato in quel modo.
Secondo me c’era un senso
inconscio di vergogna nel modo in cui Pasolini era morto. Cosa vergognosa,
che toccava tutti. E per farlo dimenticare, la santificazione. Lo stesso
appello degli intellettuali a far luce sulla sua morte ha questo sapore.
Secondo me l’appello è giusto. La versione ufficiale è molto
strana. È poco verosimile. Questo non significa che non possa essere
vera. Spesso la vita non è verosimile. Ma certo che bisogna vederci
chiaro, la cosa puzza parecchio, e in certe cose è assurda. Però
secondo me nel chiedere di far luce sulla sua morte c’è anche un
tentativo inconscio di rifiutare una morte banale e vergognosa. Come dire:
«Pasolini non poteva morire come un vizioso». Di qui la santificazione.
Di qui lo smussare spesso le contraddizioni. Di qui il non parlare di lui,
ma della sua opera di intellettuale.
E poi c’è un fatto,
nella sua morte: io sono convinto che c’è un divario molto grande
tra coloro che hanno scritto di lui sui giornali e gli stessi lettori di
quei giornali. La parte intellettuale del paese era molto più vicina
a lui di quanto non fosse il paese. I lettori dei giornali che lo hanno
ricordato con amore, gran parte di quei lettori, lo giudicavano "un frocio".
"Uno zozzo". Il conformismo della "opinione pubblica" è molto grande.
Moravia parlava alla televisione che in Italia non si riconosce la sacralità
dell’intellettuale. Non so se l’intellettuale deve avere una sacralità
(credo, anzi, di no), ma certo che in Italia (e anche altrove) l’intellettuale
non è ben visto. C’è un certo populismo nella destra, che
è molto radicato nella gente. L’intellettuale non è "uno
come noi, gente semplice". È uno che "parla difficile", e che ha
il potere. Nessuno può impedire alla gente, anche a molti compagni,
credo, di essere convinti che Raffaella Carrà è democratica;
ma Samuel Beckett no, lui non è democratico. L’intellettuale è
antidemocratico (il concetto di democrazia legato ai mass media). E credo
che Pasolini non fosse molto amato da molti italiani. Non lo amavano gli
studenti. Non lo amavano gli operai. Non lo amavano i piccolo-borghesi
rincoglioniti dalla televisione (Pasolini, come tutti gli intellettuali,
è un privilegiato, uno che fa quello che vuole, che parla difficile,
e che per farsi pubblicità fa la pornografia. Un senso di frustrazione
e di invidia). Non so se lo amavano i sottoproletari romani. Ma credo che
una parte di essi non lo amava. Non era più uno di loro. Era troppo
ricco. E poi lui stesso, oggi, li odiava.
E in questo senso gli intellettuali,
con una forma di autodifesa inconscia, hanno evitato certi temi scabrosi.
E così hanno evitato di andare a fondo.
Io personalmente per capire
qualcosa su Pasolini uomo ho dovuto leggere "Gente". Certo non tutto sarà
vero, ma dà degli elementi per capire. Perché lo scopo di
"Gente" è di denigrare Pasolini, ma non può farlo troppo
apertamente, perché la gente non accetta più le cose troppo
rozze. E allora tirare fuori i particolari intimi, scabrosi. Certi saranno
esagerati, ma certi sono illuminanti, anche perché non sono contro
di lui. Il suo essere un "bambino buono", nell’infanzia. Quel suo che di
evangelico frustrato dalla vita. Il suo essere pauroso (uno poi da grande
può anche diventare coraggioso, ma l’essere pauroso da bambino è
un dato caratteriale della massima importanza). Il suo odiare la violenza,
ma nello stesso tempo l’esserne morbosamente attratto (bisognerebbe capire
perché, e Pasolini si rifiutava di capirlo. In uno dei suoi tanti
"testamenti", un suo autoritratto lasciato a un giornalista inglese, dice
delle cose addirittura puerili sulla psicoanalisi. Ma non è che
siano puerili perché non capisce, ma perché non vuole affrontare
il problema) e di qui il suo masochismo. Quella volta che andò a
un premio letterario e là dentro incontrò dei ragazzi e se
ne andò un paio d’ore e tornò tutto stracciato, pesto, al
premio letterario, e tutti erano indignati, e Pasolini rideva. Una cosa
francescana, di un francescanesimo reietto, "maledetto", e di qui masochista,
e anche, forse, "corruttore". Su questo non ho le idee chiare, ma bisognerebbe
che qualcuno me le chiarisse, qualcuno che non fosse "Gente", ovviamente.
Io penso che la figura di
Pasolini ingrandirà col tempo. Il tempo gli darà la sua "vera"
dimensione, facendo cadere quello che è caduco, e limitato, e facendo
emergere quello che di lui è grande. Molto di lui è grande,
e non poco grandissimo. Penso ad esempio ad alcuni suoi film, immensi,
eccezionali.
Io posso dare solo la mia
impressione momentanea, che forse fa parte dello psicodramma. Io in questo
momento lo sento più lontano da me di quanto lo sentissi un mese
fa, ma forse questo avviene perché sono affastellate le impressioni,
perché ancora non è avvenuta la selezione del tempo tra ciò
che è caduco e ciò che è grande. Posso solo limitarmi
a registrare queste impressioni.
Una delle ragioni per cui
le commemorazioni di Pasolini non sono andate a fondo nel giudizio su di
lui è, secondo me, il fatto che Pasolini stesso non è andato
a fondo su se stesso. Questa la ragione per cui lo sento più lontano.
Probabilmente io in questo
momento pretendo che Pasolini fosse quello che non era. E non lo vedo per
quello che era. Ma tanto vale registrare le impressioni.
Pasolini ha avuto un grandissimo
limite, che ne ha permesso la santificazione (ed è probabilmente
per reazione a questo che io lo sento ora più lontano), che non
ha potuto cioè impedire la santificazione, di essere anticonformista
solo a metà.
Pasolini era il tipico intellettuale.
Persona sensibilissima, in difesa, ultrasensitiva, il "bambino buono".
In genere questi intellettuali, soprattutto in un paese di antica tradizione
aulica come l’Italia, scelgono (soprattutto i letterati) una vita chiusa
alla realtà. Vivono nei loro circoli letterari, stanno in una "torre
d’avorio" che magari non è più quella del disimpegno, ma
quella dell’impegno, ma di un impegno talmente conformista, libresco, e
d’apparato, che diventa una maniera. In genere l’intellettuale è
come il bambino primo della classe: incapace di fare a pugni, si allea
bene o male al potere. Può anche essere magari il potere di sinistra,
di un partito, di un editore, di una rivista; ma l’importante è
che si isola dalla vita. Se ne sta buono buono in un suo cantuccio dove
la sua intelligenza possa esprimersi al riparo.
Pasolini rifiutò tutto
questo. Ebbe il gusto, anche in un senso di ricerca di degradazione e di
misticamente intesa purezza (di qui il suo masochismo) di affrontare la
vita. Non visse in una cerchia di suoi simili. Scelse gli "altri": lui,
diverso (non perché omosessuale soltanto, ma perché intellettuale)
andava nel mondo della gente normale, nel mondo delle bufere, nel mondo
dove l’intelligenza conta poco, dove conta la violenza, quel mondo in cui
in genere i letterari non mettono più piede (o la maggioranza dei
letterati). Scelse di non essere un intellettuale, di scontrarsi con la
realtà, di confrontarsi con i non intellettuali, i violenti. Non
era soltanto questione di omosessualità. Pasolini se ne trovava
diecimila di bravi ragazzi sensibili disposti a venire a letto con lui
e a innamorarsi di lui. Lui scelse un altro tipo di persona, e un altro
tipo di rapporto (diceva a Sandro Penna: beato te che ami le donne, perché
i tuoi ragazzi sono donne, i miei sono maschi, pericolosi).
Ma Pasolini rifiutò
questo a metà. Perché come artista e intellettuale rimaneva
nel terreno conosciuto, non si avventurava. Apparentemente questo sembrerebbe
non vero. In realtà è così. Egli non parlò
mai di se stesso nelle sue opere, non vi si coinvolse direttamente. Mediava.
Perché, in fondo, Pasolini rimaneva cattolico (come siamo tutti
quanti noi) e perbenista. Viveva le sue serate infernali, e il giorno era
l’intellettuale come tutti gli altri. Intendiamoci, dava scandalo, ma come
un intellettuale, sul piano delle idee, tutto bello pulitino pulitino.
Viveva una doppia vita. Nella vita privata viveva l’inferno; nella vita
artistica questo inferno non ci entrava. No, non ci entrava. E in questa
doppia vita, in questo scindere le due cose, in questo suo profondo perbenismo,
c’entrava sicuramente il rapporto con la madre. Forse se non ci fosse stata
la madre avrebbe sbandierato la sua omosessualità masochista in
un modo più aperto.
Ma si potrebbe dire: nella
sua vita di intellettuale e di artista entrava il suo essere diverso. No.
Lui parlava delle borgate senza esprimere quello che sentiva per le borgate.
Lui cantava il popolo senza esprimere quello che provava per il "popolo".
Mediava. Scendeva all’inferno, ma poi in letteratura lo trasfigurava. Non
se lo portava mai dietro. Non metteva mai nei libri il "suo" inferno, ma
una sua trasfigurazione. Mediava. Sì, parlava del sottoproletariato,
ma chi capisce il suo inferno leggendo Ragazzi di vita? È
in fondo un libro mascherato, con la maschera dell’impegno sociale. Meglio
sono i suoi film. Ma mai metteva in luce il suo vero aspetto umano. Scriveva
sempre conservando anonima l’immagine di sé. Tranne che in qualche
poesia. E l’immagine di sé era la cosa più interessante che
avrebbe potuto dare agli altri. Accennava: il mio essere diverso. Ma era
un cliché, uno slogan.
Ma possiamo domandarci: perché
doveva mettersi così spietatamente in piazza? Ma perché era
quella l’origine di tutto il suo sentire! Pasolini era un uomo profondamente
viscerale, e perché allora, se scegliere di fare l’artista, non
esprimersi?
In realtà la vita
di Pasolini viveva una scissione schizofrenica. Deteriore per due motivi:
1) perché era una scissione; 2) perché non era accettata
come scissione.
Per questo molte opere di
Pasolini hanno un andamento bidimensionale, e non tridimensionale. Ciò
significa che in esse non troviamo l’intellettuale che va verso il "popolo",
con tutti i suoi traumi e i suoi scontri e le sue lacerazioni e le sue
illusioni, ma il "popolo" (visto dall’intellettuale). Questa visione del
popolo resta spesso bidimensionale perché è provocata dal
rapporto con lo scrittore (non è un’indagine "oggettiva", quella
dell’autore), ma la soggettività, l’aspetto soggettivo di questo
incontro viene nascosta. Tridimensionalità sarebbe descrivere con
quanto c’è di tragico e di speranzoso e di patetico e di banale
l’incontro tra il diverso e l’uomo massa, tra l’intellettuale e il sottoproletario,
tra colui che pensa e colui che vive. Sarebbe interessante, e sarebbe uscire
dal solito ruolo dell’intellettuale che o parla del popolo (riflettendoci
dentro i suoi umori ma nascondendolo) o parla di se stesso. Bidimensionale
è ovviamente anche l’intellettuale che si macera nella sua crisi
e non ne esce fuori.
In Pasolini c’era una fuga
dai suoi complessi di uomo moderno verso una mitica innocenza. Secondo
me sbagliavano coloro che criticavano Pasolini dal punto di vista dell’ortodossia
marxista, spiegandogli che non si può tornare indietro, che bisogna
andare avanti e andando avanti risolvere le nostre contraddizioni, eccetera...
Loro credevano che Pasolini facesse un discorso politico e che era necessario
rispondergli. No! Pasolini non faceva che mimare i suoi traumi, dando loro
una veste politica. Niente di male che desse loro una veste politica, se
lo credeva opportuno; ma il fatto che lui nascondesse il carattere traumatico
e viscerale di questo è il suo limite. Insomma, il suo limite non
è quello di essere stato irrazionale e non marxista, ma quello di
non essere stato irrazionale fino in fondo. Compito dell’artista non è
quello di ripetere come un compitino l’ortodossia marxista. Se è
irrazionale, esprima la sua irrazionalità.
La cosa più importante
che Pasolini avrebbe potuto dare ai suoi contemporanei sarebbe stata il
suo diario. Esprimere la realtà dei suoi traumi psichici, esprimere
il dramma del suo impatto con la vita, mostrare cosa vedeva questo agnello
francescano nel popolo astorico, feroce e innocente. Esprimerlo dal di
dentro, con i particolari: questa sarebbe stata tridimensionalità,
che avrebbe fatto vivere quella materia piatta che sono i ragazzi di vita
nei suoi romanzi. Ne sarebbero stati coinvolti tutti, perché è
un dramma di tutti. Sarebbe stata una buona occasione per l’intellettuale
italiano di recidere la barriera artificiosa tra esistenzialità
e impegno, tra soggettività e oggettività. Per mescolarsi
nella vita, ma direttamente, portandosi dietro tutto se stesso, non facendo
finta di non esserci.
Pasolini ha rifiutato di
essere Henry Miller, per il quale c’erano in lui tutte le premesse, meno
una: la certezza di aver toccato il fondo e di non aver nulla da perdere,
l’assenza di ogni vergogna, di ogni pudore perbenista. Henry Miller è
stato il Proust della nostra epoca, l’artista che ha fatto vivere nei suoi
romanzi l’angoscia e l’inferno della metropoli, la nuova umanità
metropolitana. E ha potuto farlo perché ha vissuto fino in fondo
questa realtà. Non ha vissuto in un suo mondo a parte come fanno
molti letterati (soprattutto in Italia). Pasolini ha avuto lo stesso coraggio
di vivere la vita fino in fondo, pagando di persona, fino alla morte. Ma
non ha avuto il coraggio di portare questo nei suoi libri. Il suo perbenismo
copriva una metà della sua vita, ma la copriva davvero. Nella vita
di intellettuale, Pasolini era "irreprensibile"... Egli avrebbe potuto
essere l’Henry Miller di oggi, perché per esprimere la realtà
contemporanea bisogna averla vissuta davvero e viverla tutti i giorni,
passionalmente, viziosamente, senza cliché letterari, come facevano
appunto Miller e Pasolini. Ma Miller ebbe il coraggio di vedere i suoi
libri sequestrati e accusati di oscenità (alcuni suoi libri sono
ancora proibiti e circolano in. edizioni clandestine), ebbe il coraggio
di raccontare tutte le sue miserie e tutte le miserie dei suoi amici, e
tutte le miserie di sua moglie, e tutte le miserie patetiche e assurde
di suo padre, e di sua madre, e tutte le miserie più immonde di
tutta la gente che conosceva, di migliaia di persone, descrivendole sempre
come uno che ci era coinvolto: di qui la tridimensionalità. Per
lui era forse relativamente più facile farlo perché non era
un omosessuale e non viveva in un paese cattolico. Quello di Miller è
un lungo diario della sua vita, un Proust senza ritegni, degradato, sincero,
privo di speranza ma aperto a tutto ciò che accade intorno a lui.
In questo senso io credo
che Pasolini sia stato un grande uomo a metà. Il che, in un paese
di piccoli uomini, serve già ad elevarsi di una testa al di sopra
di tutti. Pasolini fu infinitamente più grande della maggioranza
degli intellettuali della sua generazione; fu infinitamente più
grande, fra l’altro, di molti che lo criticavano, anche giustamente, esprimendo
delle verità parziali, diverse dalla sua, ma anche più piccole,
vissute meno intensamente. Per essere grandi uomini non basta essere intelligenti:
bisogna avere uno straordinario coraggio di andare controcorrente. In Italia
la gente intelligente non manca; la gente coraggiosa è molto meno
numerosa. Pasolini ebbe un grande coraggio, ma a metà; probabilmente
il limite del suo anticonformismo ha origine nel nostro essere ancora tutti
cattolici e tutti perbenisti.
Forse questa mia interpretazione
di Pasolini è fortemente soggettiva. Ma forse è vera. Che
cosa che sia vero e oggettivo non è anche profondamente soggettivo?
Io credo che Pasolini, nella sua corsa attraverso la vita, avrebbe potuto
esprimere molto più profondamente di quanto ha fatto il dramma della
nostra epoca, o almeno una parte di esso: avrebbe potuto esprimere l’uomo
massa vissuto attraverso il suo contrario: lo psicodramma sarebbe stato
molto più completo. Questo è il compito dell’artista oggi,
in questa società psicotica e lacerata. Dalla nascita del capitalismo
l’artista è un separato, e può vincere la sua separazione
solo vivendola in mezzo agli altri, confrontandola con gli altri.
Confrontando la sua psicosi
con quella degli altri, di segno opposto alla sua, eppure così uguale
alla sua. Confrontandosi con l’uomo massa. Pasolini l’ha fatto a metà,
ma probabilmente, seppure a metà, è stato l’unico in Italia
a cercare di farlo veramente. Ha mimato a metà il suo essere diverso
in mezzo agli altri. Ha avuto coraggio a metà in un ambiente intellettuale
generalmente privo di coraggio. E forse io dico questo e sento questo perché
sento di essere coinvolto nella sua stessa mancanza di coraggio. Perché
l’unica cosa veramente interessante che potrei scrivere, l’unica cosa veramente
utile agli altri, sarebbe la storia della mia vita, della mia vita di compagno
lacerato e schizoide: una vita banale e drammatica, profondamente vile
e a suo modo coraggiosa; raccontare di tutte le cazzate che ho fatto, e
di come ho cercato di farle, e delle cose che non ho voluto fare. Ma ci
sono coinvolte troppe persone (tra cui io) e temo che non la scriverò.
Maggio 1976
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Da AA.VV., Dedicato a
Pier Paolo Pasolini, Gammalibri (Kaos Edizioni), Milano 1976, già
nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti» (per gentile
concessione dell'Editore)
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