Pier Paolo Pasolini
La vita
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In morte di Pasolini.
di Rossana Rossanda
dal "manifesto" del 4
novembre 1975
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Con
commossa unanimità di accenti, da destra e da sinistra, la stampa
italiana piange Pier Paolo Pasolini, l'intellettuale più scomodo
che abbiamo avuto in questi anni. Diventato, anzi, scomodissimo. Non piaceva
a nessuno, quel che negli ultimi tempi andava scrivendo. Non a noi, la
sinistra, perché battagliava contro il 1968, le femministe, l'aborto
e la disobbedienza. Non piaceva alla destra perché queste sue sortite
si accompagnavano a un'argomentazione sconcertante, per la destra inutilizzabile,
sospetta. Non piaceva soprattutto agli intellettuali; perché erano
il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole
e di posizioni, pacifici fruitori della separazione fra "letteratura" e
"vita", anche quelli cui il 1968 aveva dato cattiva coscienza. Solo di
essi, Sanguineti ha avuto, ieri, il coraggio di scrivere "finalmente ce
lo siamo tolto dai piedi, questo confusionario, residuo degli anni cinquanta". Gli
anni cioè della lacerazione, apocalittici, tragici. Finalmente,
per l'intellettuale di sinistra, superati. Questa pressoché totale
unanimità è certo la seconda pesante macchina che passa sul
corpo di Pasolini. Come della prima, chi ha la coscienza a posto può
dire: "se l'è cercata". Per chi non ha queste certezze è
invece l'ultimo segno di contraddizione, di questa contraddittoria creatura:
una contraddizione vera, non ricomponibile in qualche artificio dialettico.
Giacché se una cosa è certa è che questo improvviso
riconoscersi tutti nelle sue ragioni, ora che è morto e in questo
modo, è davvero l'ultimo sbeffeggiamento che gli restituisce questo
nostro mondo non amato. Non è, infatti, il tradizionale omaggio
al defunto illustre, e neppure la consueta assoluzione per il defunto in
vita detestato. Se tutti scrivono sullo stesso registro (l'Unità,
in un corsivo commosso, abbozza perfino un'autocritica, mentre il partito
radicale lo iscrive post mortem) è perché ognuno,
dalle ragioni di Pasolini, pensa oggi di poter trarre il profitto suo.
Non diceva che i giovani sono, ormai, come una schiuma lasciata da una
mareggiata che ha distrutto i vecchi valori? che una collettività
deve darsi un ordine, un sistema di convivenza, un modello? Su questo sono
d'accordo tutti, salvo dare ciascuno, a questo ordine e a questa denuncia,
il segno che più gli conviene. Pasolini, l'intellettuale più
outsider della nostra società culturale, fornisce con la sua
indecorosa morte la prova ferrea che così non si può andare
avanti. Così comoda, che tutto il resto è perdonato.
Penso che su questo fervore
e i suoi corollari, Pasolini avrebbe – se è lecito immaginare questo
gesto in un uomo così dimessamente gentile – sputato sopra. Che,
se ne fosse uscito vivo, oggi sarebbe dalla parte del diciassettenne che
lo ha ammazzato di botte. Maledicendole, ma con lui. E così fino
all'inevitabile, forse prevista e temuta, altra occasione di morte. Ma
con lui perché era il mondo, queste le creature della sua vita più
vera ("io li conosco questi giovani, davvero, sono parte di me, della mia
vita diretta, privata") in cui cercava, ostinatamente, una luce. In loro,
non nel mondo d'ordine, che non sono solo i commissariati di polizia.
Qui tornava perché
nella sua visione del mondo altre strade non c'erano. La sua denuncia dello
"sviluppo", dei valori del consumismo, del profitto, dell'appiattimento
da essi indotto in una società preindustriale dove ancora potevano
prevalere i rapporti personali, non alienati, non passivamente accolti
era – come in genere è in questo filone, che ha esponenti illustri,
cattolici e laici – unidimensionale come la società che criticava;
era vissuta come fine della storia, imbarbarimento, di fronte al quale
soltanto cercar di arretrare. Arretrare, finché un rifiuto opposto
a questo tipo di "sviluppo" – e chi può opporvisi se non il margine,
o un terzo mondo non ancora arrivato a questa soglia? – non avrebbe offerto
un'ancora di salvezza. Altrove, salvezze non vedeva, per questo Pasolini
tornava, ostinatamente, in borgata e più gli sfuggiva, più
vi tornava tormentosamente. Tanto più che in tutti i sensi doveva
presentarglisi come una frustrazione, una contraddizione. Cercava un rapporto
autentico, e non tesseva, invece, un rapporto mercificato? cercava un rapporto
libero e non ripeteva lui stesso – l'intellettuale ricco che arriva con
l'Alfa e paga il ragazzo davanti a lui, socialmente e personalmente tanto
più fragile – un rapporto fra oppressore e oppresso? né l'umiliazione
che ne doveva ricevere in cambio (quante prove, meno tragicamente finite,
di questa sua morte deve aver vissuto; l'irrisione del compagno occasionale,
il rifiuto, la resistenza di chi si fa usare ma si sente usato, e quindi
si ribella) poteva assolverlo dal fatto che entrava egli stesso in questo
meccanismo alienante. Nel quale l'interlocutore diventava sempre più
sfuggente, più "oggetto". Diverso da un tempo, quando il ragazzo
veniva con lui ma mantenendo una sua figura, una sua dimensione non integrata,
non asservibile, come il Tommaso di Una vita violenta. Oggi non
era più così: il ragazzo che lo ha ucciso ha poco in comune
col borgataro d'un tempo. Dovrebbe esser rilasciato domani, ai sensi dei
valori che reggono questa società (oltre che di un'umanità
elementare) perché non è da dubitare della testimonianza
della sua borgata, e cioè che non aveva gran voglia di lavorare
– e chi ce l'ha – ma era pronto e prossimo a rientrare nell'ordine della
famiglia, solo provvisoriamente e venalmente violato. Nulla, in questa
storia, è davvero uguale a quel che sembra. Non il ricco vizioso
che cerca amori nascosti fra gli emarginati, giacché nessuno come
Pasolini viveva più semplicemente la sua inclinazione omosessuale
e avrebbe potuto soddisfarla, in una società ormai più permissiva,
senza rischi di sorta. Non il giovane vizioso, che non c'è: né
come vizioso, né come delinquente, e neppure come volontariamente
deviante, ribelle alla norma.
Morte accidentale nell'inseguimento
di un fantasma, si potrebbe dire. Con soddisfazione per i più, con
amarezza per chi di Pasolini aveva stima e rispetto. E funerali, adesso,
con assunzione in gloria da parte di chi, quel fantasma, ha prima costruito
e poi esorcizzato. Se Pasolini è oggi così lodato, se probabilmente
in buona fede tanti si riconoscono in metà del discorso che lui
faceva, è perché l'altra metà per lui essenziale,
quella in cui riponeva la sua speranza, non aveva fondamento. Quante discussioni,
le poche volte che lo incontravo, e sempre le stesse; le stesse che ripeteva
puntualmente con Moravia. È vero che il capitale ci ha disumanizzato.
È vero. È vero che la conformizzazione al suo modello è
mostruosa. È vero che essa è così potente, da riflettersi
persino in chi la nega; nel 1968, quando scrisse la famosa poesia sugli
scontri di Valle Giulia, Pasolini vedeva nello studente il prodotto d'un
ceto che può perfino "provare" la rivoluzione, cosa che al poliziotto,
figlio di bracciante meridionale, non è permessa; e coglieva una
parte di verità. È vero che oggi, e non ieri, si può
parlare di aborto, e non solo perché è maturato il movimento
femminista, ma la società maschile pensa a "economizzarsi". È
vero che scuola dell'obbligo e Tv sono organismi del consenso. È
vero che il fascista non è così diverso dal democratico,
nei suoi modelli culturali, come era nel 1922. Vero tutto, e tutto parziale:
perché ogni volta che Pasolini toccava con mano queste scomode verità,
l'ambiguità del presente, faceva seguire un salto indietro, verso
l'umanità non ambigua di "prima", invece che cogliere nello studente,
nel femminismo, nella scolarizzazione, nella stessa conformizzazione, il
principio d'una sicuramente spuria, ma vitale via d'uscita in avanti. L'idea
che questo itinerario si dovesse compiere fino in fondo e di qui ritrovare
il filo d'un mondo restituito all'umanità, era in lui sempre più
lontana. Avrebbe potuto essere uno scettico, diventava, in senso classico,
un "reazionario".
E questo oggi viene sfruttato,
questa è la seconda macchina che passa sul suo corpo. Giacché
del valore dirompente, violento, di questa sua "reazione" nulla resta,
nella elegia delle prime, seconde e terze pagine che gli sono dedicate.
Avrà un funerale borghese, e fra qualche tempo il comune di Roma
gli dedicherà una strada. Lo ammazzeranno meglio, i suoi veri nemici,
che non il ragazzo dell'altra sera. Nel quale, prima di perire, deve aver
visto soltanto la via senza uscite in cui s'era cacciato, la dimensione
del suo errore. E pensare che cercava l'angelo della passione secondo Matteo. |
SU
VITA E MORTE
DI
PIER PAOLO PASOLINI
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ANCHE
Articolo del "Corriere
della Sera" del
3 novembre 1975
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di Carlo Bordini
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In morte di Pasolini,
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